O di et Amo quare id faciam fortasse requiris nescio, sed fieri sentio et excrucior Catullo
Ti odio e ti amo ti chiederai forse come io faccia non lo so, ma accade in me, e mi tortura
Odi et Amo. Odio e Amo questa notte grigia che mi costringe a confrontarmi con me stesso. C’è la stanchezza che rende insopportabile un altro vis a vis, c’è la noia di guardare a riva sapendo già cosa frolla la risacca. Meglio cercare altrove.
La mia notte comincia quando un nuovo giorno è già iniziato da tre ore. Prima, come ogni martedì comandato, la partita con gli amici e la pizzeria. Lupi spelacchiati, una volta si giocava per vincere, oggi per portare a casa la pelle, ma soprattutto legamenti e caviglie. Sic transit gloria mundi.
Ora, finalmente sono solo. La città è una cacofonia di semafori e lampioni, fari, insegne fanali, finestre ancora accese. Odio i suoni della luce artificiale, non è musica questa. La musica è silenzi e pause. Fuggo da quel rumore accecante, la riva di un fiume fuori città saprà bastarmi.
La notte profonda mi piace perché è grigia in modo onesto. E’ costruita artigianalmente mescolando il bianco e nero di un film di Wenders: il nero del nulla con un tocco di lontanissima luce. Il cielo sopra l’Adige.
Guardo, ascolto. Ora ritrovo la mia musica, la notte è pausa, la luce delle stelle una scala ascendente. Stanotte non voglio essere me stesso. Odi et Amo, Nihil, Metamorfosi.
Potrei essere una stella. Il buio raggruma le idee, associa e scinde. I confini e i paletti non si distinguono più, almeno per un po’.
Mi chiedo se le stelle possano davvero essere tutte le persone che ho amato e perso per sempre. O tutte quelle che non ho mai potuto stringere. Penso a mia madre. No, non è il caso. Ogni astro è un corpo morto. Quando la sua luce giunge a noi, in realtà ormai è già spento. Le stelle sono farfalle diafane trafitte da uno spillo che le tiene inchiodate al pannello lugubre di un museo oscuro, infinito.
Pensare a te come a una stella sarebbe come vederti morire due volte. Preferisco immaginarti finalmente libera da dio e dagli uomini, in un luogo lontanissimo come solo una porta chiusa accanto sullo stesso pianerottolo può essere. Certo però che a volte il tuo silenzio, più che una musica, è un assedio.
La terra sembra espirare le sue essenze più intime. Un sottile alito di nebbia increspa il fiume.
Sto bene qui solo, di notte non c’è traffico, la mente può sorpassare e volare. Ma la mia metamorfosi è ancora incompiuta.
O forse, vorrei solo innamorarmi ancora una volta.
Ricordo all’improvviso che anni fa la cometa di Hale-Bopp passò di qui. Era marzo, sfilò agile tra Cigno e Andromeda. Ci fece regale visita qualcosa che solo gli egizi, 2.400 anni prima, avevano già visto. Mi impressionò molto in quei giorni pensare che il prossimo passaggio dell’astro sarebbe avvenuto tra qualche eone. Miliardi di vite in un cartoccio di caldarroste cosmiche.
Ecco, stanotte potrei essere una cometa.
Confesso che mi piace il tuo vagare per lo spazio, quelle traiettorie morbide e ricurve che disegni. Che la linea retta, è per chi ha fretta…
Quando sei arrivata, eri misteriosa come un foulard che cinguetta col vento solare, tutta avvolta nel tuo tulle di pulviscolo antico. Ma non mi innamorai di te per questo. Mi affascinò perdutamente il tuo percorrere lunghe parabole, il tuo innescare corse ondulate perdendo a ogni metro una parte di te. Lingerie ai piedi del letto, la scia che lasci. Mi ci perdo. Ricordo di averti sbirciata sui giornali come un amante timido. Di averti pensata spesso così vicina nel tuo ineffabile distacco, nel tuo vagare senza senso per l’universo che somiglia tanto al mio.
Sarò quindi cometa per qualche minuto, o ora, o millennio. Ti seguirò, e ci sia il cielo lieve. Poi, tornerò al mio Odi et Amo.
Odio e Amo questa notte grigia. Odio e Amo questa vita. O più semplicemente, l’inconveniente di essere nati, e dover a ogni costo essere noi stessi.
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Come citare questo articolo
Massimo Bergamini. “Il cielo sopra l’Adige”. Ventaglio Novanta, n. 40, 2010. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-cielo-sopra-ladige/