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NARRATIVA

L’invito

racconto fantastorico di Gabbris Ferrari

di Gabbris Ferrari

Ventaglio Novanta n. 40 2010 pp. 118–123

Ottaviano osservava l’uomo che gli stava davanti con un misto di simpatia e di curiosità. Il Principe romano era di spirito arguto e un attento osservatore dei particolari e, come in altre rare occasioni, anche quel giorno la presenza del particolare ospite lo divertiva.

Di quel famoso personaggio lo attraevano quei piccoli gesti ripetuti meccanicamente, il rossore improvviso che, gli affiorava sulle guance, nonostante la carnagione fosse piuttosto scura. Ciò gli accadeva, in particolare, quando avvertiva di essere oggetto di attenzioni. Le sue mani, minute, come spesso hanno gli uomini corpulenti, erano in continuo movimento. L’imbarazzo di quell’ospite era più che comprensibile visto che non era certamente affare di tutti i giorni ricevere una convocazione privata dall’attuale arbitro assoluto dei destini di Roma: Cesare Ottaviano, figlio adottivo del grande Giulio Cesare. La sua clamorosa vittoria sull’esercito di Bruto e di Cassio lo aveva posto, ormai, in una posizione di solido potere e di lì a pochi anni il popolo di Roma gli avrebbe messo sul capo la corona di Imperatore.

Tuttavia, anche l’uomo al suo cospetto non era certo di basso profilo. Si trattava infatti di un poeta già conclamato universalmente. Il suo instancabile lavoro, il suo rigore letterario e un carattere forte lo avevano portato, passo dopo passo, ai vertici della poesia. In ogni caso Orazio meritava pienamente la fama e il rispetto che Roma concedeva con generosità ai sui cantori più alti.

In quella particolare occasione Ottaviano aveva convocato il poeta non a palazzo ma nella sua stessa dimora, e ciò per rendere più intimo il colloquio e superare in tal modo ogni formalità. Tutto ciò avrebbe sicuramente favorito l’esito dell’incontro, il quale prevedeva la conclusione di un disegno che Ottaviano coltivava da tempo e che riguardava precisamente Orazio, un progetto che sarebbe tornato utile ad entrambi. Almeno così pensava il futuro Imperatore.

“Vale Orazio Flacco! Gli dei ti conservino, ti trovo in buona salute e ciò mi rende felice”, disse il Principe tanto per aprire la conversazione. Mentre gli porgeva il saluto lo sguardo passo fugacemente sulla pancia di Orazio che, accortosi di quella occhiata, non riuscì a trattenere l’invasione del rossore sul viso mentre nel contempo tentava di comprimere, in qualche modo la pinguedine. “Ti sapevo malato di questi ultimi tempi”, soggiunse Ottaviano.

“Sei moltro gentile, Principe, ti ringrazio di cuore!”rispose Orazio con aria un po’ sofferente. “Ma son costretto a considerare le tue parole come un augurio poiché ciò che vedi del mio florido aspetto non è che apparenza purtroppo” continuò con una voce un po’ tremula. “La mia salute è malferma, invecchio rapidamente…, sono molte le parti del mio corpo che mi danno tormento”. E si trattenne con evidente pudore dallo scadere in particolari imbarazzanti. Proseguì invece con un tono di voce sempre più flebile: “Ti annoierei a morte elencandoti tutti i mali che mi affliggono e tutte le difficoltà che incontro a vivere le mie giornate”.

Entrambi continuavano a girare intorno ai motivi di quella convocazione, anche se Orazio ne aveva un vago sentore e aspettava, con una certa impazienza e una fastidiosa inquietudine, che Ottaviano si decidesse di venire al punto.

Ottaviano, si era alzato dal suo scranno e, scusandosi con l’ospite, era passato ad un piccolo tavolo dorato e scolpito finemente, ingombro di rotoli e di documenti. Leggeva e firmava alcuni fogli di papiro che, ad uno ad uno, gli porgeva con molta grazia, non priva di solennità, un giovane segretario che indossava una bianca tunica di tessuto finissimo resa ancor più elegante da una bordatura dorata, molto di moda in quel momento, che l’Aristocrazia romana chiamava “alla greca”.

‘Che bella creatura! – commentò fra se il poeta – foss’io stato così da giovane’. Si rammaricò e pensò a quanto tempo era trascorso dall’ultima volta che era entrato in palestra alle terme, o preso parte ad una lezione di portamento da quel buon Democrito, maestro di eleganza. Per non parlare poi del vestire! E qui Orazio provò un vero sconforto; rivolse a se stesso una rapida occhiata e fu invaso da un sentimento di sincera compassione. ‘Guarda questa toga grossolana, cade da ogni parte, questa tunica verdolina stinta e sdrucita per le molte rilavature; andrebbe appena bene sotto la mia vigna. Ma come ho potuto presentarmi ad un invito di Ottaviano così male in arnese?’ Rimuginò fra sè il poeta. Ad alleggerire il pesante fardello dei suoi pensieri gli venne in soccorso il sorriso di Ottaviano che dal suo tavolo gli faceva cenno di pazientare ancora un poco poiché stava per concludere le sue incombenze.

‘A ben riflettere – si disse Orazio guardandosi intorno e osservando più attentamente la ricchezza dei marmi e delle pitture che ornavano quella sala – certo che costui è diventato davvero potente. Anche se un po’ mi costa ammetterlo bisogna riconoscere che in fondo è un uomo gradevole, erudito e di spirito magnanimo. E meno male, perché se così non fosse io avrei di sicuro finito i miei giorni nelle miniere apuane, o in una cava, dove si estrae il marmo che riveste le pareti di questa magnifica stanza. Tutto sommato – rifletteva Orazio – la vendetta di Ottaviano dopo la vittoria fu meno dura di quanto non temessero gli sconfitti. Certo erano molti allora i giovani che al pari di me seguirono l’esercito di Bruto e di Cassio e degli altri che pugnalarono Cesare. Ognuno di noi coltivava un sogno, un grande ideale, una speranza, l’illusione di una nuova era. Sono ancor oggi convito che fu Mercurio a salvarmi la pelle a Filippi poiché i miei piedi diventarono cosi rapidi nella fuga che fui imprendibile sia dagli amici che dai nemici’.

Ripensare a quell’esperienza gli procurava sempre una sorta di furioso rancore verso se stesso, non perché rinnegasse le ragioni di quella sua partecipazione alla guerra ma forse perché non aveva trovato nelle pieghe del suo carattere quello spirito eroico che egli tanto ammirava nei veri condottieri. Per fortuna, a toglierlo da quel disagio che cominciava a procurargli un ansia crescente, nel momento stesso in cui Ottaviano licenziava con un gesto affettuoso il suo giovane segretario, dal fondo della sala, un angolo avvolto dalla penombra, arrivò inaspettata una voce che Orazio conosceva molto bene.

“Cesare non ti far incantare da questo poeta imbroglione!” – disse Mecenate venendo verso di loro con passi veloci -. Pur di essere lasciato in pace e tranquillo nel suo eremo campagnolo sarebbe capace di inventare le cose più incredibili. Sono anche certo che aggiungerebbe altrettanti malanni ai cento che già lo affliggono e dei quali, sicuramente, ti ha fatto ampia descrizione.”

Mecenate parlava un latino perfetto ed oltre ad essere egli stesso un valente scrittore, la qual cosa non gli procurava il minimo orgoglio, possedeva una cospicua ricchezza accompagnata da uno spirito magnanimo, ciò lo rendeva felice quando poteva sostenere gli artisti e gli consentiva amicizie potenti.

Il rapporto fra Orazio e Mecenate era cresciuto nel tempo e si era consolidato in un legame fatto di lunghe conversazioni, spesso notturne. La diversità dei rispettivi caratteri e delle abitudini (Mecenate elegante e mondano, Orazio più schivo e solitario) garantiva un sodalizio di straordinaria energia intellettuale. Il Principe Ottaviano, dal canto suo, teneva in gran conto le opinioni e i consigli di Mecenate ma ancor più, nella sua visione molto concreta del potere, considerava vantaggiose al suo progetto le importanti relazioni, le amicizie e la condizione economica del patrizio, al punto da tenerlo, negli anni che precedono l’ascesa al soglio dell’Impero, fra i suoi consiglieri più fidati.

Quella convocazione di Orazio Flacco nella casa di Ottaviano era, in gran parte, un’idea di Mecenate condivisa, tuttavia, dal figliastro di Giulio Cesare. A dire il vero qualche riserva c’era da parte di Ottaviano, egli ricordava perfettamente i trascorsi del poeta e il suo ruolo di tribunus militum nell’esercito dei cesaricidi a Filippi.

‘A pensar bene – riflettè il principe – mentre si avvicinava ai suoi ospiti, anche il fatto che un tempo Orazio fosse avversario della mia gente può essere un vantaggio. Notevole l’idea di Mecenate: utilizzare un vecchio nemico per celebrare il nuovo corso’.

Il gruppetto aveva lasciato la bella sala delle udienze e si era appartato in un piccolo giardino adiacente che sprigionava un intenso profumo di rose, le quali spuntavano da ogni parte in quel luogo incantato. Ma ciò che più aveva attratto l’attenzione e acceso la curiosità di Orazio era una statua di fattura eccezionale appena nascosta dai giovani rami di un salice: una copia in marmo del Diadumeno di Policleto. La statua era in fondo al giardino, bellessima, ma al posto della testa originale lo scultore aveva innestato quella di Ottaviano. Il particolare incuriosì Orazio che già meditava di approfondirne le ragioni, ma ad interrompere la concentrazione del poeta per quel dettaglio giunse la voce di Mecenate che ruppe il silenzio di quel momento.

“Cesare – disse Mecenate comodamente seduto su uno degli splendidi piccoli scranni di cedro del Libano – questo signore produce nel suo vigneto un vinello sabino che potrebbe onorare lo stesso Giove…”

Orazio lo fermò prontamente: “Vedi generoso amico, anche per questo vorrei poter passare più tempo con coloro che amo, specialmente in questa stagione con le sue notti dolci e profumate, ma credimi, il lavoro mi rende docile schiavo e passo il mio tempo sulle carte e a volte un solo verso o una parola mi tengono fisso e concentrato anche per ore e in certi momenti…”

“Sappiamo, sappiamo – intervenne Ottaviano interrompendolo – sappiamo bene con quanta perfezione costruisci i tuoi carmi, quanto sudore su quelle tue carte”. Nel frattempo aveva sfilato dal risvolto della manica alcuni fogli che passava, meccanicamente, con noncuranza, da una mano all’altra: “Ti debbo fare un rimprovero Orazio Flacco.”, disse cambiando improvvisamente espressione e tono di voce.

Orazio reagì con un sussulto, dal momento che ben conosceva i metodi praticati dai potenti e il loro modo di cominciare con un sorriso per finire con un veleno. Il coraggio non era la sua migliore qualità e istintivamente si mise sulla difensiva, chiedendosi, non senza apprensione, cosa in fondo volessero quei due signori da lui. Ma perché non si veniva subito al dunque?

“Abbiamo saputo – disse Ottaviano, guardando Orazio negli occhi – che ti accingi a pubblicare un nuovo libro, un’opera di cui si parla già come di un grande evento letterario. Sappiamo, inoltre che molti di questi componimenti sono dedicati ad amici comuni, personaggi in vista che noi ben conosciamo e tutto ciò ti onora e onora questa città. Ma per Ottaviano?… per me scarsa considerazione a quanto pare, come è già accaduto con le tue satire…, come interpretare questa mancanza, come ignorare questa evidente lacuna?”.

Orazio aveva il cuore in gola, il sangue gli batteva alle tempie come un martello ed esagerando si vedeva già suicida, disteso sul freddo marmo. Come avrebbe voluto che in quella difficile situazione gli fosse accanto l’ombra di Epicuro, il maestro che sempre l’aveva idealmente soccorso nei momenti difficili.

“La stima che ti porto annulla ogni divergenza – aggiunse Ottaviano, accortosi del disagio provocato dalle sue parole – e ciò sa molto bene Mecenate, nostro comune amico”.

Mecenate annuì e per Orazio fu come gli avessero tolto un peso dallo stomaco anche se era ben consapevole che la partita non era ancora finita e che la seconda bordata sarebbe stata più dura della prima.

“Ti prego – proseguì Ottaviano, allo scopo di introdurre l’argomento – leggi un brano di questa tua lirica, una delle tante che hai dedicato a Mecenate.” E nel dire questo, non senza un velo di ironia, Cesare gli passò uno dei fogli che teneva in mano. Attese che Orazio lo ricevesse, posò il dito sul foglio ad indicare un punto preciso e poi si allungò nel suo scranno e si mise comodo. “Leggi qui!” gli disse.

Il tono dell’invito era perentorio, impensabile ogni tentativo di esimersi dall’ubbidire e Orazio, un po’ controvoglia, cominciò a leggere.

“ Tuque pedestribus dices historis proelia Caesaris Maecenas…”¹. Letto il verso, Orazio appoggiò il foglio sul tavolo e attese in silenzio che qualcuno parlasse.

“E’ proprio questo il punto, mio caro poeta, – disse con foga Ottaviano – è proprio questo che devi comprendere. Tu stesso dovrai essere il cantore della nuova Roma, del mondo nuovo che mi accingo a costruire. Tu non Mecenate! Pensa Orazio, mi aiuterai nella corrispondenza, e nelle cose letterarie, potrai scrivere a tuo piacere, tranquillamente; comporrai i tuoi versi con la massima libertà d’espressione e nell’agiatezza. In cambio – proseguì Ottaviano che finalmente stava per arrivare al dunque – ti chiedo solo di scrivere, quando ve ne sia l’occasione, di me e della mia famiglia, decantare i destini della gente Iulia e delle imprese che ho condotto e che condurrò in futuro per consolidare e fare sempre più forte Roma nella sua grandezza.”

Ottaviano si interruppe e Orazio assunse un espressione seria e pensosa. Sapeva che da quel momento le sue parole avrebbero deciso, in un modo o nell’altro, tutta la sua vita e pensò che era il momento di sfruttare la sua abilità dialettica. Una cosa gli era chiara più del sole: a nessuna condizione avrebbe accettato la proposta di Ottaviano, ma sapeva bene che per cavarsela avrebbe dovuto scendere a qualche compromesso.

“Principe – disse – tu mi onori e mi lusinghi e non avrei osato pensare che la vita così solitaria e noiosa mi avrebbe riservato un tale privilegio; di certo mio padre ne sarebbe orgogliosissimo. Anzitutto vorrei rassicurarti sulla questione che poco fa ti stava molto a cuore e che riguarda le mie liriche recenti. Ho il piacere di informarti che sto lavorando, in segreto, ad alcune dedicate a te e alla tua famiglia e delle quali lo stesso Mecenate è all’oscuro”. E qui Orazio mentì dal momento che si trattava solo di qualche idea sparsa, di qualche abbozzo. Ma per essere ancor più convincente improvvisò un paio di versi che avrebbero dovuto figurare in una di quelle poesie: “Caesar te minor laetum aecus orbem tu gravi currum quaties olimpum”².

Ottaviano era letteralmente euforico e stava per esprimere il suo compiacimento, ma Orazio fu abile ad anticiparlo: “Io sarei ben felice di vivere in questa magnifica casa, disse con la sua voce tremula, curare i tuoi interessi, celebrare le tue gesta e frequentare le persone care ad entrambi, ma son costretto a rinunciarvi perché troppa è la stima e il rispetto che ti porto e per nulla al mondo farei un danno alla tua casa e a te medesimo”.

I due che lo ascoltavano ebbero qualche momento di smarrimento, ma il poeta proseguì pacatamente: “Partiamo dal motivo più semplice ma non per questo meno dannoso ad un impiego come quello che tu mi offri: la memoria, io difetto di memoria Principe, dimentico le cose, gli appuntamenti, le persone. A volte cerco per interi giorni, senza alcun successo gli oggetti o i libri che io stesso ho riposto in luogo sicuro per essere facilmente ritrovati. Secondo impedimento, molto più grave del precedente: da molti anni ho acquisito l’abitudine di dedicare al lavoro gran parte della notte e solo in questo modo le muse notturne mi aiutano a scrivere. Per questo motivo devo dormire durante il giorno, a cominciare dal primo canto del gallo. Ma dove si è mai visto il segretario di un Principe che prende sonno quando tutti gli altri si alzano e a causa di ciò non appronta il lavoro della giornata e non predispone per il suo padrone tutto il necessario ? Terzo grave difetto, forse il più inconciliabile con la carica che mi offri: è la bizzarria e l’incostanza del mio umore. Chi mi conosce si rende conto solo in parte di questa mia tragedia, io attraverso dei lunghi periodi di assoluto mutismo, incapace di pronunciare verbo e in quei momenti vivo un totale isolamento, non comunico con anima viva, non perché io non lo voglia ma perché non posso. Se poi si considera oltre a tutto ciò la malferma salute di cui ti parlavo poc’anzi, Cesare, ti sarà facile valutare le conseguenze e cercare un’altra soluzione che escluda totalmente la mia persona. Credimi, nobile e generoso Ottaviano, assumendomi rischieresti di arrecare un grave danno al tuo prestigio e alla tua casa. No, sinceramente, con grande rammarico debbo rinunciare.”

Di fronte ad una dichiarazione così definitiva e senza appello sia Ottaviano che Mecenate rimasero con pochi argomenti, anzi non vi era alcun margine per rimette in discussione la faccenda. Non si poteva certo censurare Orazio perché aveva un cattivo carattere o perché aveva così apertamente ammesso la sua inadeguatezza all’incarico, né si poteva biasimare un comportamento tanto leale che nasce dall’ammissione dei propri difetti, ciò sarebbe stato contrario ai suoi stessi principi.

Dopo un lungo, imbarazzante silenzio, il Principe ritrovò la parola: “Comprendo – disse rivolto ad Orazio – che dopo quanto hai detto sarebbe inutile tentare di farti desistere.” E per chiudere la partita aggiunse sbrigativamente, senza tuttavia poter nascondere un po’ di fastidio: “Sarà bene che io vada ad occuparmi di affari molto urgenti che oggi ho purtroppo trascurato”.

Orazio non aspettava altro, si congedò con molti ringraziamenti e si incamminò velocemente verso l’uscita visibilmente sollevato. Una volta fuori si lasciò prendere dal vociare assordante della città e pensò che forse era stato fortunato.

Ottaviano e Mecenate rimasero soli nel piccolo giardino. Passo passo, entrambi presi dai loro pensieri, si erano avvicinati alla statua del Diadumeno” Sai – disse il Principe rivolto all’amico, voglio si faccia un’altra opera come questa… ma vestita…, voglio che indossi una splendida armatura.

Il sole stava tramontando e l’ombra del Diadumeno attraversava quasi tutto il giardino…

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Come citare questo articolo

Gabbris Ferrari. “L’invito”. Ventaglio Novanta, n. 40, 2010. https://ventaglionovanta.it/archivio/linvito/

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