Qualche mese fa la televisione di Stato ha riproposto in una fiction lo scandalo della Banca Romana, venuto alla luce nell’ultimo decennio dell’Ottocento, forse il primo grande scandalo dell’Italia unificata. Nella ricostruzione scenica si è potuto assistere al grave malore (conclusosi con la prematura morte) che colpì il senatore Giuseppe Giacomo Alvisi mentre in Parlamento cercava di denunciare l’illegale comportamento della principale banca del Regno.
Per i polesani è stata l’occasione di riscoprire la figura del senatore che puntò l’indice contro il malaffare: il rodigino Giuseppe Giacomo Alvisi, personaggio di sicura levatura e coerenza nel seguire i principi di onestà, troppo spesso disattesi – allora come ora – dalla classe politica e da quanti hanno nelle loro mani le leve della finanza. Il suo nome, sconosciuto ai più, è ricordato in una targa posta in città sul muro della sua casa natale in cui si legge:
IN QUESTA CASA IL XXVIII MARZO MDCCCXXV NACQUE GIUSEPPE GIACOMO ALVISI PATRIOTTA-STATISTA-SENATORE DEL REGNO INTEGERRIMO IN TEMPI CORROTTI ALCUNI AMICI ED AMMIRATORI RODIGINI E CLODIENSI IN MEMORIA POSERO
Giuseppe Giacomo Alvisi, senatore del Regno e personalità legata alla massoneria, smascherò dunque la vasta trama politico finanziaria che si nutriva di complicità, connivenze e interessato disinteresse, ma non ebbe la soddisfazione di vedere l’esito delle sue denunce per l’infarto che lo colpì in conseguenza dello stress vissuto a causa della volontà dei poteri forti di bloccare ogni tentativo di portare alla luce le responsabilità.
La storia dell’integerrimo uomo politico rodigino, iniziò in piazza Appiotti (piazza della Pesa) il 28 marzo del 1825. Cinque volte deputato del Regno eletto nel collegio di Chioggia, sempre per la Sinistra democratica, fu nominato senatore il 16 marzo 1879, quindi divenne Presidente della Corte dei Conti. Un ruolo di spicco nelle istituzioni nazionali ed una moralità adamantina, evidenziata nel denunciare senza esitazioni l’intreccio fraudolento alla base del grande scandalo politico-finanziario dell’epoca.
L’antefatto e la morte di Alvisi
Dopo l’Unità, sei istituti di credito avevano il potere di emettere banconote. Una situazione difficilmente controllabile che aveva indotto sospetti su un uso disinvolto della produzione di cartamoneta. Nel giugno del 1889 il Ministro dell’Agricoltura, Industria e Commercio del primo Governo Crispi, Luigi Miceli, dispose un’indagine ispettiva su tutti gli istituti di emissione.
L’inchiesta venne affidata al senatore rodigino Giuseppe Giacomo Alvisi e al funzionario del Tesoro Gustavo Biagini, appositamente inviato dal ministro Giovanni Giolitti. L’indagine venne svolta in particolare sulla Banca Romana guidata da Bernardo Tanlongo, ma fu ostacolata anche per la volontà di “coprire” disavanzi utilizzati per finanziare gruppi politici e immobiliari e diede risultati contraddittori; il riscontro di un disavanzo di nove milioni di lire vide il reintegro il giorno successivo e spiegato con l’”imperizia” degli inquirenti. In realtà si verificarono anche tentativi di corruzione per mettere la sordina alle relazioni tra banche e politica.
Alvisi intendeva in ogni caso riferire in Senato i risultati dell’ispezione da lui condotta, ma il Governo di Rudinì il 30 giugno 1891 si oppose, giustificando il diniego “in nome dei supremi interessi del Paese e della Patria”. Una posizione inaccettabile per l’onesto senatore rodigino che morì di crepacuore il 24 novembre 1892 dopo che i ministri Luzzati e Chimurri (Centro cattolico) si rifiutarono di far leggere in Parlamento la sua ‘relazione morale’ sulle banche nate dall’unità d’Italia.
L’inchiesta e il processo
La morte di Alvisi ebbe un’eco non indifferente. Il senatore prima della sua morte aveva confidato ad alcuni amici parlamentari i risultati dell’inchiesta, che vennero poi resi noti il 20 dicembre 1892 dal deputato radicale Napoleone Colajanni: la Banca Romana, a fronte dei 60 milioni autorizzati, per cui possedeva sufficienti riserve auree, aveva emesso biglietti di banca per 113 milioni di lire, incluse banconote false per 40 milioni emesse in serie doppia.
Per accertare le modalità di quelle emissioni venne così proposta un’inchiesta parlamentare a cui si oppose il nuovo presidente del Consiglio Giovanni Giolitti che, invece promosse un’inchiesta presieduta dal primo presidente della Corte dei Conti Enrico Martuscelli.
Il 20 gennaio 1893 Martuscelli riferì l’esistenza delle irregolarità, confermando l’operato di Alvisi e Biagini: il governatore della Banca Romana Bernardo Tanlongo e il direttore Michele Lazzaroni furono arrestati, mentre il deputato Rocco de Zerbi, contro cui la Camera dei Deputati aveva concesso l’autorizzazione a procedere per l’accusa di aver appoggiato per denaro la dirigenza della Banca Romana, morì improvvisamente, probabilmente suicida.
Dal carcere Bernardo Tanlongo (l’ex governatore della Banca Romana) affermò di aver dato cospicue somme anche a diversi presidenti del consiglio, tra cui Giovanni Giolitti e Francesco Crispi. Giolitti, in risposta ad interrogazioni ed interpellanze parlamentari, negò di essere stato a conoscenza della relazione Alvisi-Biagini e di aver ricevuto denaro dalla Banca, un’accusa di cui si servì il suo rivale Francesco Crispi per ottenere le redini del governo.
Il 21 marzo 1893 fu nominato un comitato di sette parlamentari che il 23 novembre 1893 presentò al presidente della Camera la relazione finale nella quale si affermava che fra i beneficiari dei prestiti vi erano 22 parlamentari, fra cui anche Crispi. Il processo del 1894 si concluse però con l’assoluzione degli imputati: per evitare che l’inchiesta travolgesse uomini di spicco della politica italiana, i giudici se ne lavarono le mani con un’insufficienza di prove generalizzata, in quanto nella sentenza denunciarono la sparizione di importanti documenti, necessari a provare la colpevolezza degli imputati.
Le conseguenze dello scandalo
Lo scandalo ebbe un’enorme risonanza nell’opinione pubblica; mancarono le condanne ai politici coinvolti, ma furono pesanti le ripercussioni a livello politico e sul sistema economico e bancario italiano. Nello 1892 crollarono il Credito mobiliare e la Banca Generale.
A seguito del caos finanziario, Giovanni Giolitti pose mano rapidamente al riordino del sistema creditizio, con l’istituzione della Banca d’Italia, alla quale fu assegnata la funzione di unico istituto autorizzato ad emettere moneta, oltre alle funzioni di controllo e regolazione del sistema bancario nazionale.
Sul piano politico, si giunse alla temporanea eclissi di Giovanni Giolitti che fu sostituito da Francesco Crispi, tre anni più tardi rovinosamente travolto dall’esito tragico di Adua nel quadro della sua politica coloniale.
In tutto questo turbine politico, resta cristallino l’operato dell’uomo politico rodigino. Ma, sfortunatamente, come accade per tanti polesani illustri, Giuseppe Giacomo Alvisi fu rapidamente dimenticato e il suo operato rimase nelle mani degli storici. Ma oggi, dopo la fiction che ha riproposto la sua fugura, forse la lapide murata sulla sua casa natale potrà essere letta con meno distacco e con la dovuta ammirazione per un vero galantuomo. A memoria ed esempio per il presente e il futuro.
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Come citare questo articolo
Elisabetta Zanchetta. “Giuseppe Giacomo Alvisi (1825-1882)”. Ventaglio Novanta, n. 41, 2010. https://ventaglionovanta.it/archivio/giuseppe-giacomo-alvisi-1825-1882/