Ramedello è una strada arginale che costeggia l’Adigetto. Non è una vera borgata, è solo una striscia di terra arroccata sulla riva del canale che si allunga per un paio di chilometri costeggiando la terra di Chiavarin. Tradizionalmente una “zona rossa”, dove fino a qualche anno fa tutti si palesavano orgogliosamente comunisti, iscritti alla sezione di Dante Pavarin, storico attivista del partito, il quale una volta alla settimana distribuiva l’Unità ai compagni più fedeli che sapevano leggere. Una piccola repubblica che si riconosceva in Gramsci, Matteotti (anche se era un socialista), e nel giovane Togliatti.
Già terra di frontiera per un fascismo che in quella via faceva fatica ad imporsi, annoverava un unico iscritto al Fascio: era Dante Forattin, – cugino del Pavarin – attivista del partito sin dai tempi della Marcia su Roma. Nonostante l’evidente divario nei confronti della comunità rossa, a Ramedello, Dante non aveva mai avuto dei problemi perché era uno di loro e nessuno poteva fargli niente. Ma in una spedizione punitiva dalle parti di Ficarolo aveva avuto la peggio, e quelli che doveva punire lo avevano gettato fuori dal balcone assieme ai suoi camerati.
Dante era un bell’uomo: non molto alto, ma nobile nei lineamenti del viso e sempre attento a come parlava. Il volo dalla finestra del primo piano lo aveva però reso storpio, piegato su se stesso per i danni procurati alla spina dorsale. Ma nemmeno dopo questo episodio, nella “Piccola Repubblica” era stato emarginato.
La gente, nonostante episodi tristi come quelli delle “spedizioni punitive”, non era del tutto ostile al Fascimo perché aveva riportato l’ordine in una Italia scossa da troppi scioperi. E se qualcuno prendeva delle posizioni troppo critiche nei confronti del regime veniva bonariamente redarguito. Così capitò a Nani Panin, nemmeno tanto rosso e sostenitore di Nenni, che aveva avuto degli avvertimenti: “Stai zitto, che te ne frega di quello che succede a Ferrara o a Roma. Tu sei di Ramedello, qui puoi essere rosso fin che vuoi e nessuno ti dirà mai niente. Ma fuori no, tieni la bocca chiusa”.
Ma a lui non dispiaceva l’ombrètta, così quando i bicchieri di Clinto (il vino che tutti bevevano perché ricavato dalle vigne che avevano nell’orto o davanti casa) diventavano quattro o cinque, qualcosa gli scappava contro il Duce o il Podestà. Per la verità a lui Mussolini era anche simpatico: figlio del popolo e sincero nei suoi sentimenti. Ma non tutti i gerarchi erano come lui. Molti capoccia locali, di solito quelli con le “palanche”, con la scusa dell’Ordine e dell’Italia dell’Impero fatale sui colli di Roma, ai poveretti ne facevano passare di cotte e di crude.
E la povertà, davvero, era un affare serio. In molte case erano le “renghe” (sardine) a fare bella mostra di sé al centro della tavola. Uno ci strofinava sopra la polenta che così sapeva di qualcosa.
Di solito la paga finiva la domenica sera, all’osteria, con l’ultimo mezzo litro servito da Maria, la moglie di Dante, quello nero che lei aveva sposato anche se era storpio. Lunedì era il giorno più triste della settimana: non c’era un soldo e per avere un “toscano” (sigaro), si doveva aspettare che le galline facessero qualche uovo.
Se uno aveva la donna che lavorava, viveva in modo più soddisfacente. Con due entrate si poteva anche mangiare la carne una volta al mese. La moglie però era meglio averla bruttina perché al padrone le donne facevano sempre gola. La “Signora” non sempre era disponibile, così lui doveva arrangiarsi con i bordelli di città o qualche sposa che aveva alle sue dipendenze. E queste ultime, secondo lui, erano meglio di quelle di mestiere. Più fresche, meno smaliziate e non costavano che qualche regalo e molte promesse campate in aria. Bastava che fossero giovani. Se poi erano belle, tanto meglio. Per loro non c’era scampo.
In paese era facile vedere tanti “figli del padrone” che a papà, quello di casa, non assomigliavano per niente. Qualche giovane non sopportava questi soprusi e allora se ne andava in città. Ma era la stessa cosa. Meglio allora tornare al paese e far finta di non vedere, mettendosi davanti qualche bicchiere di vino. Alla fine, i figli, quelli giusti e quelli del padrone, bisognava comunque tirarli su.
Nani la moglie se la teneva stretta. La sua Agnese non era una bellezza da copertina, ma aveva tutto della misura giusta. A differenza delle amiche che lavoravano in campagna, lei faceva la sarta, grazie ad una vecchia Singer. Un regalo della zia di Nani che era di Ferrara ed era più emancipata. Da qualche tempo però non cuciva più perché aveva trovato un posto come bidella a Pontelagoscuro, sull’altra sponda del Po. E qualcuno – in particolare Ettore Pajareni, amico del Podestà, commerciante di bestiame, fresco fascista (per convenienza) e con un figlio pronto ad entrare nelle Camicie Nere – l’Agnese l’aveva notata.
Fu così che una domenica, all’uscita della Messa prima, Ettore aveva aspettato l’Agnese con la scusa di sapere qualcosa del marito. Lei non si era nemmeno fermata un attimo ed era scappata via impaurita.
La domenica seguente l’uomo era ancora lì e l’aveva avvertita dei pericoli che correva il suo Nani. Disse che, per quanto lo riguardava, Nani era da considerarsi un buono, ma qualche suo amico camerata ce l’aveva con i rossi e sapeva i nomi di tutti quelli di Ramedello che non erano con il Duce. E anche Nani era tra quelli da tenere d’occhio. “Io posso fare molto per lui!” aveva gridato alla donna ormai lontana.
Per tutta la settimana Agnese non uscì di casa, nemmeno per andare a trovare Maria, la moglie di Dante (quello nero sciancato), sua cugina e sua confidente fin da piccola.
Nani, vedendola triste e pensierosa, si preoccupò. Avevano un figlio di otto anni, Alberto, appassionato di aquiloni, che con il vento a favore li faceva alzare fino a cento, duecento metri. “Forse è in arrivo il secondogenito”, pensò, ma lei smentì di essere incinta, continuando però a rimanere assorta senza rivelare i motivi delle sue preoccupazioni, temendo la reazione del marito.
Nani cominciò a farsi mille domande e arrivò alla conclusione, non si sa perché, che fosse tutta colpa del prete, don Corrado, un tipo sempre pronto alla battuta e talmente sicuro di sé da permettersi il lusso di non essere tenero nemmeno con i fascisti. Era anche un bell’uomo e veniva da una famiglia benestante. “Che gli sia venuta una voglia anche al prete? – pensò – dopotutto è sempre un uomo.”
Per togliersi ogni dubbio si recò in chiesa per incontrarlo. Entrò nella sacrestia con il cappello in mano e gli occhi che guardavano il pavimento. Era sabato sera e don Corrado aveva appena finito di confessare.
“Nani – domandò il parroco, sorpreso di vederlo – come mai da queste parti? C’è qualcuno che sta male?”.
Nani lo guardò in faccia e intuì subito che il prete non c’entrava niente. Gli disse allora della tristezza di sua moglie, che quasi non parlava più. Don Corrado rimase un attimo in silenzio. “Guarda Nani – gli confidò allora il parroco – corrono voci che a Pajareni sia venuta una specie di voglia per tua moglie. Sarà una bravata, una scommessa con gli amici, ma io ci starei attento. Sono due o tre domeniche che si fa vedere in giro. Io l’ho saputo da alcune donne della Messa prima che si sono confidate con me.”
“E lei, mia moglie?”, domandò Nani visibilmente agitato.
“Lei non ha nemmeno girato gli occhi – lo tranquillizzò don Corrado – ma Pajareni è un testone che crede di avere diritto a tutto. Sempre. Comunque, per prudenza, l’Agnese per un po’ tienila a casa. Portala a Messa a Fratta o a Gognano.”
Nani salutò in fretta, si mise il cappello in testa e tornò di corsa a casa. Il giorno dopo, con la scusa di andare a trovare Dante, quello rosso, portò Agnese a Messa in quel di Fratta e nel pomeriggio si mise sulla sponda dell’Adigetto a osservare il figlio Alberto che mandava alto il suo aquilone, rosso come la bandiera del partito.
Era una bella giornata di primavera e la leggera brezza che spirava da ponente stava dando una mano al ragazzino. Tutto d’un tratto si udì un colpo di pistola e Alberto, impaurito, mollò tutto e corse verso il padre. Nani si alzò in piedi; ancora non si era reso conto della situazione che Pajareni era già lì, in compagnia di due amici.
“E’ così – gli urlò in faccia – che insegni l’amor di Patria a tuo figlio, permettendogli di fare aquiloni rossi per far piacere ai tuoi amici comunisti?”
“Tu sei scemo se spari ad un aquilone perché è rosso.” – gli rispose secco Nani.
“Sei una lenguazza (lingua lunga) – replicò minaccioso Pajareni – e questo non fa piacere ai miei amici.”
“Se sono tuoi amici, saranno imbecilli come te “, ribatté duro Nani.
Le sue parole scatenarono l’immediata reazione dei tre, che in un lampo gli furono addosso. Vistosi accerchiato, Nani tirò fuori la corteina (coltello ricurvo a serramanico) che usava per tagliare i rami più piccoli del vigneto. “Avanti il primo – disse minaccioso – che gli taglio il collo con un colpo solo”. Ma i tre non si fecero intimorire e, strattonandolo da tutte le parti, riuscirono a farlo cadere.
Alberto intanto era scappato verso casa per avvertire la mamma. Qualcuno però aveva visto tutto, cosicché, all’improvviso, sorprendendo gli aggressori, uscirono fuori dalla scarpata alcuni ragazzi della via che, nel giro di pochi, minuti fecero volare nell’Adigetto Pajareni ed i suoi amici.
L’acqua nel canale era poca ed i tre non faticarono molto a raggiungere la riva opposta di via Casaria, dove risalirono inzuppati di fango e melma.
“Questa è Ramedello, non l’Italia del Fascio “, gridò uno dei giovani rivolto ai tre che erano rimasti immobili sulla riva opposta, ancora increduli di quel che era successo.
Da allora Agnese riprese ad andare alla Messa di don Corrado. Pajareni non si fece più vedere, e Ramedello ha continuato ad essere la piccola repubblica rossa in una Italia tutta nera.
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Come citare questo articolo
Enzo Fuso. “La Repubblica di Ramedello”. Ventaglio Novanta, n. 47, 2013. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-repubblica-di-ramedello/