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NARRATIVA

Improvvisamente tutto finisce

di Ilaria Panin

Ventaglio Novanta n. 39 2009 pp. 124–129

Hylas. Odio questo nome, forse perché mi è stato imposto, forse perché mi ricorda che cosa sono e da dove vengo: tutto quello che preferirei dimenticare, cancellare. Sembra strano a dirsi visto quanto le persone tengano al loro nome, sembra quasi che tutti lo abbiamo impresso dalla nascita sul viso o su una targhetta al collo. Tutti vogliono essere, vogliono esistere, vogliono vivere. Tutti tranne me. Preferirei che la mia mente fosse annullata, che il mio corpo si muovesse come un guscio vuoto, vorrei riuscire a non essere, a non esistere, a non vivere.

«Egoista» qualcuno direbbe. Lo sono, infatti, sono un egoista, di quelli della peggior specie, perché mi lamento nonostante vi siano persone che vorrebbero essere al mio posto. Ma non riesco a non desiderare di dimenticare, forse perché il mio primo ricordo non è altro che una chioma d’alberi che si staglia contro il cielo nuvoloso e grigio: al tempo avrò avuto sì e no una decina d’anni, prima di allora il buio.

Con il passare del tempo sono giunto alla conclusione che dovevo aver sbattuto violentemente la testa mentre mi trovavo nel bosco, forse in seguito ad una caduta o perché volutamente spinto. Il mio abito era lacero, ma non si trattava d’altro che di una lunga tunica tagliata in modo grezzo, senza lacci o corde per tenerla stretta in vita. Sul momento non ci pensai, portai solamente la mano al capo passandomi le dita tra i capelli lisci di un nero cupo, sporchi di terra e sangue secco: poco più a destra, sulla cute, potei sentire una cicatrice lunga ma superficiale. Decisi di alzarmi in piedi e provare a procacciarmi un po’ di cibo.

All’inizio non fu semplice: appena mi misi in una posizione che poteva sembrare eretta, la testa cominciò a girarmi, il sangue a ribollirmi nelle vene e le tempie a pulsarmi con fastidio. Così decisi di appoggiarmi ad un albero e camminare seguendo l’avvicendarsi dei tronchi davanti a me. Per quel giorno e quelli che succedettero continuai a cibarmi di frutta, bacche ed erbe, incapace di acchiappare un singolo coniglio o di camminare senza un appoggio. Per mia fortuna vicino passava un piccolo corso d’acqua, così riuscii ad abbeverarmi placando la sete che mi aveva cinto la gola rendendola secca e dolorante.

In qualche maniera fui in grado anche di lavarmi un poco e mi sorpresi nel vedere il mio volto riflesso nell’acqua, tanto che involontariamente sfiorai la superficie del ruscello non riuscendo a credere che quello riflesso fossi io: pelle morbida color miele, occhi e capelli neri come la pece, questi ultimi, come seta pura, che ricadevano bagnati di poco sotto le spalle. Ma nessuna immagine del passato emerse nonostante i prolungati sforzi per ricordare…

Non fu facile per me, giovanetto di circa 10 anni, sopravvivere in quella condizione: il mio peregrinare come un selvaggio nella foresta si prolungò per quasi un mese. Un giorno, in cui il cielo era sgombro dalle nubi, arrivai al suo limitare dove la potenza del sole, che prima di allora avevo solamente scorto tra le fronde, quasi mi accecò. Dopo aver raccolto un ramo abbastanza robusto dal terreno, da usare come bastone da viaggio, mi guardai attorno cercando un sentiero da seguire nella campagna e ne scorsi uno poco lontano che mi portò nei pressi di un’ampia strada: doveva trattarsi di un cardine o un decumano massimo vista la sua grandezza. Iniziai a percorrerlo sotto il sole caldo del mezzogiorno, arrancando sul bastone come un povero mendicante. Ero lontano da fonti d’acqua e di cibo, e queste due mancanze man mano che il tempo passava cominciarono a farsi sentire. Provai a bere da un piccolo condotto per l’irrigazione, ma appena misi l’acqua in bocca mi prese una nausea terribile alla gola per il suo pessimo sapore. La sputai immediatamente, pulendomi i lati delle labbra con il polso. Se continuo così, entro domani sono morto, pensai amaramente, quando dietro di me udii il rumore lontano di alcuni zoccoli di cavallo. Voltai leggermente il capo per vedere chi stesse arrivando ma non notai nulla in lontananza, seppure lo scalpiccio si stesse facendo sempre più vicino, fino a quando non si fermò improvvisamente. Un colpo forte dietro la nuca e poi il buio: chiunque fosse, era arrivato da dietro di me mentre io fissavo il lato sbagliato della strada.

Quando mi risvegliai era già scesa la sera, lo notai dal vento fresco che spirava sulla mia pelle nuda, anche se non sapevo se fosse di quello stesso giorno o di un altro. Ero sdraiato su un pavimento di legno ruvido, gli occhi mi erano stati bendati, mani e caviglie legate con grosse corde e i vestiti tutti tolti tranne uno straccio che mi cingeva il ventre. Portavo anche un cartello sul petto, che dondolava ad ogni mio movimento come una daga al fianco di un soldato.

«Ti sei svegliato, vedo. Bene, pensavo fossi morto e io non volevo che ciò succedesse: un tesoro come te non va sprecato». Percepii delle mani grassocce e madide afferrarmi per le spalle e obbligarmi a stare ritto in piedi, seppure le mie gambe non ne volessero sapere. Tenendomi saldo con una sola mano, mi abbassò la benda dagli occhi, così che io compresi dove mi trovavo. Non mi stupii minimamente, semplicemente abbassi lo sguardo con vergogna: il banco di un mercante di schiavi.

«Sei stato fortunato, non dovrai soggiornare qui per molto: sei stato assegnato al municipio di Atria, fra tre o quattro giorni ci arriveremo, durante il viaggio lavorerai per me, non credere che ti sfami senza riceverne guadagno» asserì il mercante ghignando.

Lasciò la mia spalla e io caddi sul terreno come un sacco di farina. Mi fissò con uno sguardo sprezzante, che posandosi sul mio corpo giovane diveniva sempre più languido, man mano che risaliva la linea delle mie gambe. Sorrise sibillino e fece per andarsene. «Ah, giusto, stavo per dimenticare: d’ora in poi ti chiamerai Hylas. Il primo nome che mi è saltato in mente guardandoti, visti i tuoi lineamenti orientali».

Fu così che ebbe inizio la mia nuova vita: la mia vita da schiavo. Di quel che successe durante il tragitto verso Atria non ho il cuore per rammentarlo, nonostante quei ricordi affollino ogni notte i miei incubi.

Atria mi apparve come una florida e vivace città portuale: mercanti greci, romani ed etruschi scendevano dalle proprie navi carichi di anfore e casse di legno, donne di ogni età si aggiravano per il piazzale ridendo o chiacchierando con delle amiche, gli schiavi si fermavano vicino ai banchi alla ricerca del pesce migliore o del prezzo più conveniente. Serenità. Forse per la prima volta nella mia vita sorrisi.

L’uomo dietro di me sbuffò, tappandosi le orecchie. «Ah, odio questa città! È troppo chiassosa per i miei gusti! Andiamo Hylas, non ti imbambolare, che mi sono già rotto di stare qui: prima ti porto al palazzo del municipio, prima me ne posso andare. Su, dai, muoviti, stupido!» imprecò strattonandomi per il braccio.

In effetti, Atria era caotica, molto caotica, anche a me dopo un po’ venne mal di testa: non ero abituato a sentire così tante parlate diverse in una volta sola. E per di più il latino, l’unica lingua che un poco comprendevo, lì ad Atria possedeva un gergo a me sconosciuto e un’intonazione “esotica” che mi rendeva incomprensibile anche le parole più semplici.

Vedendomi assorto nei miei pensieri, l’aiutante del mercante mi strinse ancor di più il braccio fino a lasciarvi impressa una striscia viola. «Svegliati, guarda che questa non è mica una gita turistica! Ma guarda te chi mi doveva affidare quello là! – È un compito semplice, vedi di tornare presto – Dannato, mi racconta sempre delle balle e io ci casco pure! Dai Hylas, vedi di fare bella figura, ormai siamo arrivati!»

Mi voltai e davanti a me vidi un giovane uomo in toga con accanto una bambina di qualche anno più giovane di me che si riparava dietro di lui.

«Questo è Hylas, non sappiamo molto bene da dove provenga, ma dev’essere romano poiché comprende il latino. Io il mio lavoro l’ho fatto, ora se me lo permette, tolgo il disturbo.» asserì l’uomo dietro di me indietreggiando e, quando il giovane in toga annuì col capo, se ne andò.

Nel mentre io non feci altro che fissare quella bambina dai lunghi boccoli neri, il volto candido, gli occhi colore del bistro in cui aleggiavano timore e curiosità. D’altra parte, io non ero di certo un bambino dai tratti latini: ero consapevole di sembrare una sottospecie di selvaggio.

L’uomo sorrise benevolo e mi fece segno di seguirlo. Attraversammo gran parte della città, allontanandoci dal porto fino a giungere ad una piccola insula nei pressi del palazzo municipale. Entrammo da una porta secondaria e cominciammo a salire e scendere diverse scale, finché ci fermammo davanti ad una piccola porticina che l’uomo aprì facendo tintinnare un grosso mazzo di chiavi.

Quando fummo dentro, l’uomo mi fece segno di sedermi sulla stuoia che faceva da letto e si mise davanti a me, con dietro la bambina sempre aggrappata alla toga. «Il mio nome è Flavio, mi occupo, oltre ad altro, anche degli schiavi del municipio: se hai qualche dubbio vieni sempre da me, va bene? Io non sono solito fare differenze fra liberi, liberti e schiavi, ma ricorda che sono l’unico a pensarla così, quindi non parlare con nessun altro oltre a me o ai tuoi compagni, altrimenti potresti passare dei guai, anche molto seri. Per il resto ti darò qualche lezione di latino, giusto quel tanto che tu riesca a leggere senza chiedere aiuto, ma anche questa sarà una abilità che dovrai tenere ben nascosta. I bagni sono al pian terreno e per i vestiti e la copia della chiave basta che chiedi a Livio, un liberto sotto i miei diretti ordini. Ora riposati, poi fra due ore, cambiato e pulito, presentati da me: chiedi ad alcuni tuoi compagni la via. Allora ci vediamo più tardi.» mi disse gentilmente. Quindi si girò rivolgendosi alla bimba: «Su andiamo Elia! », ed uscì, chiudendo la porta dietro di sé.

Elia. Almeno avevo scoperto il suo nome. Con il passare del tempo scoprii anche che era figlia di una delle famiglie più influenti di Atria, nonché nipote di Flavio: un sogno impossibile.

Nonostante ciò, quando alla sera io finivo prima di lavorare – aiutavo Flavio negli archivi del municipio – ci incontravamo di nascosto al porto, tutti incappucciati dentro dei larghi mantelli come dei mendicanti e giocavamo come dei pazzi fino al tramonto: in fondo non eravamo nient’altro che dei bambini, io di dieci e lei di sei anni.

La mia vita si svolgeva serena, ma tutto cominciò a complicarsi qualche anno più tardi. Una sera, come tante altre volte, ci sedemmo sulla banchina facendo ciondolare le gambe sopra l’acqua del mare e mangiando un po’ di pane. L’aria fresca della sera ci sfiorò il volto, facendo scivolare i cappucci dal capo. I suoi lunghi ricci si muovevano al vento sbarazzini, ancora lucenti come quand’era piccola.

Notando che la fissavo, Elia si voltò verso di me, con un sorriso malizioso. «Bè, cosa c’è Hylas, sembra che tu mi abbia visto per la prima volta! Qualcosa non va? Lo zio ti tratta male?»

Io mi affrettai a scuotere il capo, negando. «No, no! Flavio è una gran brava persona, ci mancherebbe altro! È solo che mi hai sorpreso: dopo tutte le ramanzine che ti sei presa, ancora porti i capelli sciolti … Sei proprio irrecuperabile come futura matrona!»

«Bè anche tu continui a portare i capelli lunghi, no? Anche se li raccogli in una coda, le cose non cambiano, sai? Comunque stai meglio così, staresti male se te li tagliassi».

Arrossii vistosamente e mi voltai a guardare il cielo per nascondere l’imbarazzo. Elia si mise a ridere, ma poi smise lentamente, mettendosi a fissare il pane fra le sue mani con tristezza. Preoccupato mi avvicinai a lei e le presi il volto fra le mani, costringendola a guardarmi, ma lei distolse lo sguardo. «Elia, cosa hai, stai male?» le chiesi preoccupato.

Lei scosse il capo. Poi sussurrò quella frase, quella maledetta frase che distrusse la mia vita, la vita che mi ero ricreato, quegli ultimi anni di felicità e mi ricondusse nel baratro della disperazione. «Hylas, non ci rivedremo mai più. Addio, Hylas». Poi si alzò in piedi, buttò il pane sul terreno e corse via, lontano da me.

Io la chiamai, urlai il suo nome, ma nulla servì a riportarla da me. In quel momento mi odiai, odiai il mio nome. Hylas. Hylas. Hylas. In quel momento, tanto era il dolore che mi straziava, che desiderai che la mia mente fosse annullata. Desiderai morire, poiché l’unico appiglio, l’unica luce della mia vita mi era stata tolta.

I giorni che seguirono li vissi come se fossi un burattino, senza dire una parola, seguendo semplicemente gli ordini. «Hylas, cos’hai? Sembri … sembri morto … » sussurrò Flavio preoccupato, passandomi un fascio di carte.

Io non dissi nulla, mi girai e portai la pila al suo posto, vicino ad una montagna di libri. «Non vorrai far preoccupare Elia … » Un brivido mi salì lungo la schiena, la gola mi si annodò, le mani mi vibrarono. Io la odiavo, o almeno cercavo di convincermi che fosse così, che mi avesse tradito, altrimenti il dolore mi avrebbe schiacciato.

«Ti prego, Flavio, – dissi con foga – non nominare più il suo nome. E se puoi, nemmeno il mio: Hylas è un nome fittizio, che mi riporta alla mente solamente brutti ricordi … » Flavio sospirò rassegnato e si rimise al lavoro.

Era primavera, quasi la metà del giorno. In realtà quella decisione l’avevo presa il mese prima, quando Elia era fuggita dal porto. Quando quel poco di felicità e fiducia mi si erano sgretolate davanti agli occhi.

“Sei fortunato, sai Hylas? Vorrei io essere al tuo posto! Flavio è un grande uomo ed è gentile pure con noi schiavi!” mi aveva detto una volta un mio compagno. Fortunato… Sono un egoista, mi lamento della mia vita, nonostante sappia che molti desidererebbero essere al mio posto. Ma io, quel giorno, chiuso nella mia stanza, le braccia sporte fuori dalle grate della finestra, avevo in mente solamente quella frase: “Hylas, non ci rivedremo mai più. Addio, Hylas!”. Io volevo non essere, non esistere, non vivere. Sì, Elia, non ci rivedremo mai più, pensai amaramente.

Ero stanco di soffrire, di sentire dentro di me quella lama che ogni mattina, ogni giorno, ogni sera ed ogni notte mi lacerava il petto, mi lacerava l’animo, mi lacerava. Elia, io ti ho amata. Sempre, fin dal nostro primo incontro, nonostante sapessi chi eri e che il mio sogno era un sogno impossibile. Ti ho sempre amata. Mi bastava vederti quel poco tempo alla sera, mi bastava esserti amico per essere felice. Ma tu, tu mi hai annientato. Totalmente, completamente, fin nel profondo della mia anima. Quando ti sei stancata di me, mi hai semplicemente gettato via, come si fa con uno straccio.

Mi rigirai il coltello nella mano. Lo avevo rubato dalla cucina e affilato personalmente. Lo avvicinai al polso. Un taglio netto, preciso. Il dolore mi accecò. Poi il sangue iniziò a colare dalla lama, a cadere sulla strada. Poi le urla.

Ora sono qui, alla finestra, il polso che mi pulsa, la voce di Flavio al di là della porta che mi urla di aprire, ed io nonostante tutto penso a te, Elia. Gli occhi cominciano a diventare pesanti, il coltello mi cade di mano, lo sento tintinnare sull’acciotolato.

«Hylas!» sento urlare dalla strada. Una voce famigliare, dolce, spaventata. Elia. Poi un botto, dietro di me. La porta cade, Flavio mi prende tra le braccia, vicino a lui diversi miei compagni, spaventati nel vedere la mia pelle scura essersi fatta diafana, le mie labbra tendenti al violaceo, i miei occhi farsi vitrei. Ma soprattutto il sangue, la scia sul terreno, il suo pulsare mentre esce da me.

«Hylas, ti prego resisti, abbiamo chiamato un dottore! Fra poco arriverà!»

Sorrido. «Fla … vio … mi pare … di avertelo … detto, no? … Non … chiamarmi … così …» sussurro con le mie ultime forze.

Flavio scuote il capo, forse sono lacrime quelle che gli rigano il viso, chi lo sa, ormai non riesco a vederci bene e la forza per alzare le braccia e afferrargli il volto si è dissolta.

Hylas. Odio questo nome, forse perché mi è stato imposto, forse perché mi ricorda che cosa sono e il mio passato senza radici. Nero, gli occhi mi si chiudono, comincio a perdere i sensi. Le voci delle persone che mi circondano cominciano ad allontanarsi. Poi, all’improvviso, tutto finisce.

Il sole splendeva nel cielo, filtrando tra le chiome degli alberi, fino ad illuminare l’iscrizione della lapide:

HYLAS M. A. (Hylas schiavo del Municipio di Adria)

Una ragazza, i neri boccoli ben acconciati, i vestiti da festa. Una sposa con in mano un fiore bianco. Osservava tristemente la tomba, mentre lacrime le scendevano lungo il volto magro e pallido. Si avvicinò fino a sfiorare con la mano il contorno della lapide, a seguire con le dita sottili e delicate l’iscrizione, poi vi appoggiò le labbra, baciandola. Quando si rialzò, appoggiò il fiore bianco sulla tomba e fece per andarsene. Addio, Hylas.

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Come citare questo articolo

Ilaria Panin. “Improvvisamente tutto finisce”. Ventaglio Novanta, n. 39, 2009. https://ventaglionovanta.it/archivio/improvvisamente-tutto-finisce/

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