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STORIA - TRADIZIONI

La pìetas, un valore universale

Non poche pratiche di fede si rifanno a forme di ritualità davvero antiche

di A. M. A.

Ventaglio Novanta n. 40 2010 pp. 88–89

Spesso, specie nella case rurali delle nostre campagne, alla devozione per la Madonnas’affiancava anche quella rivolta a santi “speciali”. Per quel che mi riguarda due ne ricordo in particolare, S. Antonio da Padova e Santa Rita da Cascia, che hanno accompagnato, con la loro discreta presenza, la mia crescita dall’infanzia alla giovinezza.

Sopra l’architrave della porta di casa in una nicchia – sbiancata ogni anno all’arrivo della buona stagione con una mano di calce – era collocata una piccola statua d’una trentina di centimetri di gesso colorato, o verniciato, non ricordo: un sant’Antonio con la testa leggermente reclina a guardare un bambinello sorretto dal braccio sinistro. Man mano che il tempo passava io crescevo e “lui” sbiadiva sempre più. Qua e là il gesso pareva sbocconcellato e l’aria dimessa del santicello era sempre più spenta.

Dentro in casa poi, sopra un vecchio cassettone stava una statuetta raffigurante Santa Rita, in veste monacale, con il velo che incorniciava una mesta dolcezza e la fronte sanguinante per la spina miracolosamente staccatasi dalla corona del crocefisso davanti al quale pregava. Le gocce di sangue della ferita avevano già perso la loro consistenza all’epoca in cui io la ricordo: soltanto qualche macchiolina rossa era rimasta qua e là. Quante volte ho ascoltato, non vista, le preghiere rivolte alla “Santa degli impossibili”! E, a completamento delle preghiere, un lumino di cera rossa ardeva giorno e notte davanti all’immagine.

Ora, queste due statuette esistono ancora. Scampate non so come a un’alluvione e sopravvissute a vari traslochi, stanno nel buio polveroso del sottotetto della mia nuova casa e chissà se sono ancora “in grado di esercitare la loro funzione protettiva”.

Certo è che proprio a loro era affidato lo stesso compito che gli antichi romani affidavano ai LARI, gli spiriti degli antenati che, divinizzati, diventavano spiriti protettori della casa.

La persistenza di questo concetto è presente nella parola focolare: foco (fuoco) + lare, appunto spirito protettore del fuoco domestico. Ma si può dire di più. Nella cucina di molte case di campagna era uso appendere ai lati del focolare le foto dei “vecchi” oppure collocarle contornate da lumini accesi su una mensoletta ricoperta da una tela bianca bordata di pizzo sempre poco lontana dal focolare.

Ci si faceva il segno della croce di fonte a queste foto e si innalzava una muta preghiera non ai santi, ma ai parenti nella convinzione che anch’essi, una volta defunti, si caricassero di energia protettiva. (Anime sante del purgatorio!).

Anche quest’usanza, oggi non più rintracciabile nelle nostre campagne, faceva parte di un complesso di tradizioni e riti ereditati dalla cultura pagana e accolti dalla Chiesa senza contrasto, anzi facendoli suoi poiché la pietas, ovvero il sentimento di devozione, rispetto, affetto amore è un valore universale che non intacca i dogmi.

Riti della Chiesa che hanno origine precristiana sono le novene, i tridui, la benedizione e le rogazioni: pratiche del tutto usuali fino a pochi decenni fa.

Le NOVENE e i TRIDUI, della durata rispettivamente di 9 e 3 giorni, hanno sostanzialmente il medesimo scopo, ottenere grazie (chi non ricorda i numerosi tridui nel 1951 sull’argine del Po?) e il primo anche preparare i fedeli a una festività solenne come accade a Natale.

La BENEDIZIONE, ovvero l’insieme di un gesto e formule, è riscontrabile in tutte le religioni ed è volta a trasmettere attraverso colui che ne ha l’autorità (il sacerdote) la protezione e il favore del dio.

Le ROGAZIONI (lat: rogatio = domanda, richiesta) con processioni, suppliche, litanie chiedono, invocano la protezione divina sui raccolti.

Queste pratiche religiose, troppo simili ad analoghe cerimonie pagane (a Roma c’erano specifici collegi sacerdotali preposti alle pratiche richieste dalle varie necessità dei “fedeli”) furono in parte abolite dal Concilio Vaticano II. Tuttavia la tentazione di ricorrere a queste suppliche in situazioni disperate o molto gravi, riappare specie nei momenti in cui a lungo si protraggono fenomeni atmosferici avversi, come siccità o eccessiva piovosità generatrice di temute alluvioni!

Questa manifesta eredità dal mondo antico mette bene in evidenza come l’uomo, a qualunque tempo o società appartenga, rimane per certi aspetti sempre uguale a se stesso.

Legate ad un passato davvero lontano sono sicuramente anche altre manifestazioni molto meno caratterizzate da spirito religioso, tipiche della cultura popolare veneta.

Tra queste voglio ricordare i roghi accesi nella vigilia della festa dell’Epifania. Derivano da antichissime pratiche, concepite come un invito al sole, che appare lontano, affinché si avvicini alla terra per ridonare calore e quindi assicurare i due elementi fondamentali dell’alimentazione, ovvero il pane ed il vino. E proprio per questo la festa dei roghi, derivata dall’antico rito solare, nel veronese e nel trevigiano dove tuttora è in uso, è chiamata panevin.

Una manifestazione popolare molto sentita questa, semplicissima nella sostanza, che aveva un ampio riscontro popolare giacché tutti contribuivano a formare i mucchi di sterpaglie, cespugli, rami secchi che poi venivano accesi dal più giovane dei presenti.

A Rovigo era anche molto sentita la liturgia della luce. Oltre all’Epifania, il 2 febbraio si festeggiava S. Maria della Candelora, a ricordo della purificazione di Maria al tempio 40 giorni dopo la nascita del figlio. Varie le fasi rituali: si partiva con una solenne benedizione delle candele, poi la distribuzione, infine i fedeli, reggenti ognuno una candela accesa, portavano in processione le immagini di Maria e di Gesù. Le piccole candele si sono sostituite alle grandi torce collettive dell’Epifania.

La chiesa ha fatto dunque proprie le feste del folklore pagano; per così dire le ha assimilate rendendo più comprensibile la propria liturgia dell’anno, tant’è che per il 25 marzo – all’inizio della primavera – ha proposto la festa dell’Annunciazione, cioè del misterioso divino ingravidamento di Maria, chiaro riferimento al culto pagano relativo all’avvenuta fecondazione della terra.

Indirizzato e corretto (per es. i fuochi dell’Epifania potevano essere accesi per illuminare la strada ai Re Magi) il folklore risultava utile alle proposte liturgiche e catechistiche della Chiesa.

Si può concludere dicendo che, come nell’antichità durante il processo di feconda maturazione della terra erano chiamate a vigilare ancestrali divinità femminili, anche nel tempo della chiesa è richiesto un patrocinio femminile (la Vergine Madre) sull’andamento dei frutti della terra che si trasformano in cibo e, quindi, vita e salute per l’uomo.

Impossibile negare l’analogia tra profano e sacro o, per meglio dire, la continuità tra passato e presente.

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Come citare questo articolo

A. M. A.. “La pìetas, un valore universale”. Ventaglio Novanta, n. 40, 2010. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-pietas-un-valore-universale/

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