Alla fine del dicembre del 1920 a Fiume e a Zara si svolsero azioni militari inquadrabili come episodi di guerra civile. I fatti, noti come “Natale di sangue”, videro le truppe regolari affrontare in scontri a fuoco le legioni armate di D’Annunzio. A Fiume i combattimenti durarono cinque giorni, a Zara poche ore, ma in entrambi i casi i due schieramenti lasciarono sul campo morti e feriti.
Sia a Fiume che a Zara fra le forze legionarie erano presenti alcuni polesani, dei quali un nostro recente studio¹ ha messo in luce le storie personali e le motivazioni che spinsero quei volontari a mettersi in gioco.
Va innanzitutto detto che il Polesine si era dimostrato tutt’altro che tiepido nei riguardi delle vicende degli italiani sottoposti al duro regime del governo austriaco. Se nella seconda metà del XIX secolo gli spunti irredentisti sembravano confinati agli ambienti risorgimentali e massonici della provincia, dai primi anni del sec. XX, si diffuse un interesse trasversale di cui si fecero portavoce e cassa di risonanza numerose associazioni: la Dante Alighieri, l’Università popolare, la Trento-Trieste (che più tardi, nel 1917², assunse il nome di Trento-Trieste e pro Dalmazia), le associazioni studentesche… Con l’approssimarsi della prima guerra mondiale il dibattito assunse toni molto accesi fra interventismo e non-interventismo, acuito dal netto schieramento di campo delle diverse forze politiche.
Al termine della Grande Guerra il Polesine non restò indenne dai gravi problemi che martoriavano la nazione: la difficile situazione economica, la disoccupazione e le tensioni sociali, le violente contrapposizioni politiche. Tutto ciò distolse solo in parte l’attenzione dalle questioni dei confini orientali e l’annessione di Trento e Trieste non sembrò sufficiente a placare gli animi. Appare interessante in quest’ottica l’analisi delle molte iniziative che nel corso del 1919 mantennero viva in tutta la provincia l’attenzione sulla italianità di Fiume e Dalmazia: appelli, conferenze, lezioni, dibattiti, rappresentazioni teatrali, concerti. Promotrici in molti casi furono le stesse associazioni che fin dagli inizi del secolo avevano sostenuto questa battaglia, ma la forte partecipazione alle iniziative da parte della gente comune è indicativa del grado di interesse che la questione suscitava.
In particolare appare significativa la risposta della città e delle istituzione ad una iniziativa nata in seno all’Università popolare, che nel marzo del 1919 aveva invitato a Rovigo gli studenti dalmati dell’Università di Padova. Il «Corriere del Polesine», il quotidiano più diffuso in provincia, fin dai giorni precedenti diede molto rilievo alla notizia e ai preparativi per la “festosa accoglienza”³.
Il giorno prima del loro arrivo, la giunta municipale fece affiggere in città un manifesto in cui esortava i cittadini ad accogliere con entusiasmo i giovani dalmati e far rifulgere “la volontà incrollabile che alla Dalmazia martire, da Zara veneziana a Spalato romana, sia ridato l’antico splendore italico”⁴, ricordando “che la Dalmazia è terra nostra e deve essere unita alla sua Grande Madre”⁵.
La cittadinanza accolse gli ospiti con un imponente corteo e, nel corso della partecipata manifestazione, fu letto ed approvato per acclamazione il voto della città di Rovigo “perché nei Supremi Consigli della Pace il disperato grido di dolore della Dalmazia sia ascoltato con Fiume, con Trieste, con l’Istria, con Trento, con l’Alto Adige, la Dalmazia tutta e tutte le terre italiane per lingua, per costume, per storia, per delimitazione geografica siano ricongiunte alla Gran Madre comune”⁶.
Quando poi, a settembre, si diffuse la notizia che D’Annunzio era entrato a Fiume alla testa delle sue legioni, venne organizzata una raccolta di fondi vista come “un plebiscito di italiani per la città italianissima” e per giorni e giorni il «Corriere del Polesine» pubblicò gli elenchi dei sottoscrittori.
È estremamente interessante la scorsa dei nomi dei numerosissimi aderenti. Vi compaiono le ‘famiglie bene’ di Rovigo e provincia: Casalini, Marchiori, Munerati, Petrobelli, Malmignati, Lorenzoni, Campo. Sottoscrivono i massoni Italo Pozzato⁷ (avvocato, deputato repubblicano e sindaco di Rovigo fra il 1907 e il 1909) ed Albino Pasotto (presidente della Società operaia di mutuo soccorso⁸). Non mancano gli ingegneri come Luigi Crocco; compaiono i nomi del professor Ferruccio Viola, degli avvocati Alessandro Gobbatti e Dante Baldi, di politici come Ugo Maneo⁹, già più volte sindaco cittadino. Gli impiegati della Società Adriatica fecero una colletta; versò un suo contributo persino il consigliere aggiunto della Prefettura, Antonio Princigalli. Molti anche i nomi dei militari o ex militari, primo fra tutti il capitano Rondina, presidente dell’Associazione Mutilati. Le cifre versate variavano a seconda delle possibilità e lunghe liste continuarono ad essere pubblicate per molti giorni.
Massiccia e significativa fu l’adesione dei membri della famiglia Piva, fra cui i figli di Remigio “per onorare la memoria del loro padre dei Mille”¹⁰ morto da poco, e non è un caso che molte offerte provengano da Lendinara, patria di Alberto Mario: in Polesine anche l’Associazione Trento-Trieste era nata per iniziativa dei garibaldini. L’impressione è che i Polesani, che avevano abbracciato con entusiasmo la causa risorgimentale¹¹, vedessero l’impresa fiumana come il naturale proseguimento dell’epopea garibaldina.
D’altro canto anche «La Lotta», pur contraria all’impresa che non esitò a definire imperialistica, riconobbe l’innocenza e la buona fede dei volontari accorsi, considerandoli sfruttati dai loro capi. È significativo, per comprendere quale fosse la sua portata sull’opinione pubblica, che il giornale socialista dedichi all’impresa dannunziana una prima pagina intera. Così anche il PPI polesano, nel suo primo congresso a Polesella aggiunse all’ordine del giorno la questione Fiumana, per poi invitare D’Annunzio a un’obbedienza di garibaldina memoria.
Se questo era il clima, non può sorprendere che alcuni polesani, soprattutto giovani, avessero deciso di impegnarsi in prima persona nell’impresa dannunziana.
È stato possibile identificare 42 persone che hanno preso parte a vario titolo all’epopea e che in qualche modo sono riconducibili al Polesine. A questi si possono aggiungere anche i nomi dei quattro partiti da Cavarzere (che seppure veneziana è comunque legata alle vicine Adria e Loreo) e quello di un legionario di Santa Maria, frazione di Vescovana (Padova) separata dal territorio comunale di Rovigo dal solo Adige.
Quarantadue non è un numero troppo esiguo se si confronta con il dato relativo alle altre province venete: da Venezia sono partiti in 83, 64 da Padova – dove, ricordiamo, era attiva l’Associazione degli studenti dalmati -, 22 da Belluno, 48 da Treviso, 36 da Verona, 78 da Vicenza¹². Oltre tutto il Veneto è la regione che, dopo la Venezia Giulia e la Lombardia, conta il maggior numero di volontari, prima ancora del Lazio.
Vengono da tutto il Polesine: un folto gruppo da Rovigo e attuali frazioni (17 accertati), poi da Adria e frazioni (4), Badia Polesine (3), Ariano (3), Corbola (2), Contarina (2), Lendinara (2), Bagnolo (1), Castelmassa (1), Ficarolo (2), Gavello (1), Giacciano (1), San Bellino (1), Salara (1).
Fra quelli di cui conosciamo la data di nascita, il più vecchio, Luigi Fusetti di Ariano, era nato nel 1865, il più giovane era invece il quattordicenne Eugenio Annibale, fuggito di casa per unirsi ai fiumani (andiamo quindi dai 54 ai 14 anni). La maggior parte (12 accertati) erano della classe 1899, richiamati in quel periodo alla leva obbligatoria, e l’età media era di 21 anni.
Di qualcuno, si sa che apparteneva ai granatieri partiti da Ronchi, come il tenente rodigino Angelo Ferrari e il badiese Angelo Pasqualin. Troviamo polesani anche fra gli zappatori del tenente Pigazzi¹³, che si unirono ai granatieri durante la marcia, ma vi sono anche arditi, fanti, piloti e carabinieri. Alcuni arrivarono a Fiume in modo rocambolesco, come il tenente Sales, che vi fuggì con il suo aereo¹⁴. Erano delle più varie estrazioni sociali: figli di contadini o di benestanti, studenti, ferrovieri, impiegati, fattorini, professori…
Li troviamo inquadrati nei vari corpi della Legione Fiumana come soldati semplici e volontari, ma anche con i gradi di ufficiale e sottoufficiale.
Un polesano, a Fiume, ci morì. Si tratta di Luigi Siviero, primo caduto in conflitto a fuoco dell’impresa. Nato nel 1899 a Contarina, figlio di contadini, si era unito a D’Annunzio fin dai primi giorni dell’impresa fiumana. Appena ventenne, fu ferito a morte in uno scontro coi “regolari” la notte fra il 2 e il 3 novembre del 1919. Ora riposa in una delle arche del Vittoriale per esplicito volere dello stesso D’Annunzio e per iniziativa di un altro legionario polesano, il rodigino Dante Gasperotto, che curò il trasferimento delle spoglie nel 1965.
Non è facile determinare il periodo di permanenza a Fiume dei volontari, ma è certo che alcuni polesani rimasero a fianco di D’Annunzio dal settembre del 1919 all’epilogo del dicembre del 1920. Primi fra tutti Angelo Ferrari ed Umberto Klinger che erano con il vate già alla Marcia di Ronchi. La presenza del primo è documentata a Fiume durante il Natale di sangue del 1920. Non era solo: il gruppo dei rodigini era cospicuo, erano infatti con lui i suoi concittadini Eugenio Annibale, Cirillo Ferrari, Dante Gasperotto, Pasquale Giannise, Giuseppe Morali, Giovanni Munerati, Antonio Pozzato e Pietro Stoppa. Vi erano pure Antonio Bertaglia e Giovanni Ballarini di Corbola, Giuseppe Bolognini di Giacciano ed Emilio Guarnieri di Adria. Era rappresentato anche Cavarzere con Lino Dirè ed Ernesto Pistore.
Umberto Klinger, invece, aveva lasciato Fiume già nel novembre del 1919 con D’Annunzio, diretto a Zara, dove era rimasto inquadrato negli Arditi della Sernaglia, una delle tre compagnie della Legione del Carnaro. Durante il Natale di sangue – dopo la riunificazione nell’unica Legione Zara delle forze legionarie residue, seguita alla riduzione a Battaglioni delle preesistenti Legioni Carnaro e Rispondo – Klinger si trovò a ricoprire il grado di sottotenente con Giovanni Dall’Oglio (poi per molti anni preside del Liceo Scientifico di Rovigo). Era presente anche il tenente adriese Vincenzo Sau, che riportò una ferita nel corso dell’azione. A Zara venne ferito pure un romano, Umberto Craighero, che negli anni Venti ricoprirà a Rovigo cariche importanti in seno al sindacato¹⁵ e che rimarrà legato da profonda amicizia con Klinger anche dopo aver lasciato la città.
Nel gennaio del 1921 gli ultimi volontari polesani rientrarono nelle loro case in genere cavandosela con un breve soggiorno in carcere e cominciò per loro il reinserimento nella società polesana, reso più difficile dalla drammatica situazione sociale e politica e dalla fama di “ribelli” che la sfida allo Stato aveva procurato loro.
Il 5 gennaio del 1921 Zara – e praticamente solo quella dell’intera Dalmazia – entrò ufficialmente a far parte del Regno d’Italia. Fiume divenne italiana nel 1924.
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Come citare questo articolo
Lorenzo Maggi, Francesca Pivirotto, Riccardo Volpin. “Il Polesine e l’impresa di Fiume”. Ventaglio Novanta, n. 42, 2011. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-polesine-e-limpresa-di-fiume/