Pubblicità

INCONTRI

Cantano i prigionieri di Whittenheim

Un singolare incontro, navigando in internet, con una composizione poetica scritta in un campo di prigionia e una poesia dedicata a mio padre prigioniero

di Renato Scarpi

Ventaglio Novanta n. 41 2010 pp. 108–111

Potenza di Internet! Cercando informazioni relative alla storia della cucina, con particolare riguardo a notizie su antiche tradizioni culinarie, sono stato attratto da un articolo dal titolo alquanto strano: “Il miraggio del prigioniero” di G. Pretto “una specie di gastronomia onirica o cucina dell’immaginazione”. Mi sono soffermato a leggere l’articolo – inserito nella rivista dell’“Accademia Italiana della cucina” – corredato da una poesia intitolata “IL QUOTIDIANO MIRAGGIO” seguita da una curiosa precisazione: versi scritti per passare il tempo nelle mattinate trascorse tutto solo nella mia cella. Ecco il testo:

Davanti a me con gusto preparata e piena di pietanze già pronte vedo una tavola lunga smisurata che si perde fin oltre l’orizzonte. Vengon prima gli antipasti ad aprir la lunga lista su dei piatti tanto vasti quasi quanto un’autopista. Vedo poi la pasta asciutta con ragù bene condita, molti dolci, molta frutta e una torta margherita. C’è il fagiano col caviale, faraona cotta al forno, le braciole di maiale con piselli di contorno. Un pasticcio di lasagne, le crocchette di patate, un gran monte di castagne tanto arroste che lessate. Di Champagne una bottiglia, cotolette di montone, del croccante alla vaniglia, poi anguilla e capitone. Un brodino di gallina, insalata di finocchi, tutta piena una terrina di gustosi e caldi gnocchi.

L’articolo proseguiva citando l’autore del testo: Stefano Cengarle, un soldato italiano, catturato dai tedeschi nell’ultima guerra mondiale e deportato in Alsazia a Wittenheim. Per me fu un tuffo al cuore. Immediatamente mi è infatti venuto a mente un fascicolo, che conservo con cura, in cui sono raccolte vecchie carte che riguardano mio padre, anch’egli fatto prigioniero e deportato dai tedeschi a Wittenheim. Ricordavo che nel fascicolo erano presenti dei manoscritti di un prigioniero di guerra, il cui nome mi ha subito riportato al sopraccitato soldato, autore degli ironici versi del “Quotidiano miraggio”.

Nel consultare il carteggio ingiallito dal tempo, con un po’ di commozione ho constatato trattarsi proprio della stessa persona. Un soldato che si dilettava con la poesia, per evadere con la mente dal duro programma di reclusione.

Ed ecco, tra le carte conservate nel vecchio fascicolo, un altro scritto in rima dello stesso autore datato 20.4.1944 firmato in calce. Riferisce, con una leggera forma umoristica, la storia della loro deportazione. Titolo: CANTANO I PRIGIONIERI DI WITTENHEIM

Siam partiti un bel dì da Tolone su vagoni per ben scortati tutti assieme si fu deportati nell’Alsazia ridente regione. Ci ha voluto fregare il destino col mandarci fin qui tutti in massa sotto terra ad estrar la potassa o sciupar la salute in molino. Siam duecento prigionieri tutti baldi e tutti fieri, non c’importa se la guerra vinta vien dall’Inghilterra o se invece l’Allemagna sarà quella che guadagna. Quel che conta e quel che vale è, che prima di Natale con la penna sia firmato l’armistizio sospirato. Porco quì, porco là mai non vien la libertà. Ci sarebbe parecchio da dire sui lavori cui posti noi siamo, ma si tace perché ben speriamo che la guerra sia lì per finire. Obbligati siam qui a lavorare in diversi e svariati mestieri poco adatti per noi prigionieri abituati a ben altro da fare. Siam duecento prigionieri… L’impiegato ora fa il minatore, con la pala lavora il barbiere, il meccanico fa l’infermiere, la cariola conduce il dottore. Al piccone è addetto il postino, lo studente maneggia i martelli, il poeta ti spinge i carrelli, alla forgia ci sta il contadino. Siam duecento prigionieri… In prigion si starebbe benino se si fosse un po’ meglio trattati ed invece siam sempre affamati perché il rancio purtroppo, è meschino. Sempre chiusi si deve restare tra cancelli e tra fili spinati, i balconi son tutti sbarrati, neanche l’aria ti fan respirare. Siam duecento prigionieri… Col fischietto ci usan svegliare, con un numero siamo chiamati, han le guardie i fucil caricati e in colonna si deve marciare. All’appello se tardi un pochino sopra un tavol ti fanno montare e in attenti impalato restare con in testa il tuo bel gamellino. Siam duecento… Il silenzio poi deve regnare quando in fila siam tutti inquadrati, se a parlare si viene pescati i capelli ti fanno rasare. Disciplina, obbedienza s’impone se non vuoi il tuo rancio saltare; fuori stanza non puossi fumare altrimenti si fila in prigione. Siam duecento….. Gran riviste qui sogliano fare agli effetti del nostro vestiario e, ogni foglio che perde il lunario, qualche cosa ti viene a mancare. Si continua così a sequestrare a chi giacca, a chi pantaloni; ed a furia di far revisioni quasi nudi ci han fatto restare.- Siam duecento… Ma verrà che vedremo un mattino gli strilloni sventolare per l’aria del giornal l’edizion straordinaria con su scritto il final bollettino. Se la pace annunziar sentiremo per noi tutti sarà gioia grande e, sia pure in camicia o mutande, in Italia quel dì voleremo. Siam duecento prigionieri…

Poi ecco emergere dal fascicolo un secondo documento anche questo firmato e datato 23.4.1944, intitolato “IL RITRATTO DI BRUNO”. Un testo che mi colpisce in modo particolare, perché si parla di mio padre, allora detenuto trentottenne. Questi i versi:

Tra i tanti miei compagni ve n’è uno che tutto il giorno ride ed è contento, perciò, malinconia mai non sento quando con lui mi trovo. E’ Scarpi Bruno. E’ lui che il moral di tutti noi sostiene portandoci notizie sempre buone attorno a lui si fan mille persone lorquando dal lavor a casa viene. Degli altri non divide le opinioni e come il Gazzettin gareggia col Corriere, col sarte il calzolaio od il barbiere intavola infinite discussioni. Sembra di presenziare in uno Stadio a una partita di gioco del pallone. Chi avrà mentito e chi avrà ragione? La Radio-scarpa oppure la Scarpi-radio? Trentotto anni appresso si trascina, gli piace ben dormire dopo magiato, la barba si fa sempre appena alzato, è il primo che si sveglia alla mattina. E’ un bevitor di birra eccezionale, le sigarette fuma all’alsazina, pianger ci fa per una settimana se canta una canzon sentimentale. Ogni domenica si cambia di mutande, tutte le notti sogna la famiglia, quando va in branda scricchiola la griglia, porta una scarpa piccola e una grande. Conosce sol la briscola alle carte, se nulla ha da mangiare porta passienza, m’adesso è bene por gli scherzi a parte. Serio ragazzo, scevro di pretese, per sempre gli sarò riconoscente perchè è da lui che, come uno studente, vado a prendere lezioni di francese. Per me, confesso, è una persona cara come ve ne son poche in questa terra e vi assicuro che, nel dopo-guerra, andrò a trovarlo spesso a Lendinara, D’auguri voglio farne centomila che la fortuna abbia a schiudere le porte a lui, alla gentile sua Consorte, e a quella birichina di Danila.

Dalla poesia si capisce che il poeta detenuto Stefano Cengarle nel periodo della prigionia aveva avuto molte confidenze da mio padre anche relativamente alla famiglia: viene infatti citata mia madre “gentile Consorte” e mia sorella “quella birichina di Danila”. Io all’epoca non ero ancora nato e non sono in grado di confermare se il poeta-soldato abbia mantenuto la promessa di raggiungere spesso Lendinara, perché mio padre è morto nel 1956 quando avevo solo sette anni, troppo pochi perché il mio interesse si rivolgesse al mondo degli adulti.

Di mio padre conservo una foto che allego, precisando che egli, deportato il 9 settembre 1943, rimase prigioniero per due interi anni sino al 9 settembre 1945, prima in Alsazia e successivamente a Stutcart in Germania.

Nel fascicolo relativo all’epoca della prigionia c’è un altro documento di un certo interesse: una cartolina postale inviata da mio padre a mia madre per rassicurarla della sua buona salute (ma successivamente si ammalò in modo molto serio). Dalla data di questo documento, 14.4.1944, deduco che i due amici compagni di sventura continuarono la loro prigionia anche in Germania, da dove la cartolina fu spedita in Italia. Vorrei far notare che nell’indirizzo, sotto provincia di Rovigo non viene messo il nome Italia, ma Deutschbesetzt, cioè occupazionetedesca.

Utilizzo dei contenuti

Le informazioni contenute in questo articolo possono essere utilizzate come fonte per realizzare documenti, articoli, studi, ricerche e altri elaborati, anche mediante strumenti di intelligenza artificiale, a condizione che siano citati Ventaglio Novanta, l’autore, il titolo dell’articolo, il numero e l’anno della rivista e il collegamento alla scheda dell’articolo nell’Archivio Ventaglio.

La riproduzione integrale resta soggetta alla normativa sul diritto d’autore.

Come citare questo articolo

Renato Scarpi. “Cantano i prigionieri di Whittenheim”. Ventaglio Novanta, n. 41, 2010. https://ventaglionovanta.it/archivio/cantano-i-prigionieri-di-whittenheim/

Pubblicità