“Grosso comune di anime 3555, aria buona, terreno leggero, qualche strato vallivo; fiorenti l’agricoltura, l’arte de’ canapini; si desidera il miglioramento di strade interne”: così, nel 1861, pubblicando il suo «Polesine di Rovigo», Francesco Antonio Bocchi descriveva il territorio di Fiesso, accentuando le speciali caratteristiche del suolo del comune altopolesano.
Fin dal XV secolo il centro, come ricorda anche lo storico ferrarese Pardi, godeva per questi motivi di particolari simpatie da parte dei Duchi d’Este, e numerose erano le proprietà emiliane al di qua dello scolo Poazzo, confine di Stato con la Serenissima Repubblica di Venezia dal 1484, anno conclusivo della Guerra di Ferrara.
Fiesso infatti, a differenza dei paesi limitrofi, non aveva terreni soggetti ad impaludamenti, in quanto era attraversato dai canali Poazzo, Tessarolo, Filistina Inferiore, Barzaga e Meggiorino (Magarino), che rendevano le campagne fertili e sempre ben prosciugate. Le condizioni del suolo portarono quindi vari notabili dell’Oltrepò ad avere possedimenti (ville e campagne) a Fiesso: oltre al duca Borso d’Este e al pittore Cosmè Tura, si possono citare gli storici Caleffini e Pellegrino Prisciani¹, l’architetto Benvenuti, i Conti Tassoni e i poeti Ercole e Vespasiano Strozzi.
Questo rapporto non si ferma alla sola presenza di proprietà fondiarie nella zona da parte di nobili emiliani, ma è fatto di continui scambi anche di natura culturale. Un caso sicuramente interessante è la presenza di numerosi personaggi attivi tra XV e XVI secolo, fino alla Devoluzione del 1598, al servizio o di Casa d’Este o della Curia Vescovile, indicati con la dicitura «da Fiesso/ Fiessi», o, alla latina «Flexi», onomastico che indica la provenienza territoriale, in linea col fenomeno quattro – cinquecentesco della comparsa dei cognomi. Si tratta di componenti di una stessa famiglia, che, pur continuando a possedere beni immobili in zona, si era stanziata nel capoluogo emiliano, distinguendosi nei settori più disparati.
Tra gli altri personaggi ricordiamo: il militare Rinaldo da Fiesso, nominato nel 1480 Capitano d’Ariano, Gabriele da Fiesso, teologo della Curia ferrarese, e il Canonico Francesco da Fiesso, del quale parliamo qui di seguito.
Francesco da Fiesso
Nato nel 1430, sacerdote, fu uno dei più apprezzati personaggi dell’ambiente umanistico ferrarese alla metà del XV secolo: personalità colta e raffinata, titolare di una cattedra all’Università di Ferrara, divenne celebre per la sua invidiabile biblioteca personale, nella quale erano presenti rarità tipografiche quali «L’Aspromonte» di Andrea de Barberino, molti classici latini, il «Decameron» e la «Fiammetta» del Boccaccio, oltre ad altri 89 volumi che cedette alle Librerie Ferraresi, come registrato dal notaio Pietro Orsini. Devotissimo a Casa d’Este, svolse anche la mansione di addetto al controllo dei prezzi («notaio preposto all’abbondanze delle grasce e alla biava, che ebbe l’ufficio gratis», come precisa l’atto di morte del gennaio 1502).
Fu autore di alcune interessanti opere, sparse in varie raccolte, tra cui si ricordano il “Liber de visitatione” (1460 circa), e il “Diario ferrarese dal 1409 sino al 1502”.
La prima, opera latina in 59 fogli, riccamente miniata, divisa in trenta capitoli, è dedicata a descrivere modalità e scopi della visita pastorale (i titoli dei paragrafi sono «Che cos’è una visita», «Che persone dovrebbero essere visitate», «Qual è la prerogativa dei visitatori», «La frequenza delle visite», «Questioni da formulare ai laici e ai chierici», seguiti da alcuni capitoli sugli Articoli di Fede e sui Sacramenti e da una sezione finale di sei capitoli che tratta la natura e le funzioni del «massarius»).
Dedicata al vescovo di Reggio Emilia, Battista Marco Pallavicino (Ad reverendum in Christo Patrem et Dominum Baptistam Marchionem Palavicinum episcopum reginensium et principem ac sanctissimi Domini nostri papae refedarium Francisci Fiessi de visitatione liber incipit) che ringraziò Francesco della dedica con lettera datata 12 ottobre 1460, nella quale il sacerdote è definito «archipresbitero plebis de Bondeno».
Una copia di quest’opera, forse l’unica attualmente esistente, fu acquistata dal celebre storico e produttore vinicolo francese conte Raoul Chandon de Briailles (1850-1908), fondatore dell’omonima marca di champagne. Parte della sua immensa biblioteca – archivio (20.000 pezzi), dopo la sua scomparsa fu donata alla mediateca di Épernay, parte ai suoi eredi.
Il «Liber» di Francesco da Fiesso, acquistato dalla Casa d’aste «Les enluminures», è stato esposto in una mostra – mercato di manoscritti svoltasi al Louvre di Parigi nell’ottobre – novembre 2005.
La seconda opera è una cronaca degli eventi del Ducato Ferrarese nel secolo XV, pubblicata dal Pardi e dal Muratori, con la dizione «di autori incerti» (1738).
Pur affrontando la cronistoria di un secolo, le notizie più estese si concentrano negli ultimi 35 anni (1467-1502), periodo in cui gli avvenimenti furono vissuti direttamente dal cronista. Scritta in un linguaggio che oscilla tra il ferrarese ed il veneto (un’ulteriore conferma dell’origine locale dell’autore), intercalato da frasi latine in uso fra i notai, la cronaca menziona anche il primo carnevale fiessese, svoltosi nel 1481 (data che fu all’origine della ripresa nel 1981 a 400 anni dalla prima edizione, della manifestazione, ancor oggi tra le più celebri della zona)².
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Come citare questo articolo
Marco Chinaglia. “Francesco da Fiesso (1430-1502)”. Ventaglio Novanta, n. 41, 2010. https://ventaglionovanta.it/archivio/francesco-da-fiesso-1430-1502/