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AMBIENTE - TURISMO - CULTURA

Alla Rosa di Bellombra

Festeggiati i 40 anni di apertura della trattoria che ha sempre portato in tavola i piatti della tradizione polesana

di Ventaglio Novanta

Ventaglio Novanta n. 40 2010 pp. 44–45

Una lotta all’ultimo chicco, è il caso di dire, quella che si è cavallerescamente combattuta alla Trattoria Alla Rosa di Bellombra, lo scorso settembre, in occasione dei suoi 40 anni di apertura, tra il riso di Grumolo delle Abbadesse, Presidio Slow Food, e il riso del Delta. Da una parte il presidente degli Agricoltori, Stefano Casalini per il Consorzio Risicoltori del Delta che ha messo a disposizione il riso con il vice di Cna, Lino Ponzetto, Alessandro Rigoni e Ca’ Polesine con Matteo Peretto a sostenere strenuamente i colori del Delta; dall’altra la pattuglia di Slow Food che parteggiava apertamente per il riso vicentino, uno dei suoi 11 presidi del Veneto.

I degustatori, rappresentati dai numerosi ospiti intervenuti non son riusciti a dirimere la questione e il primo round si è concluso pari e patta. In entrambi i risi sono state individuate caratteristiche di bontà e di gusto per cui sono entrambi consigliabili e degustabili con piacere imbanditi con cipolla, zucca o con quell’ottima mela prodotta dall’azienda Galassa di Gavello.

Non ci sono stati invece dubbi nel giudicare ottimi i màneghi di patate americane, una sorta di gnocchi che si imbandiscono proprio nel periodo di settembre, a sottolineare le feste dell’equinozio d’autunno, periodo in cui cadono alcune date significative come la Natività della Madonna e il San Michele. Màneghi, pane e grissini con patate americane di Monica Grandi, preparati Ferrarese&Menin confermano la bontà di questa eccellenza adriese che nel 1882 era già oggetto di commercio in Bassopolesine.

Ma sulla tavola è stato un susseguirsi di squisitezze e di bontà: la pinza alla munara, preparata dalla signora Valeria Dalla Torre di Stienta, il pecorino di Cavanella Po di Claudio Nardini. Quando si parla di pecorino del Polesine, molti fanno meraviglie, in realtà si ignora che sin dal 1400 è documentato il flusso di pastori che dal Monte Cimone, dalla Lessinia, e dalle Prealpi venete scendevano a svernare in Polesine con pascoli che erano assegnati dal 25 di novembre al 25 aprile festa di San Marco. E poi, con il latte di Ermes Bovo, il formaggio asarado della signora romena, Monica Usanu, un formaggio fatto cagliare con aceto, documentabile negli atti dei monaci certosini di Corcrevà sin dal secolo XV, ma già noto nella cucina romana col nome di melca.

Gustata pure la ciabatta natura, la polenta di mais bianco perla, altro presidio. Il tutto confortato dai vini gradevoli ed invitanti della azienda Valle di Papozze condotta dai giovanissimi Nadia e Fabio Rigoni. Insomma una filiera cortissima per questo appuntamento di “Dalla terra alla tavola” in una trattoria che ha sempre fatto della tradizione, della tipicità e del territorio il proprio cavallo di battaglia.

“Negli anni ‘60 il reddito in campagna – racconta Jolanda Frazzon, ormai novantreenne, per anni cuoca con i galloni conquistati sul campo – era ai minimi termini e quindi la scelta era quella di emigrare o di tentare vie nuove. Mio marito Ottorino ed io, nella diffidenza generale, iniziammo a coltivare il sogno di aprire in questa che era una casa bracciantile un agriturismo, di cui allora si iniziava a parlare. Ma la legislazione sugli agriturismo non era ancora stata perfezionata ed allora fu trattoria di campagna”.

“All’inizio – continua la signora Jolanda – gli avventori erano braccianti perché qui era zona di latifondo, successivamente cominciò ad affluire la città: Rovigo, Adria, Ferrara. La cucina era quella che io avevo imparato da mia madre. In sostanza la cucina della festa di una qualsiasi famiglia contadina: riso con i fegatini, le paste fatte in casa, i pasticci, i cappelletti, le lasagne, i tagliolini. E poi la faraona, l’anitra, l’oca, i tacchini, i salami di casa, i conigli, le carni ai ferri, le focacce”.

Insomma, nel pieno dominio della nouvelle cuisine e del trionfo dei polli d’allevamento, delle uova di batteria, si era timidamente iniziato a parlare di genuinità. Nei momenti celebrativi si rischia di fare retorica, però qualche verità bisogna pur dirla. Questo locale non ha potuto essere il primo agriturismo della provincia di Rovigo per i motivi detti in precedenza, ma è stato il primo luogo ove si è iniziato a fare cene etniche incentrate sulle risorse aziendali e sulla storia del territorio. La prima volta fu in collaborazione con la Minelliana e Turismo&Cultura, ormai tanto tempo fa. Ma c’è un altro primato. E’ stato il primo locale ad introdurre i menu stagionali, che cambiano col variare degli equinozi e dei solstizi.

A festeggiare il 40° della trattoria “Alla Rosa” era presente una nutrita colonia dei Rigoni, ritrovatisi per rinsaldare il loro legame, visto che sono scomparsi ormai quelli di prima generazione, ma anche perché sono stati i padrini della nascita di questo locale. Infatti il 31 ottobre del 1968 una cugina, Antida qui si è sposata consentendo di fare la prova generale per l’apertura ufficiale avvenuta nel gennaio del 1969.

Una storia davvero particolare quella dei Rigoni Püne, originari di Asiago, che dovettero lasciare l’altipiano dopo la prima guerra mondiale in quanto i pascoli erano stati distrutti o requisiti ai fini bellici. Alcuni Rigoni si fermarono nella Pedemontana, altri divennero contadini nei dintorni di Vicenza, altri ancora presero la rincorsa e giunsero sino ad Adria.

E alla serata di Bellombra, accanto a quella adriese vi era la rappresentanza di Asiago e di Vicenza, tutti d’accordo nel ritenere ottima la cucina polesana ormai degna di stare comodamente seduta alla tavola del Veneto.

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Come citare questo articolo

Ventaglio Novanta. “Alla Rosa di Bellombra”. Ventaglio Novanta, n. 40, 2010. https://ventaglionovanta.it/archivio/alla-rosa-di-bellombra/

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