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STORIA - TRADIZIONI

Veci e zoveni

Disea i veci: “badile ga tolto zapa, secondo l’omo la dona se cata”

di Graziano Beccari

Ventaglio Novanta n. 40 2010 pp. 82–83

Cinquant’anni fa, se un ragazzotto si fosse intromesso nel discorso fra grandi, o peggio, avesse tentato di trinciare pareri su argomentazioni in cui era indispensabile l’esperienza, veniva zittito bruscamente: “Tasi ti, ca te ghe ancora l’ombrigolo tacà a la napa”.

Non erano i tempi biblici di Abramo, ma quelli più prossimi ed equilibrati in cui vigeva il rispetto per l’anziano, che discendeva a sua volta dalla compostezza ieratica, dall’aver superato indenne tante prove, dalla straordinaria quantità di nozioni accumulate, fonte inesauribile cui attingere per la scuola della vita. Il vecchio è sempre stato, presso tutti i popoli e le culture, l’enciclopedia vivente da consultare in pace e guerra, la chiave per uscire dai labirinti inestricabili del dubbio.

Servono oggi i vecchi?

“Pararìa de no,…cossa xe che i sa lori de machine, de computer, de diavolezi, de internet… la gai mai vista na carta de credito?”

Messe così, le conclusioni da trarre parrebbero infauste, ed infatti chi non sa reggersi da solo, viene espulso dal circuito produttivo, e parcheggiato in luoghi pietosamente e ipocritamente indicati come ville del riposo.

In realtà questa che stiamo vivendo è la fase storica (unica ch’io sappia) in cui ci si ritrova a rinunciare ad una quota parte dell’esistenza. Prima ci pensava Madre Natura a stabilire dei limiti, ora l’uomo, convinto della sua quasi onnipotenza, ne ha stabiliti di nuovi e peggiori.

Nel concreto, non riuscendo a rincorrere un progresso (ma è poi tale?) troppo rapido, occulta il problema anziani che problema non dovrebbe essere, e li conduce in quella valle di Giosafat che è l’oblio in attesa che “La Siora Bettina la vegna a pescarli con la negossa (rete da pesca)”.

Superfluo spiegare “chi xe la Siora Betina”; meno immediata è invece la comprensione del detto: “L’onbrigolo tacà a la napa”, che era rivolto quale rimprovero ai più giovani. Si riferiva non proprio all’ombelico (onbrigolo) ma al cordone ombelicale, il quale ad ogni nascita – e nascevamo tutti in casa – dopo essere stato reciso dalla “comare” (levatrice) veniva appeso ad asciugare sotto la cappa del camino in ricordo di un’antichissima forma di augurio e fertilità. Nel Cuneese, dove ho vissuto alcuni anni, usavano celare quest’albero di trasmissione della vita nell’orto, al riparo di due tegole accostate, e questo si è protratto fino ai primi anni 50, quando il vento del boom economico spazzò via impetuosamente secoli di tradizioni e di credenze rituali profondissime.

“Ciò, adeso i zoveni i sa tuto lori,…voto vedare che sto mondo i lo ga inventà da la sera a la matina?” Per ciò che concerne il cambiamento di costume i giovani sono indubbiamente avvantaggiati. Certi argomenti scabrosi non si affrontavano una volta in presenza dei giovani, e se costretti si faceva ricorso a tutto un vocabolario degno della più navigata diplomazia. Adesso ci piombano direttamente in casa attraverso il video, immagini che fanno sobbalzare, e non c’è niente da ridere se ai nipoti viene spontaneo invitare i nonni a lasciare il salotto, giudicando quelle immagini inadatte e pericolose ai loro canuti capelli e al cuore ballerino.

“On manicomio,..ma digo mi, con tuto sto savere, me pare che no se sia gnanca più boni de combinare on matrimonio ca dura; andemo so Marte e barufemo In casa in’ leto e par la strada!”. Le cose più semplici e più naturali ci sfuggono, come al Don Ferrante Manzoniano, e a poco servono i pilastri del passato ormai sepolto, come i proverbi.

“Disea i veci: baile ga tolto zapa, secondo l’omo la dona se cata”.

Se uno nasce contadino (baile) è consigliabile che prenda in moglie (zapa), affinché il connubio fili speditamente.

Come si fa a dare un consiglio di questo genere oggi? Ne hanno visto troppe in TV (e quindi virtuali) per accettare serenamente un indirizzo logico. I maschi aspirano a possedere luccicanti auto di lusso, a diventare potenti manager davanti cui tutti tremino, ad avere a disposizione, oltre ad una moglie brillante e tollerante, un harem di concubine.

Le ragazze “non le vole stare de manco” e allora pretendono gioielli, ville principesche, abiti di firma, vacanze ai tropici, amanti focosi, e, “sa ghe ne vanza, on mario ca tasa e sapia portare i corni”.

Esagerazioni? Forse, ma quando queste fantasie si agitano incontrollate nei cervelli (acerbi) è facilissimo che espellano valori virtuosi ma ritenuti impraticabili, quali il sacrificio, il dolore, l’accettazione, la compassione (patire con). Insomma tutti vorrebbero avere, e, siccome nessuno vuol dare, dove andremo a prendere ciò di cui abbisognamo? Nel mondo dei sogni pericolosi per l’appunto.

Sparita la famiglia patriarcale e in fase di rarefazione perfino quella “moderna” fatta di padre, madre e uno o tutt’al più due figli, si va verso un mondo di single. Dove sono i fratelli, i cognati, i nipoti cui appoggiarsi? I vecchi non ci sono più, perché un sistema nervoso e immorale ce li ha fatti allontanare,…non sentiremo la loro mano posarsi sul capo per un gesto di sostegno, non udremo la loro voce rimproverarci con affetto, non ci saranno parole di pace e di saggezza cui appoggiarci.

Soli verso il nulla, con le nostre sicumere ed i cocci taglienti dei sogni infranti.

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Come citare questo articolo

Graziano Beccari. “Veci e zoveni”. Ventaglio Novanta, n. 40, 2010. https://ventaglionovanta.it/archivio/veci-e-zoveni/

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