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ARTEOGGI

Presenze assenti

Ombre evanescenti, misteriose o inquietanti, costituiscono i soggetti delle stimolanti fotografie di Giancarlo Ballo

di Elisabetta Zanchetta

Ventaglio Novanta n. 39 2009 pp. 121–123

Se lasciassimo parlare la nostra ombra probabilmente racconterebbe una storia. La storia dell’interiorità che chiede, il più delle volte, rispetto, attenzione, ascolto, in un mondo frenetico in cui tutto sembra essere preconfezionato, perfino i sentimenti. Ma Giancarlo Ballo, fotografo per passione, lo sa, e non si tira indietro presentando nel suo primo fotolibro dal titolo “Fantasmi e sensazioni sospese”, sagome umane da cui partire per interrogare e interrogarci, per scavare a fondo nella coscienza, chiedendole chi siamo davvero.

E’ questo soltanto uno dei percorsi introspettivi affrontati dall’artista. Un’ottantina di foto che rappresentano un viaggio dentro noi stessi e segnano il passaggio tra il mondo delle apparenze e l’innata ricerca – a volte esaudita, altre delusa dagli eventi – di andare al di là del concreto, perché l’uomo non è soltanto materia.

Quelle di Ballo (in “Presenze assenti”, la prima parte del volume, progetto grafico e impaginazione dell’artista, in collaborazione con Loris Slaviero e Mario Lazzarini, presentazione del critico d’arte Nicola Galvan, traduzioni in lingua inglese di Angela Pozzetti, Edizione F.lli Corradin Editori, Tipolitografia Arte Stampa di Urbana – Pd.”), sono ombre a volte inquietanti, altre volte vagamente sognanti, evanescenti. Una di esse, ‘minaccia’ una figura sfuggente: un impermeabile chiaro che uscendo dal centro del quadro fotografico è inseguito da un’ombra tetra, indefinita. Le coincidenze hanno fatto sì che, al momento dello scatto, sulla pellicola venisse immortalata tutta la fragilità della vita umana, che vola via veloce ma non tanto da essere irraggiungibile dalla ‘Signora nera’, ultimo viaggio verso l’infinito.

Ombre che, altre volte, allungano a dismisura la figura tracciata di scuro, proiettandola idealmente più in alto del proprio essere terreno; o, ancora, ombre che, lasciandosi intravedere mentre escono da contesti urbani, da giochi simmetrici di solidi di diverse forme e colori (vetrine, muri, ringhiere), appaiono come un incastro di sinergie regalando, in tutta la loro semplicità e nel forte impatto visivo, la proiezione di ciò che gli altri percepiscono di noi, ovvero soltanto l’involucro inanimato e impenetrabile.

Nella sezione “Vacanze al mare”, oltre alle onnipresenti ombre che incombono sull’ingenuità candida di un’anima bambina, se ne stagliano alcune sul bagnasciuga, in un saliscendi su cui si specchiano sagome umane, simbolo della vita, un lieve alito di vento, pronta in un attimo a svaporare. Si alternano anche immagini più immediate, ma per niente banali: scorci di albe, tramonti, pomeriggi assolati che lasciano parlare i colori, le pennellate accese di cromatismi perfetti, dove prende forma il concetto della piccolezza umana di fronte agli spettacoli della natura.

Ci sono, poi, “Frammenti urbani” e “Tranquilli controluce”, “Impressioni” e “Seaside Nightmare”, la sezione più curiosa del fotolibro. Qui, l’uomo si scompone in fasci di luce che ne incorniciano la sagoma scura, immortalandolo come un essere alle prese con il mondo terreno (su cui poggia i piedi) e l’eterno, a cui i riflessi, come aureole, tendono a proiettarlo.

Giancarlo Ballo, parla attraverso le immagini. Scatti che mettono in guardia sul pericolo di standardizzare le emozioni, nasconderle, trasformando il mondo in un palcoscenico di burattini. Foto che sono un’infinita poesia scritta mitizzando attimi della vita mai uguali, che svaporano non appena la pellicola ha avuto la fortuna di conoscerli e toccarli con la sensibilità del cuore. Una carezza sottile: la luce, il riflesso, il tramonto; leggero ed elegante un gabbiano che spicca il volo, rendendo animato un paesaggio apparentemente immobile e solitario; il gioco di bagliori e ombre che fa del buio un caleidoscopio di emozioni e del pieno giorno il momento per trovare, nelle superfici riflettenti, un diverso modo di vedere il mondo.

La consistenza scompare, resta il rovescio dell’apparenza. Le certezze si spengono di fronte a un’ombra che sembra minacciare ogni concreta deduzione. La natura si lascia leggere, accarezzare dall’obbiettivo, imprimere sulla pellicola per divenire un mondo sconosciuto, ma che porta allo scoperto mille motivi di riflessione, schegge di ricordi, un continuo intreccio di storie che ci vengono incontro. In lontananza, i suoni perduti di estati lontane, il profumo di stagioni in cui lo sguardo perso all’orizzonte significava una speranza.

Per dirla alla Pessoa, poeta portoghese della prima metà del Novecento, “Smarrisco l’immagine che vedevo. Sono diventato un cieco che vede. Tutto questo non è più la realtà: è semplicemente la vita”.

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Come citare questo articolo

Elisabetta Zanchetta. “Presenze assenti”. Ventaglio Novanta, n. 39, 2009. https://ventaglionovanta.it/archivio/presenze-assenti/

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