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UN RICORDO

I silenzi del Delta

Un’escursione nella natura alla ricerca di immagini lontane e di nuove emozioni

di Gianna Giunta

Ventaglio Novanta n. 48 2014 pp. 112–116

Quando le educande del Collegio Sacro Cuore andavano alle Magistrali in fila, due per due, con la loro divisa, paltò e basco blu, dietro alla lunga fila c’erano sempre due carabinieri: Suor Giovanna e Suor Maria Antonietta impettite nella veste di Santa Giovanna Antida, la fondatrice dell’ordine. Durante il percorso le due suore tenevano d’occhio la compostezza delle educande; quando però la lunga fila passava davanti alla “Regia Gendarmeria”, di austriaca memoria, poi adibita a scuola pubblica, oggi Istituto per Geometri, vivacizzata dalla presenza di baldi giovani, le occhiate e gli scambi di sorrisi erano tanti, nonostante la vigilanza delle suore.

Fu a quel tempo che conobbi Maria, era in collegio perché abitava ai confini della provincia, anzi ai confini della terra, si poteva allora dire, perché veniva dal Delta del Po, un mondo completamente sconosciuto.

La nostra amicizia si consolidò e fui invitata a casa sua. Un itinerario lunghissimo per completare il quale percorsi tanti chilometri di strada bianca, viaggiando sugli argini: acqua a destra acqua a sinistra; per me erano corsi d’acqua tutti uguali, ma gli abitanti della zona li chiamavano per nome: Po Grande, della Pila, Punta della Maestra, Boccासette, cioè l’ultima bocca del Po.

Per lungo tempo non vidi più Maria e non ebbi più sue notizie: eravamo in guerra e più nessuno affrontava un lungo viaggio in mezzo all’acqua. E poi, chi si muoveva con “Pierino” sempre sopra la testa? Ma di quella visita mi rimasero impresse varie cose, a cominciare da un grande abbeveratoio con una pompa artesiana dal manico lungo che serviva per dare da bere ai cavalli e ai vari animali che c’erano nella fattoria. I cavalli appartenevano ad una contessa che abitava nella villa. Maria la conosceva e le era amica. In una cantina c’era una grande cisterna colma di sassi, sabbia e ghiaia, quando si buttava sopra un secchio d’acqua del Po, l’acqua piano piano filtrava tra i sassi scendendo una goccia alla volta in un recipiente sottostante; quell’acqua era buona per bere e per far da mangiare.

Con gioia ritrovai Maria dopo molto tempo in montagna: appresi che era rimasta vedova con figli già sposati; passeggiando ricordammo i tempi della nostra gioventù. Fu allora che le chiesi alcune informazioni riguardo alla sua casa nel delta, e lei ebbe modo di raccontarmi alcuni episodi della sua giovinezza e lo sbocciare del suo grande amore.

“Avevo 14 anni e nella mia casa grande si stava bene, avevamo tutto il necessario anche se eravamo isolati, a volte venivano pescatori o cacciatori, altre persone pernottavano: persone che venivano dal mare.

Nel settembre del 1943 tre o quattro ragazzi, soldatini che erano fuggiti dalle caserme per ritornare a casa, di cui non ricordo la provenienza, si rifugiavano in casa mia, aspettando il momento buono per riprendere il cammino.

A quel tempo vigilavano i tedeschi che, a causa dell’armistizio, erano più severi; allora mio papà li nascose in un capanno in mezzo alla golena, ma il problema, a un certo punto, si complicò, perché i tedeschi si installarono proprio vicino a casa mia sull’argine: dovevano tenere d’occhio chi veniva dal mare.

Io allora avevo il compito di curare i cavalli, che ci servivano per il lavoro e per spostarci. Ne cavalcavo bene uno che era docile, facevo tra i viali della golena lunghe corse e arrivavo fino al mare, così per passatempo. Uscivo quando volevo e… portavo la minestra calda ai miei amici soldatini.

A volte riuscivo ad andare anche due volte in un giorno, sempre di nascosto e con tanta paura, anche perché c’era un soldatino di Ceregnano, carino e gentile. Con lui avevo fatto amicizia, mi diceva che avevo coraggio e pazienza con i cavalli e tante altre belle parole e un giorno mi disse: “Quando finisce la guerra ti sposo!”. Il discorso finì lì, anche perché ci fu un allagamento. I tedeschi avevano infatti rotto gli argini, e la golena e le stradine erano tutte coperte d’acqua. B Boccासette era proprio isolata.

I soldatini scapparono e io non seppi più nulla. Sognavo ad occhi aperti il mio romantico soldatino e pregavo per lui. Gli anni lentamente passavano; vivevo in mezzo ad una natura meravigliosa, selvaggia, con un fascino unico che davvero t’invogliava a vivere. Tutto cresceva liberamente, grandi erano i silenzi, si avvertiva solo il mormorio dello scorrere dell’acqua, il cinguettio e il battere d’ali degli uccelli migratori che arrivavano a frotte, alcuni tonfi nell’acqua di qualche pesce grosso o di qualche animale che viveva in libertà, il mormorio delle foglie mosse dal vento, il resto silenzio…

Nessun giornale, rare notizie lunghe giornate, tante ore di ricamo, tra lettura e studio. Poi, nel 1946, a guerra finita da pochi mesi, un giorno, lungo il viale che porta a casa mia, vidi arrivare un uomo. Visto in lontananza mi sembrava un vecchietto, ma ben presto il mio cuore cominciò a battere, mi disse: “Sono ritornato, sono Mario”.

La mia emozione era tanta. Io non capivo nulla, mentre lui continuava a parlare: “Il tuo coraggio e la tua generosità mi aiutarono a superare la dura prigionia, sognavo sempre il tuo giovane volto in mezzo all’acqua, ora sono qui per dirti grazie di tutto!” Fu così che cominciò il nostro amore…”

L’autunno di qualche anno fa sono ritornata nella terra ove il fiume incontra il mare e mi è tornata in mente l’amica del delta, la sua delicata storia d’amore e il suo attaccamento a quel mondo fatto di natura e grandi silenzi. Ho girato in macchina a destra e a sinistra, passando per strade e stradine lungo gli argini ammirando una campagna meravigliosa, ben arata e ordinata, dove ho visto cacciatori con fucili a tracolla che passeggiavano.

Una giornata autunnale meravigliosa con il sole, senza vento che mi ha stimolato a raccogliere con tranquillità mille conchiglie lasciate dalle onde del mare sul litorale; conchiglie che erano anni che non vedevo più sulla spiaggia.

Poi ancora in auto per ammirare più oltre la natura e il paesaggio della zona. Momenti di incanto: più si avanzava in macchina più si rimaneva a bocca aperta; ogni sosta era un flash per fermare immagini e fare commenti; qualche airone immobile o pronto al volo, mentre due fagiani passeggiavano tranquilli in quel paradiso.

Le valli in quel giorno col cielo terso erano meravigliose; i colori mutavano d’intensità dal rosso fuoco all’azzurro dell’acqua apparentemente immobile: acqua del Po, del mare, del Canal Bianco, non so quale acqua fosse: era tutta una immensa meravigliosa valle.

Polesine Camerini, Bonelli, Barricata, Scardovari sono le località attraverso cui sono passata. Poi la sosta alla Sacca di Scardovari per il pranzo: che squisitezza e che bontà. Il nostro Delta del Po è veramente un Paradiso!

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Come citare questo articolo

Gianna Giunta. “I silenzi del Delta”. Ventaglio Novanta, n. 48, 2014. https://ventaglionovanta.it/archivio/i-silenzi-del-delta/

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