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INCONTRI

Maria Paiato

Un’attrice di carattere, interessata ad interpretare parti molto connotate… Con il Polesine nel cuore

di Tina De Stefani Bertizzolo

Ventaglio Novanta n. 42 2011 pp. 102–103

L’incontro con l’attrice Maria Paiato avviene pochi giorni dopo il premio “Polesani che hanno onorato la provincia di Rovigo in Italia e nel Mondo”, attribuitole lo scorso 25 settembre dalla Camera di Commercio rodigina.

– Carissima, finalmente anche Rovigo si ricorda di avere una figlia importante. Che effetto ti fa la Medaglia d’oro della Camera di Commercio?

“Un’emozione grandissima. La cosa più bella è che questo premio mi arriva da Rovigo ed è stato condiviso coi miei genitori che ne sono veramente orgogliosi. Gli occhi di papà sembravano due lampadine accese”.

– Ci vuoi raccontare come è nata la tua passione per la recitazione?

“E’ una passione che ho scoperto già da grande. Sono nata a Stienta nel ‘61, cresciuta per la strada, correndo spericolata fra campi e fossi. Un vero maschiaccio, sempre sporca e con le ginocchia sbucciate. Ho assorbito molto dal Polesine, ricordo le serate passate a filò ascoltando i racconti dei vecchi, storie di parenti emigrati col Fascismo nell’Agro Pontino, di guerra e partigiani, di paure di acqua ed alluvioni. Papà, piccolo imprenditore dinamico, mi indirizza verso gli studi di ragioneria senza sapere che l’incontro con la mia insegnante di italiano, Elettra Testi, sarà determinante per farmi scoprire il mondo del teatro. Sono curiosa di tutto, attenta al bello, sia questo un quadro o un tramonto, o uno spettacolo visto a teatro. Memorizzo queste esperienze rafforzando il mio carattere già forte e indipendente”.

– E’ in questo momento che decidi di diventare attrice?

“No, non ancora. Mi cimento con la compagnia dialettale scolastica nella parte della zitella Veneranda ne ‘Al fiol dal tron’, protagonista di carattere come in tanti lavori dei miei primi anni. Continuo frattanto ad andare a teatro a Ferrara ma come spettatrice. Ancora la scintilla non si accende. Intanto mi diplomo e per due lunghi anni lavoro, dal 1980 al 1981, come impiegata nella ditta di impianti elettrici di papà, riscuotendo innumerevoli insuccessi tra compilazione di bolle di accompagnamento e gestione di partita doppia”.

– E quando scocca la scintilla?

“Un giorno ascolto una trasmissione radiofonica che tratta di teatro. La voce di Edmonda Aldini mi illumina: la descrizione del mondo teatrale e soprattutto scoprire l’esistenza di una scuola per attori a Roma mi fa capire che sono nata per essere attrice. Papà, nonostante la titubanza e le forti perplessità, e, diciamolo, ormai convinto che come ragioniera lo porterei alla rovina, mi concede la possibilità di provare l’esame di ammissione all’Accademia Nazionale di Arte Drammatica Silvio d’Amico di Roma. Mi prendono, mi trasferisco subito a Roma e inizio un percorso di studi con insegnanti di tutto rispetto. La direzione del ciclo è di Aldo Trionfo e le lezioni con Luca Ronconi, Marisa Fabbri, Andrea Camilleri, Monica Vitti, Mauro Bolognini, Paolo Panelli, Sergio Graziani, Lorenzo Salveti e altri”.

– Quindi è l’ Accademia che ti trasforma in attrice?

“No, guarda, questo mestiere non si impara, attrice si nasce E’ qualcosa che ti porti dentro, è il bagaglio di una vita di emozioni, esperienze. E’ la tua natura, è la somma di tutto il bello che hai visto e assorbito, dei dolori che hai vissuto, dell’amore di chi ti è stato intorno. E’ tutto quello che la tua terra e la tua gente ti hanno dato. L’Accademia ti fa scoprire la tua potenzialità, ti plasma, ti insegna tecnica, movenze, gestualità, ti aiuta a conoscerti”.

– Senti Maria, ma la tua fisicità, che non è da copertina, ti è stata d’intralcio?

“Ma proprio no, già durante il primo anno di Accademia mi nota Pino Quartullo che ha appena fondato la compagnia ‘La Festa Mobile’ e comincia a passarmi piccole parti. Certo recito da strega, da pazza, da vecchia, ma sai quanto imparo intanto! E come mi trovo a mi agio in queste interpretazioni. Nel 1984 mi diplomo con il saggio-spettacolo ‘Il risveglio di primavera’ di F. Wedeking per la regia di Lorenzo Salveti, entro in compagnia e comincia un bellissimo periodo di novità, entusiasmo e vita d’artista fino al 1988 quando la compagnia si scioglie. Inizia allora una gavetta fatta di piccole parti, lunghi momenti di non lavoro, attese”.

– Mi pare di capire che siano stati anni duri…

“Beh, senza l’aiuto economico dei miei di sicuro non ce l’avrei fatta. Pensa che mia sorella, ancora non tantissimi anni fa, capitava che mi prestasse i soldi per pagare l’affitto”.

– E la mamma che nomini poco?

“Ma sai, la figura dominante di casa è quella di papà. La mamma è sempre un po’ in disparte, ma ci vogliamo un bene dell’anima, un bene fatto di baci, abbracci e carezze. Lei ha sofferto molto per la mia lontananza e questo toccarci è una necessità per recuperare i momenti di separazione”.

– Però torni spesso a casa.

“Ma proprio sempre nelle pause di lavoro. A casa mi ricarico, i ritmi lenti del Polesine hanno questa capacità, ti danno il tempo di digerire lo stress della vita cittadina”.

– Queste parti di carattere per cui ormai eri nota non ti hanno chiusa in un certo cliché?

“Sì, ed è per questo che ho sentito la necessità di cambiare. Ho lavorato per un triennio con Giancarlo Sepe a fianco di attori come Aroldo Tieri, Giuliana Loiodice, Paolo Ferrari, Milva. Ma la vera svolta per la mia carriera arriva con Maurizio Panici con cui realizzo due monologhi: ‘La spiaggia’, testo e regia di Luca de Bei, e ‘La Maria Zanella’, testo di Sergio Pierattini, una scelta voluta per non sentirmi legata ai soliti personaggi e dimostrare la mia versatilità”.

– Certo, ed è a Milano al Parenti nel dicembre del 2006 che noi polesani milanesi ti scopriamo. Com’ è nata Maria Zanella?

“Da una richiesta che mi fece l’allora sindaco di Occhiobello, Gigliola Natali, per le celebrazioni del cinquantesimo dell’alluvione del ’51. Mi rivolsi a Sergio Pierattini, e lui decise di trasferire la tragedia del 51 ai giorni nostri. Ne nacque questa storia struggente di una poveretta polesana inchiodata a una sedia da cinquant’anni, cioè da quando ne aveva uno, e l’alluvione del Polesine la travolse lasciandola lesa per la vita. Una sedia da cui ora, volto scavato, occhi ansiosi, gambe aperte, racconta, con la sua cadenza padana, nel buio rotto solo da una lampadina, una vita solitaria, sfruttata da una sorella rapace che la vorrebbe confinata in un ricovero”.

– E quali sono i tuoi prossimi obiettivi?

“Beh, rinnovarmi, cambiare ancora. Adesso divento Regina in Erodiade che sto preparando per il debutto all’Olimpico di Vicenza il 14 ottobre. E’ un testo classico, molto impegnativo, il coronamento della mia maturità professionale”.

– Il riconoscimento più importante, dopo la Medaglia d’Oro della Cciaa?

“Ma sai, i premi sono tutti importanti, rafforzano la tua sicurezza e la tua determinazione, certo ‘L’Eleonora Duse’ ricevuto a Milano lo scorso anno, mi ha messa alla pari coi mostri sacri della recitazione. E’ stato un bel momento”.

Certo, lo ricordo bene anch’io che ero lì a festeggiarti col solito gruppetto di polesani milanesi. Hai realizzato un sogno, accetti e ti adatti con molta serenità al tempo che passa, sei riuscita a mantenere con la tua famiglia e la tua terra un rapporto bellissimo. Grazie polesana eccellente !

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Come citare questo articolo

Tina De Stefani Bertizzolo. “Maria Paiato”. Ventaglio Novanta, n. 42, 2011. https://ventaglionovanta.it/archivio/maria-paiato/

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