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AMBIENTE - TURISMO - CULTURA

Le antiche idrovore di Porto Viro

Un itinerario per apprezzare gli interventi di recupero di Chiavica Emissaria, Sadocca, Chiavichetta e Ca’ Giustinian

di Chiara Tosini

Ventaglio Novanta n. 41 2010 pp. 24–29

Grazie all’importante contributo del Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica, a quello della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo e del Comune di Porto Viro, il Consorzio di Bonifica Delta Po Adige¹, ha ideato e realizzato il progetto denominato “Po Delta – Ecosite”. Si tratta del recupero di quattro idrovore, che ha rappresentato l’occasione per la valorizzazione dell’area sia in chiave storico – culturale (tramite il collegamento con l’ex idrovora Ca’ Vendramin²) che in chiave turistica, in quanto tali edifici sono diventati punti di sosta all’interno di itinerari da compiersi prevalentemente con mezzi eco-compatibili ovvero a piedi, in bicicletta o a cavallo. Il progetto ha previsto, accanto al recupero degli impianti idrovori, la ristrutturazione di vecchi manufatti idraulici (come i pozzi per la raccolta dell’acqua piovana) e di case di abitazione per il personale addetto agli impianti della bonifica trasformati in luoghi di ricerca e studio nel campo del turismo naturalistico e di visitazione.

1. Decidiamo di compiere l’itinerario con l’uso della bici, mezzo che si presta particolarmente per percorrere le pianeggianti strade del Delta. Partiamo da Chiavica Emissaria, l’idrovora situata più a nord e la più recente dei quattro manufatti, la cui vita ha poco più di un secolo. Infatti, con i lavori del Collettore Padano Polesano, portati a termine nel 1901, venne costruita in prossimità del deflusso delle acque del Collettore nel Po di Levante. Fu denominata “Chiavica Emissaria a 5 luci”, munita di porte vinciane³ mobili, per impedire temporaneamente l’entrata d’acqua nel Collettore in presenza di alti livelli idrometrici in Po di Levante in conseguenza di piene o mareggiate.

Per alcuni decenni la Chiavica Emissaria svolse al meglio il ruolo per cui era stata realizzata, finché negli anni ’50, a seguito del ben noto fenomeno della subsidenza (abbassamenti del terreno di 2-3 metri nei territori comunali di Porto Viro dovuti all’estrazione del metano), il Collettore risentì dei conseguenti effetti negativi denunciando piene sempre più pericolose con fontanazzi e rotture di argini.

In sostanza il Collettore, abbassatosi rispetto al Po di Levante, fu sempre meno in grado di scaricare le sue acque in questo corso prossimo a sfociare in Adriatico. La storia del tratto finale del Collettore iniziò pertanto a profilarsi molto travagliata: oltre alla necessità di adeguare le sue arginature, nel 1958 si ritenne opportuno costruire un impianto idrovoro provvisorio della portata di 20 metri cubi al secondo, a monte della Chiavica Emissaria, utilizzando le pompe che il Ministero per l’Agricoltura aveva già acquistato per le necessità di pronto intervento. L’idrovora provvisoria rimase in funzione sino al 1968 quando, con la costruzione dell’idrovora Cavanella nell’omonima località in comune di Adria, fu introdotto un nuovo regime idraulico nel tratto del Collettore a valle della Conca di Volta Grimana, per cui l’idrovora Chiavica Emissaria svolse la sua funzione di impianto solo per il bacino Cavana (Donada) di 600 ettari di superficie. Negli anni ’80 anche questa funzione venne meno per lo scarico diretto del bacino Cavana in Po di Levante.

Cessata l’operatività dell’idrovora, gli impianti e gli alloggiamenti hanno subìto un progressivo degrado, fino al recente intervento che ha dato nuova visibilità alla storica costruzione, provvedendo anche al recupero delle due grosse pompe idrauliche, del ponte e delle porte vinciane attigui all’impianto.

Va sottolineato come la progressiva disattivazione dell’idrovora ha portato a dei cambiamenti del sito: quella che era la foce del Collettore, in seguito all’impossibilità di scaricare le acque nel Po di Levante, è stata utilizzata nel corso dei decenni come una sorta di porticciolo, in grado di offrire riparo ad imbarcazioni da diporto. Nel tempo si è pertanto sviluppata una vera e propria darsena denominata “Marina Nuova di Porto Levante”, qualificarsi negli ultimi anni anche come riferimento polesano per il noleggio delle house-boat.

2. Scattate alcune foto ai recuperati impianti di Chiavica Emissaria, il nostro itinerario prosegue in direzione della borgata di Porto Levante, per raggiungere, dopo meno di un chilometro, Idrovora Sadocca. Il sito è ameno, caratterizzato da un ampio ‘mandracchio’, ovvero dal canale di sversamento delle acque sollevate dall’idrovora dal piano campagna in modo da riversarle nel Po di Levante. Ma veniamo alla storia dell’Idrovora Sadocca che trova il suo punto di partenza nel Regio Decreto del 19 novembre 1892, allorché venne concessa l’esecuzione di alcune opere di bonifica al “Consorzio per la bonificazione polesana alla destra di Canal Bianco e di Po di Levante”. Il Comitato Esecutivo, all’uopo costituito, deliberò, in data 18 luglio 1895, di approvare il progetto esecutivo della bonifica redatto dall’ing. Ferdinando Mazzoni. Il progetto prevedeva la realizzazione di tre impianti idrovori “necessari per i bassi fondi di Donada e Contarina a destra e a sinistra del Collettore principale”: il Collettore Padano – Polesano.

Il 17 febbraio 1897 “venne consegnato” il lavoro relativo al macchinario per il “Consorzio di Contarina a destra”; il 5 aprile 1898 fu redatto il certificato di completa montatura del macchinario idrovoro ed il 16 gennaio 1899 vennero eseguite le prove per il collaudo dell’impianto, a cura dell’ing. Girolamo Castaldi di Guarda Veneta. Con progetto del marzo 1911 e successive varianti, si provvide alla realizzazione dei lavori di ampliamento del fabbricato idrovoro ed alla sostituzione delle originarie caldaie a vapore azionanti turbine.

Successivamente, l’idrovora subì profonde trasformazioni sino all’impianto attuale, dotato esclusivamente di elettropompe. L’idrovora, prima dell’intervento conservativo, si presentava ancora funzionante e in buone condizioni, mentre notevole era il degrado del magazzino – officina e della casa del macchinista. E su tali fabbricati si è concentrata l’azione di ripristino, attraverso il recupero delle vecchie murature e dei materiali lapidei secondo le tecniche del restauro architettonico. Sono stati realizzati pavimenti, serramenti, impianti termici e servizi igienici.

3. Apprezzati gli interventi che hanno restituito interesse al complesso dell’Idrovora Sadocca, il nostro percorso riprende per la terza tappa. Occorre fare un’inversione di marcia e tornare all’Idrovora Emissaria. Da qui imbocchiamo la Via del Giunco che rettilinea corre nella campagna bonificata per quasi quattro chilometri fino a sdoppiarsi: imbocchiamo la strada di sinistra che è indicata come chiusa perché si conclude proprio con quella che è la nostra terza tappa, ovvero l’Idrovora Chiavichetta. Anche questo sito ci appare molto piacevole. Una vera oasi tra i canali di bonifica ed arginature, sulla cui sommità lo sguardo si distende lontano su un’ampia zona bonificata trasformata in fertile campagna. Prima dell’intervento di recupero l’idrovora Chiavichetta appariva in condizioni disastrose. È stata rifatta la copertura e sono stati recuperati l’intero apparato murario in mattoni a facciavista, i serramenti e gli impianti.

4. Scattate alcune foto il nostro itinerario prosegue verso l’ultima tappa (altri cinque chilometri) che ci porterà a Ca’ Giustinian, la cui storia è strettamente legata a quella dell’idrovora Chiavichetta. Torniamo dunque in via del Giunco e proseguiamo in direzione Mea: scopriamo, assiepata presso una grande corte rurale, una borgata particolare, oggi praticamente spopolata, ma un tempo fulcro di vita come dimostrano le scritte su alcuni edifici abbandonati che indicano quello che era uno spaccio alimentare e soprattutto un asilo nido aziendale. E’ questo un punto di sosta indicato dagli itinerari del delta, per cui facciamo una pausa per riprendere poi il nostro itinerario lungo le strade della bonifica.

Superiamo un vecchio fabbricato che porta la scritta “Impianto di pompaggio del metano”, che ci ricorda la triste storia della subsidenza del delta legata proprio all’estrazione del gas dal sottosuolo. Dopo un paio di chilometri raggiungiamo Ca’ Giustinian.

E veniamo alle note storiche relative a questo impianto storicamente gemello al Chiavichetta. Il Direttore del “Consorzio per la bonificazione polesana alla destra di Canal Bianco e di Po di Levante”, ing. Carlo Marchi, in data 3 novembre 1909, presentò un progetto di massima per il completamento della bonifica del territorio, che consisteva in due soluzioni, delle quali fu scelta quella che prevedeva la trasformazione dello scolo Sadocca in un canale emissario, nel quale sarebbero state “sversate” le acque di tre bacini: Sadocca, Pesara-Ca’ Giustinian e Chiavichetta-Contarini, ciascuno servito da un’idrovora. Dopo la redazione di alcune varianti progettuali, come la costruzione di due anziché tre idrovore, precisamente l’impianto di Ca’ Giustinian e quello di Chiavichetta, il Governo autorizzò l’esecuzione delle opere complementari con Decreto 25 luglio 1914. Il “Processo verbale di consegna”, a firma dell’ing. Carlo Marchi e del sig. Angelo Ricci dell’impresa, per la costruzione del fabbricato idrovora Chiavichetta, dell’idrovora Ca’ Giustinian, delle rispettive case di abitazione dei macchinisti e delle opere murarie è datato 1 luglio 1915.

Per quanto riguarda la parte meccanica l’ing. Marchi progettò, con variante successiva, di “far azionare le pompe centrifughe a mezzo dell’energia elettrica” e, pertanto, provvide la fornitura di due motori elettrici per “Chiavichetta” e di quattro per “Ca’ Giustinian”. Nello stesso tempo, egli pensò di fornire gli impianti anche di motori ad “olio pesante”, utilizzati per il funzionamento diurno e per eventuali sospensioni di energia elettrica.

Negli anni ’60, a seguito della subsidenza, le idrovore vennero abbandonate e sostituite da un nuovo impianto, sito nelle vicinanze denominato Ca’ Giustinian.

Le due cisterne alla veneziana di forma tronco conica, costruite presso le idrovore Chiavichetta e Ca’ Giustinian, furono realizzate su progetto del 1911 e “collaudate” nel 1928. L’acqua piovana che cadeva sul tetto dei fabbricati idrovori e su quello delle case di abitazione del personale veniva opportunamente raccolta in tubi di ghisa “correnti lateralmente sui muri perimetrali sorretti a sufficiente altezza da mensole di ferro infisse nel muro, disposti con buona inclinazione in modo da evitare in essi il ristagno delle acque”.

Dai fabbricati alle cisterne i tubi erano sorretti da architravi in cemento armato, sostenuti da appositi pilastri, sempre in cemento armato.

L’idrovora Ca’ Giustinian si presentava in condizioni precarie. Abbiamo modo così di verificare gli importanti lavori di ripristino: la parte ristrutturata della sala macchine è stata adibita a sede espositiva, mentre la parte restante a laboratorio didattico.

La nostra visita ha dunque termine e, mentre ci accingiamo a far ritorno al nostro punto di partenza, non possiamo che commentare con piacere gli interventi di recupero realizzati, fondamentali per ridare rinnovata visibilità a quattro impianti la cui storia è intimamente connessa a quella della bonifica del Delta fino ai nostri giorni.

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Come citare questo articolo

Chiara Tosini. “Le antiche idrovore di Porto Viro”. Ventaglio Novanta, n. 41, 2010. https://ventaglionovanta.it/archivio/le-antiche-idrovore-di-porto-viro/

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