“All’inizio del Novecento Pontecchio era un paese industriale, uno dei centri di lavorazione della canapa più importanti del Polesine, capace di attirare lavoratori anche da altre località della provincia”. Ce lo ricorda con voce appassionata Angelo Dall’Occo (detto Nino), autore fra l’altro dello scritto “Una storia vera”, dedicato alla memoria del padre Mario e insignito nel 2006 del primo premio alla IX edizione del concorso nazionale indetto dalla rivista “LiberEtà”, che lo ha poi pubblicato.
Nell’arco cronologico che va dal 1893 al 1975 (gli anni della vita del padre Mario, e in parte di quella di Angelo, il figlio che ci parla) sono stati segnati dal duro lavoro. “A Pontecchio – ci dice Angelo che incontriamo con la moglie nella sua abitazione in via Roma – le opportunità non erano molte e le condizioni spesso difficili. I contadini erano impiegati dagli agrari a “compartecipazione” e ottenevano appena il 22 per cento del raccolto come compenso di tutto l’anno”.
I canapini, invece, avevano contratti “a cottimo”, e il loro era un lavoro duro, malsano e complesso: dal taglio alla battitura; dalla legatura degli steli di uguale lunghezza e ben disposti, prima in fasci più piccoli (i “faioli”) e poi in altri più grandi (le “torse”), alla macerazione. Finalmente si procedeva a “cavare el cànego”, separando la fibra dallo stelo. Ma per completare l’opera i faioli dovevano passare poi attraverso due macchine: la “scavezadora” e la “gramola”.
Tempi che sembrano lontanissimi. A ricordare quest’attività del tutto sconosciuta ai giovani d’oggi, a Pontecchio c’è attualmente l’intitolazione di una strada: via dei Canapini.
“In quegli anni – ricorda Angelo – si iniziava a lavorare già da bambini, ancora prima di andare a scuola. Ho cominciato ad andare in campagna all’età di cinque anni e mezzo: mi alzavo alle quattro e mezza o alle cinque della mattina e rientravo dopo il tramonto. Si lavorava da sole a sole”. Lavorare era necessario per il sostentamento della famiglia, ma era anche faticoso: al contrario, al piccolo Angelo, detto Nino, piaceva studiare e la scuola risultava ancora più gradita perché era vissuta come “riposo dal lavoro”. Da marzo, però, alla fine dell’inverno, si riprendeva ad andare nei campi.
Il tempo dell’anno era scandito allora da una data particolare, il 29 settembre, giorno dedicato a San Michele: in quella giornata scadevano i contratti di affitto e le famiglie talvolta erano costrette a cambiare casa, traslocando ovvero facendo il “sammichièle” sotto gli occhi dei compaesani. Era una realtà misera: spesso le case erano tuguri e il cibo scarseggiava. “Quando ero ragazzo – ricorda Angelo Dall’Occo – dicevano che avevo sempre fame ma non c’era molto da mangiare. Avevamo solo la polenta: il pane era disponibile non più di tre o quattro mesi all’anno, nel periodo della mietitura”. Tanta fatica, tanto sudore ma anche tanta fame e scarsi guadagni.
Mario Dall’Occo, il padre, si impegnò molto per riscattare sé ed anche i compaesani da questa condizione. “Nonostante avesse conseguito solo la terza elementare – racconta ancora Angelo – leggeva tutti i giorni “Il Gazzettino” e lo faceva a voce alta, anche in campagna, a vantaggio degli altri lavoratori semianalfabeti”. In seguito ebbe la possibilità di seguire un corso serale per conseguire il diploma di quinta elementare: dopo cinque o sei lezioni, però, il maestro si accorse delle sue capacità e Mario raggiunse in poco tempo il suo obiettivo. Fu attivo nel sindacato e, insieme alla moglie, avviò la locale Cooperativa popolare o Lega socialista in un locale presso la Crosara (all’incrocio che oggi è regolato da un semaforo), dove si vendevano alimentari e che fungeva anche da trattoria. Negli stessi anni, dal 1919 al 1924 Sante Dall’Occo, fratello di Mario e quindi zio di Angelo, fu sindaco di Pontecchio.
Questo periodo felice, però, terminò con l’ascesa progressiva del Fascismo: “La cooperativa – racconta Angelo – fu requisita. Mio zio fu cacciato con la forza dal Municipio”. I Dall’Occo sperimentarono così un nuovo capitolo della storia italiana: l’emigrazione. L’evolvere della situazione politica limitava le possibilità di lavoro e rendeva difficile la permanenza in Italia: per questo, a turno, i fratelli e la madre di Mario partirono alla volta del Brasile.
Partirono tutti fuorché Mario che, con la moglie e i figli, non riuscì a emigrare prima che fossero chiuse le frontiere. Si avvicinava una nuova guerra e toccò ad Angelo partire soldato. “Il 10 giugno del 1940 – ricorda – tutti gli abitanti di Pontecchio erano in piazza ad ascoltare alla radio l’annuncio di Mussolini”. Per Angelo l’esperienza militare fu relativamente tranquilla fino all’8 settembre del 1943. “In quei giorni mi trovavo vicino a Tolone: dopo il messaggio di Badoglio, ci fu una Babilonia straordinaria”. L’esercito italiano allo sbando fu fatto prigioniero dai tedeschi ci fu il trasferimento nel nord della Francia, dove Angelo riuscì fortunosamente a fuggire, unendosi per un periodo ad un gruppo di partigiani francesi. Alla fine della guerra ritornò a Pontecchio.
Qui molte cose stavano cambiando. Non era facile trovare un lavoro. La canapa veniva sostituita dalle fibre sintetiche. Angelo riuscì a lavorare per un periodo allo zuccherificio di Polesella ma la situazione non riusciva a decollare. Venne poi la disastrosa alluvione del 1951: “Io fui sfollato a Parma – ricorda – mentre i miei genitori non vollero allontanarsi dal paese e trovarono ospitalità, presso il bar trattoria ‘La Vecia’, al Passo di Pontecchio”.
Anche in seguito, per Angelo non fu facile trovare un lavoro e fu costretto a emigrare, ma i tempi erano cambiati: la meta non era più oltre l’Oceano, bensì la città industriale di Milano, dove riuscì ad essere assunto come operaio all’Alfa Romeo. Partito da solo, dopo qualche tempo fu raggiunto dalla moglie e dal figlio piccolo.
Anni di duro lavoro, ma anche di soddisfazioni per gli evidenti miglioramenti e la tranquillità economica raggiunta, fino al raggiungimento del tempo della pensione. Ed allora ecco farsi vivo il richiamo del paese natio, per cui Angelo Dall’Occo, insieme alla moglie Adriana, decide di tornare a vivere a Pontecchio.
Ma Angelo non è uno che si rassegna all’inattività, ed eccolo pronto ad impegnarsi nel sociale presso la locale sezione dell’Auser e a ricordare – a voce o con gli scritti – un secolo in cui la sua vita, quella del padre e dei famigliari si è intrecciata con le vicende spesso amare della storia d’Italia.
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Come citare questo articolo
Mattia De Poli. “Angelo Dall’Occo e Pontecchio”. Ventaglio Novanta, n. 40, 2010. https://ventaglionovanta.it/archivio/angelo-dallocco-e-pontecchio/