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UN RICORDO

Il M° Paride Paiola (1922-2011)

Fondamentale nella sua vita l’esperienza vissuta nell’ambito della Resistenza polesana

di Paolo Zambonin

Ventaglio Novanta n. 45 2012 pp. 96–99

Un anno fa, il 7 maggio 2011, è morto a Lendinara, dove dimorava, il maestro Paride Paiola. Sembra opportuno ricordare la sua figura, in particolare perché fu un personaggio importante nell’ambito della lotta partigiana in Polesine.

Con il maestro Paride Paiola ho avuto modo di intrattenermi più volte, lo scorso anno: lo incontravo a Lendinara, dove mi recavo per motivi familiari e dove lui abitava dal 1964. Lo conoscevo già prima di questa data, cioè quando risiedeva a Castelguglielmo dove anch’io abitavo. Allora ci frequentavamo abitualmente per l’appartenenza di entrambi allo stesso partito e alle stesse associazioni del paese.

A lui devo in particolare lo sprone perché proseguissi il suo lavoro di corrispondente del Gazzettino da Castelguglielmo, compito che egli lasciava appunto per il trasferimento nella vicina cittadina. (Una collaborazione, questa con il giornale, che ho portato avanti poi per 44 anni, favorendo fra l’altro il mio impegno con altre pubblicazioni come con questa rivista “Ventaglio 90”).

Nei mesi precedenti alla sua morte tentai più volte di ricordare con lui gli avvenimenti del periodo di lotta partigiana, anche perché ne avevo reso una breve testimonianza nel mio romanzo “Un’alba nuova verrà”, ambientato nel periodo del tragico eccidio di Villamarzana.

I suoi ricordi, però, ormai così lontani, a volte erano un po’ offuscati e non sempre si riusciva a far riemergere notizie chiare ed utili. O forse lui non voleva riportare alla memoria un passato così doloroso, avvenimenti che era meglio dimenticare per non soffrire ulteriormente.

Per questo motivo, nel ricordare il suo impegno nell’ambito della Resistenza, mi avvalgo di una testimonianza da lui rilasciata nel settembre 1974 a Ives Bizzi, in modo da integrare quanto raccontatomi ed avere una visione quanto più possibile completa di questa figura di partigiano

L’adesione alla lotta partigiana

Dopo gli avvenimenti dell’8 settembre 1943, che portarono allo scioglimento di tutti i reparti militari, il maestro Paride Paiola lascia il suo battaglione e rientra dal Lazio dove stava combattendo.

Ritornato a Bagnolo di Po, paese in cui allora abitava con la famiglia, entra in contatto con i giovani della zona, con i quali costituisce il primo gruppo per la lotta antifascista. Tra di loro c’è suo cugino Dino Campion di San Bellino e anche Eugenio Bombonato di Fiesso Umbertiano. Il luogo dei loro incontri è a Presciane, dove ricevono l’aiuto del parroco don Camillo Colognesi; un aiuto viene dato pure dal parroco di Bagnolo di Po don Giuseppe Melandri (sacerdoti che li ospitano e li nascondono).

Questo gruppo inizia a preparare azioni di rappresaglia sempre più significative, come l’affondamento di tutti i mezzi di trasporto nazisti e della Repubblica Sociale sul Po tra Santa Maria Maddalena e Castelmassa.

Compito del maestro Paiola è quello di tenere i collegamenti con il movimento del Fronte della Gioventù. Pur rappresentando nel fronte la corrente cattolica, teneva contatti con Gidoni, Spino e la Bassi che appartenevano al partito comunista. Paiola operava nella zona di Stienta e dormiva nella casa di Severino Bolognesi o di Luigi Paiato.

Era in contatto con il CLN provinciale attraverso il senatore cattolico Saggioro e operava pure con la Polizia ausiliaria. Frequentava Angelo Boldrini di Lendinara, il geometra Giacomo Cesaro, Mimì Sangiorgio e il dottor Volpe. Con il suo gruppo operavano due delle più note staffette femminili: la Carla (Angelina Dolcetto) e la Vecia (la vedova Bacchiega) che in seguito subirono torture tremende.

Interessante è la testimonianza che Paride Paiola dà del maestro Giovanni Tasso, uno dei partigiani più noti e importanti della zona, una guida per molti giovani ed un esempio “di onestà, di rettitudine e di una scrupolosità indescrivibile”. Con lui si trovò più volte a operare fianco a fianco ed ebbe modo di conoscerlo bene ed apprezzarlo. “Aveva una grande cultura – ebbe modo di sottolineare – uno spiccato senso di fraternità e un grande amore per il prossimo. Aveva un grande senso di amor di patria ed era attaccato all’Italia come pochi; ma ancor più che alla patria alla libertà”.

Ricordiamo che a Villamarzana il maestro Tasso si offrì di farsi fucilare al posto degli altri ostaggi e, di questo, Paride Paiola dichiara di avere avuto conferma direttamente dal padre abate del Santuario di Lendinara, che ha assistito il maestro Tasso prima della fucilazione.

Quando avvenne il rastrellamento di Castelguglielmo, il maestro Paiola si trovava in provincia di Verona in attesa di un lancio dagli aerei di armi per i loro partigiani. Soltanto al mattino successivo venne a conoscenza della rappresaglia effettuata nella notte nelle campagne di Precona e della cattura dei numerosi partigiani riuniti nel fienile del Fiorentin, giovani in parte reclutati da lui. Voleva, assieme ad altri, accorrere a prestare soccorso agli accerchiati, ma fu bloccato da Bonatti il quale gli impose, con il mitra spianato, di non muoversi in quanto riteneva fosse una pazzia, un inutile suicidio. “Da lontano abbiamo visto il fumo del fienile bruciato – osservò Paiola – quando la rappresaglia era già stata portata a termine”.

Con il successivo rastrellamento di Stienta nel mese di ottobre, in cui furono fatte prigioniere più di duemila persone, Paiola fu catturato presso il ponte di Fiocco. In questa occasione, tra gli altri, fu ucciso anche Tito Varliero e il giovane Paiola fu chiamato, assieme ad altri, a riconoscere la salma.

Paride Paiola si salvò perché fu identificato con il suo vero nome e non con quello di battaglia, che era Athos. In tal caso i fascisti avrebbero capito quale era stato il suo ruolo nel movimento partigiano.

Dopo l’arresto, fu imprigionato a Rovigo nella caserma Silvestri, dove rimase per un paio di mesi; quindi trasferito a Mestre alla dipendenze della Flak, il reparto della contraerea. Dopo il rientro a casa, avvenuto poco dopo – siamo nel marzo 1945 – il mattino successivo fu prelevato dalle Brigate nere e portato a Rovigo da Palmieri. Questi, che conosceva bene l’operato di Paiola come partigiano, gli propose, in cambio della libertà, di svelare l’ubicazione della radio clandestina. Con uno stratagemma Paiola riuscì a raggirare l’impegno e a fuggire rifugiandosi a Stienta per organizzare quanto necessario in vista del momento finale della lotta partigiana.

Nel giorno della liberazione Paiola partì da Castelguglielmo per andare a prendere in consegna il comune di San Bellino, dove, assieme ai compagni, riuscì a catturare un consistente gruppo di tedeschi e a portarli, la sera del 24 aprile, a Castelguglielmo per consegnarli agli alleati che stavano giungendo in paese.

Nel dopoguerra

L’attività partigiana è stata certamente determinante nella vita del Maestro Paiola che nel dopoguerra continuò con impegno l’attività socio-culturale e politica. A Castelguglielmo lo troviamo impegnato, quale fervente cristiano, nelle file dell’Azione cattolica e, in politica, tra i dirigenti della locale sezione della Democrazia Cristiana.

Impegni questi che portò avanti anche dopo il suo trasferimento a Lendinara, contemporaneamente alla sua attività di insegnante nelle locali scuole elementari. In questa città, fra le altre incombenze, fu eletto consigliere della Casa di riposo. Qui fu tra i primi dirigenti a proporre e sostenere il rinnovo e l’ampliamento dell’importante struttura.

Paride Paiola era nato a San Bellino nel 1922. Si diplomò presso l’Istituto magistrale ed insegnò dapprima nel suo paese, poi a Castelguglielmo, dove si trasferì e si sposò (nella chiesa parrocchiale di Presciane) con la collega Maria Ferrari. Dal loro matrimonio nacquero tre figli. Nel 1964, come detto, si trasferì a Lendinara, dove ha vissuto una vita operosa.

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Come citare questo articolo

Paolo Zambonin. “Il M° Paride Paiola (1922-2011)”. Ventaglio Novanta, n. 45, 2012. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-m-paride-paiola-1922-2011/

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