Se si chiama Castelguglielmo, è logico pensare che nei tempi passati in questo comune del medio-alto Polesine vi fosse un castello, anche se attualmente non esiste alcuna testimonianza, neppure un rudere che lo comprovi. Non mancano però riferimenti storici attestanti l’esistenza di una importante fortezza edificata in loco, punto strategico del territorio polesano, zona di confine, in linea con le vicine località fortificate di Trecenta ed Arquà Polesine. Il maniero si trovava inoltre a ridosso di una importante via di comunicazione che congiungeva le città di Ferrara e Verona.
Le testimonianze storiche
Le prime notizie relative all’importante costruzione risalgono al X secolo. Una prima citazione si riscontra in una bolla del 944 di papa Marino che fa riferimento a possedimenti in questa località denominata Manegium. E’ questo infatti il nome più volte riportato nei documenti storici dell’epoca per identificare sia questa zona che quelle limitrofe di San Giacomo di Lugarano (ora San Bellino), Fratta, Vespara, ed altre.
Notizie più dettagliate ce le fornisce lo storico Guarini riferendo che nel 1146 “Guglielmo Marchesella Adelardi, huomo preclaro e potente di Ferrara, fabbricò per difesa dello Stato di Ferrara, verso il Polesine di Rovigo alcuni castelli … riedificando quello di Maneggio già distrutto, e nominandolo dal nome di lui Castel Guglielmo”. Quindi un castello era già presente se, come dice il Guarini, fu necessario riedificarlo; come esisteva pure un borgo (allora denominato Villa Manegii) nel quale era stata costruita una chiesa dedicata a San Nicolò da Bari, di cui si ha testimonianza fin dal 1078.
Data la sua importanza e la posizione strategica, il castello fu più volte oggetto di contese. Nel 1174 è conquistato da Torello Salinguerra, capo dei Ghibellini di Ferrara; successivamente viene espugnato da Obizzo V Marcheselli e in seguito riconquistato nuovamente dal Salinguerra. Quindi il castello passa agli Estensi fino al 1395 quando viene ceduto a Venezia con gran parte del Polesine. Nel 1405 nuovo passaggio di proprietà in favore del carrarese Francesco Novello, poi di nuovo agli Estensi. Infine, nel 1483, in seguito alla famosa “guerra del sale”, ritornò nuovamente sotto il dominio veneziano con la fascia settentrionale del Polesine.
Per le predette vicende, certamente non indolori, la fortezza fu in varie occasioni danneggiata e ricostruita, per cui si pensa che abbia cambiato più volte dimensioni e forma. Le uniche raffigurazioni di essa si trovano riportate su vecchie mappe catastali, in disegni molto approssimativi.
La prima descrizione, probabilmente realistica, è quella che fa lo storico Manin Sanudo nel 1483. Egli ci parla di una costruzione circolare di mura, sormontata da una grande torre centrale, posizionata su un argine rialzato rispetto al livello delle paludi circostanti. Era circondata dalle acque del fiume Tartaro e collegata, per maggior difesa, con ponti levatoi. Il castello doveva quindi ergersi imponente nella campagna polesana e doveva rappresentare un punto di riferimento importante per tutta la zona, considerata questa sua posizione strategica
Come abbiamo detto, purtroppo a Castelguglielmo non esiste nemmeno un rudere attestante questa fortificazione, però si è potuto probabilmente identificare la sua collocazione, che si ritiene potesse essere nell’area ad ovest dell’attuale piazza Vittorio Veneto. I presumibili resti delle sue fondamenta sono infatti emersi in occasione della ristrutturazione degli edifici attualmente presenti in quella zona. Fortunatamente esiste una sua immagine, che ci è stata tramandata grazie al ritrovamento di uno schizzo che risale al 1526.
Vi è poi un ulteriore motivo, non molto noto, che rende importante questo castello: il fatto che in esso sia ambientata una delle novelle del “Decamerone” di Giovanni Boccaccio (scritto tra il 1349 e il 1351). Si tratta della seconda novella della seconda giornata.
Sembra opportuno quindi riassumere la storia raccontata dallo scrittore fiorentino e invitare il lettore a verificare la versione originale, che certamente troverà “intrigante”, ma anche interessante per le descrizioni dei luoghi e delle usanze, rappresentando una vera testimonianza storica di quell’epoca.
La narrazione del Boccaccio
Narra dunque il Boccaccio che, al tempo del marchese Azzo di Ferrara, il mercante Rinaldo d’Asti si era recato a Bologna per affari. Sbrigati i suoi impegni, stava facendo ritorno verso casa percorrendo la strada tra Ferrara e Verona, che passava nei pressi di Castel Guglielmo, quando si imbatté in tre uomini a cavallo.
Incautamente Rinaldo, che era accompagnato da un fante pure a cavallo, si aggregò a questi tre credendoli mercanti. Quando giunsero nei pressi di Castel Guglielmo, valicarono il fiume ritenendo quel luogo solitario e sicuro. Ma così non fu, giacché i tre si palesarono come briganti che assalirono Rinaldo, derubandolo di ogni cosa e lasciandolo appiedato e in camicia.
Vedendo la mal parata, il suo fante vigliaccamente lo abbandonò nella campagna e si diresse verso il castello in cerca di un ricovero, riuscendo ad entrare dentro le mura poco prima che fossero alzati i ponti levatoi per la notte imminente.
Rinaldo, rimasto solo, in camicia e scalzo, nel mezzo di una forte nevicata, cominciò a cercare un ricovero per passare la notte e per non morire dal freddo. A causa della guerra, da poco combattuta nella zona, tutto era stato bruciato, per cui dovette dirigersi, correndo, verso Castel Guglielmo. Ma vi giunse troppo tardi: le porte erano chiuse ed i ponti levati.
Dolente e sconsolato, trovò riparo sotto la sporgenza di una casa che sovrastava le mura. Si rannicchiò in mezzo a della paglia, trovata sul posto, lamentandosi nei confronti di San Giuliano, al quale era devoto e che ogni giorno pregava perché lo aiutasse a trovare un buon alloggio per la notte seguente.
Nel borgo interno del castello viveva una vedova, una giovane bellissima, amante del marchese Azzo. Essa dimorava proprio nella parte di casa che sporgeva dalle mura, presso la quale aveva trovato ricovero Rinaldo.
Proprio quel giorno il marchese era giunto in quella abitazione per trascorrere la notte con la sua donna che aveva fatto preparare un bagno caldo e la cena. Ma quando tutto era pronto, giunse un fante che portò al marchese una grave notizia per cui dovette tornare immediatamente a Ferrara.
La donna, sconsolata, non sapendo che fare, decise di entrare nel bagno, già preparato per il marchese, e poi cenare e andarsene a letto. Mentre si intratteneva nello stanzino adibito a bagno, che si trovava proprio vicino alla sporgenza sotto la quale il meschino Rinaldo si era rifugiato, la donna sentì dei lamenti. Chiamò la fantesca e la mandò a vedere. Questa si accorse del poveretto tremante, il quale implorò aiuto. L’inserviente, impietosita, tornò a riferire, cosicché la padrona, in possesso della chiave di quell’uscio che serviva per le entrate segrete del marchese, aprì e accolse dentro Rinaldo.
Vedendolo assiderato, lo fece immergere nell’acqua calda del bagno; gli fece preparare dei vestiti che erano appartenuti al marito morto da poco e accese un grande fuoco nel camino della sala.
Quando Rinaldo si rivestì, le due donne si avvidero che era “un bell’uomo e pareva persona dabbene e costumata”. La signora lo fece sedere vicino al fuoco e si fece raccontare le sue dolorose peripezie.
Poiché la cena, preparata per il marchese, era già pronta, mangiarono insieme. La donna osservava Rinaldo: era “un giovane di mezza età, aveva una bella statura, era bello e aveva un viso piacevole, maniere raffinate e graziose”.
Quella sera la signora era in “comprensibile eccitazione” in quanto il marchese doveva restare a dormire da lei; in più si trovava di fronte un bel giovane, vestito, poi, con gli abiti del marito “che pareva proprio lui”, per cui confessò a Rinaldo: “mi è venuta cento volte voglia di abbracciarvi e baciarvi e, se non avessi temuto che ciò vi dispiacesse, l’avrei fatto”.
A Rinaldo non parve vero. Tanto più che doveva essere riconoscente per essere stato salvato da morte sicura e così rispose: “Sarebbe una grande villania la mia se non mi ingegnassi di fare ogni cosa che vi fosse gradita; accontentate il vostro piacere di abbracciarmi e baciarmi perché io abbraccerò e bacerò voi più che volentieri”.
A questo punto il Boccaccio racconta: “Oltre a questo non furono necessarie altre parole”. E conclude riferendo che “andarono nella camera e, senza indugio, si coricarono pienamente e molte volte, prima che arrivasse il giorno, soddisfecero i loro desideri”.
All’alba la donna fece uscire di nascosto dalla porticina Rinaldo, rivestito e con una borsa di denari. L’uomo rientrò nel castello fingendo di arrivare da lontano e qui trovò il suo fante.
Poco dopo furono condotti al castello i tre briganti, che la sera prima lo avevano derubato, catturati per altri misfatti. Questi confessarono l’aggressione e restituirono il cavallo, i panni e il denaro. Il giorno dopo furono impiccati.
Rinaldo ringraziò San Giuliano perché anche questa volta, seppure all’inizio avesse temuto il contrario, gli aveva fatto trovare, come sempre, un buon alloggio. E che alloggio!
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Come citare questo articolo
Paolo Zambonin. “Il Castello di Castelguglielmo”. Ventaglio Novanta, n. 41, 2010. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-castello-di-castelguglielmo/