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NARRATIVA

Il ritorno

di Paolo Zambonin

Ventaglio Novanta n. 48 2014 pp. 137–140

Per impegnare il tempo, Elena preferiva camminare, muoversi, guardare le cose attorno a sé; magari, curiosare e fantasticare su di esse come in un gioco estroso. Non le piaceva fermarsi, nemmeno nelle lunghe pause d’attesa: era tempo sprecato e lei non voleva proprio sciupare nel nulla il suo, così prezioso e sempre lesinato. E quel giorno era irritata per il ritardo del suo aereo e temeva che questo disguido compromettesse il rientro in città prima di sera e, quindi, gli impegni del giorno appresso.

Sedette ad un tavolino appartato, sola, discosta dal gruppo degli altri compagni di viaggio, in quel momento particolarmente chiassosi. Tutto la infastidiva, anche quel vociare insistente ed uggioso.

Doveva aspettare due ore nelle sale dell’aeroporto di Gatwick prima di potersi imbarcare, per cui aveva tutto il tempo per assaporare lentamente la bibita che il cameriere aveva posato sul tavolino davanti a lei. Pensava alle cose che avrebbe avuto da raccontare al suo ritorno, alle interessanti esperienze incontrate durante quel viaggio a Londra e nelle regioni meridionali dell’Inghilterra. Rivedeva i meravigliosi paesaggi, le dolci distese ondulate del Devon e della Cornovaglia, i verdi prati incorniciati da lunghe e folte siepi, le caratteristiche insenature della costa con pittoreschi porticcioli, attorniati da piccole e bianche case digradanti verso il mare, e i rosseggianti tramonti, superbi sulle spumeggianti acque blu dell’oceano Atlantico. Ricordava le imponenti cattedrali, i maestosi castelli e i numerosi palazzi visitati in quei giorni; risentiva le fantasiose leggende e le irreali storie che l’esperta e simpatica guida, Mr. Mike, raccontava per rendere ancora più suggestive le immagini che andava via via sottoponendo – in perfetta lingua italiana, ma con il tipico accento inglese – all’attenzione della comitiva.

Elena si trovò a sorridere. Gioiva ancora alle rievocazioni di Mr. Mike con le sue storie curiose, al ricordo delle opere d’arte che la natura e l’uomo avevano saputo costruire in quello scenario fantastico; assaporava nuovamente il piacere delle magnifiche giornate trascorse con tante persone gradevoli ed allegre.

Le gustose rievocazioni ottennero l’effetto di renderla nuovamente serena e socievole, mentre la porta a vetri della sala si apriva con un leggero cigolio che richiamò la sua attenzione. Elena si girò e lo vide entrare.

Sicuro di sé, evidentemente avvezzo all’ambiente, il giovane si avvicinò al lungo banco di marmo rosato del bar, ingombro di bicchieri e attorniato da numerosi avventori. Salutò con confidenza i camerieri ed ordinò qualcosa da bere. Indossava il caratteristico giubbetto di tela gialla, alquanto vistosa, sopra la divisa scura in dotazione al personale dell’aeroporto. Prese la tazza del tè che gli avevano preparato e cominciò a bere, lentamente, indugiando a lungo tra un sorso e l’altro. Lo sguardo, perso nel vuoto, lasciava supporre che il suo pensiero fosse altrove.

Elena ebbe modo di osservarlo con calma, minuziosamente. Era alto e magro, un fisico mozzafiato; agile ed elegante con un fare spigliato; due meravigliosi occhi verdi come smeraldi vivi e brillanti, una pelle liscia che la lieve abbronzatura rendeva quasi dorata; una bocca lievemente atteggiata al sorriso e due maliziose fossette sulle guance rosate; lunghi capelli neri corvini, leggermente ondulati e ben curati, gli incorniciavano un volto decisamente interessante. Il suo corpo metteva in evidenza, seppur velata dagli indumenti, una muscolatura certamente coltivata a lungo, forse in palestra, e sprizzava sesso da tutte le parti, come pure il suo modo di muoversi e di parlare. E lo sguardo, penetrante e magnetico e nello stesso tempo dolce e carezzevole.

Forse tutto questo era soltanto ciò che Elena percepiva, quello che vedeva in lui, fatto sta che la ragazza rimase palesemente stordita. La piacevole visione di quel giovane aveva toccato tutti i suoi sensi, come mai le era successo prima. Elena sentiva un’ebbrezza dentro di sé, un piacere esaltante, un’attrazione insolita che le fece dimenticare quanto stava intorno a lei; perfino l’aereo che stava attendendo.

Osservava quel giovane da un minuto, forse da un’ora; non aveva più cognizione del tempo.

Lui depose sul banco la tazza vuota, salutò con un cenno della mano i camerieri, che ricambiarono festosi. – Ciao, Luca – gli gridarono sorridenti; – ci rivediamo il prossimo mese.

Luca si girò per uscire. Il suo sguardo incontrò quello di Elena, attratto dai suoi occhi incantati, stupefatti. Si fermò un istante, fissandola incuriosito. Le sue labbra modellarono un malizioso sorriso, come un impercettibile saluto. Poi uscì.

Lei vide la sua figura allontanarsi dietro la porta a vetri, sempre più offuscata fino a confondersi nel brulichio dei mille cromatismi che coloravano, ondeggianti, la grande sala d’attesa.

Un colpo allo stomaco, una percezione di vuoto, di smarrimento. Quegli occhi magnetici! Erano rimasti dentro di lei; l’avevano completamente stregata. Avrebbe voluto chiamare quel giovane, farlo tornare, trattenere la sua immagine in quella sala per continuare a godere della sua presenza; avrebbe voluto che il tempo si fermasse per potersi rendere conto di quanto le stava accadendo.

L’altoparlante annunciò il volo per l’Italia e invitò i passeggeri interessati ad avvicinarsi per l’imbarco. Elena si mise in fila con gli altri compagni di viaggio, rimuovendo dalla sua mente le pregnanti immagini. Ma, con vera sorpresa, appena giunse il suo turno per la consegna del biglietto al controllore, si trovò davanti nuovamente quel giovane intravisto poco prima al bar.

Sorridente, Luca stava allungando la mano per prendere i documenti che lei gli porgeva. Si guardarono negli occhi, indugiando, come per scrutarsi a vicenda.

– Elena Turri – lesse ad alta voce il giovane sui documenti di viaggio. – Il suo posto è nella quinta fila a destra. Si accomodi pure avanti.

– Ma allora sei italiano? – chiese Elena sentendo il suo chiaro accento toscano.

– Sono di Firenze – rispose, soffermandosi ad osservare il volto incuriosito della ragazza e riproponendole nuovamente quello sguardo ammaliante.

A malincuore Elena passò avanti per lasciare il posto alle altre persone in fila dietro di lei. Avrebbe voluto fermarsi per parlare, per conoscerlo, anche solo per guardarlo. Un impulso spontaneo, un desiderio forte, istintivo.

Collocò il bagaglio a mano nell’apposito ripiano, mentre anche gli altri viaggiatori si sistemavano nei posti loro assegnati. Notò che tutti erano accoppiati secondo la fila comprendente il loro numero; soltanto lei si trovava da sola. Il sedile accanto al suo era rimasto libero.

– Meglio così – pensò. – Dopo otto giorni di viaggio e trasferimenti da una città all’altra, ora posso riposare e recuperare il sonno perduto.

Le palpebre di Elena si chiusero senza indugio, appesantite dalla stanchezza accumulata durante la settimana di viaggio, gli spostamenti continui, le interminabili passeggiate e i percorsi esplorativi per città e sperdute località inglesi. In breve, la ragazza cadde in una rilassatezza completa, il corpo inerte appoggiato al bracciolo del sedile, la mente apparentemente vuota. Un lieve stordimento, un dolce torpore, un senso di leggerezza. Poi un sonno profondo.

Un brusco movimento dell’aereo in manovra la svegliò improvvisamente. Elena aprì gli occhi e si guardò attorno per capacitarsi di quanto stava accadendo attorno a sé, per rendersi conto del luogo in cui si trovava in quel momento. Era stordita, intontita. Ci volle un po’ di tempo per riprendere pienamente le sue facoltà intellettive.

Quanto aveva dormito? Forse soltanto una decina di minuti, un quarto d’ora al massimo. L’apparecchio, infatti, dopo le formalità per l’imbarco, stava avviandosi verso la pista di decollo. Procedeva lentamente, con un leggero dondolio appena percettibile. Elena si lasciò cullare come faceva, da piccola, quando la mamma la sollevava dal letto, al mattino, e cercava di svegliarla per mandarla a scuola. Chiuse nuovamente gli occhi per assaporare ancora una volta quelle dolci sensazioni, ormai lontane nel tempo.

Il tenero ricordo di casa, della sua giovinezza, gioiosa e spensierata, le riportò il buon umore.

– Elena, – sentì sussurrare, piano, vicino a sé – cosa ti sta succedendo? Perché sorridi?

Seduto vicino a lei, Luca la stava osservando, divertito. Gli occhi verdi del giovane dipendente dell’aeroporto, intravisto al bar, scrutavano il suo volto; quello sguardo penetrante e fascinoso, che tanto l’aveva colpita, era sopra di lei e frugava tra i suoi pensieri. “Sto sognando”, pensò Elena, continuando a sorridere.

– Elena, – sentì chiamare di nuovo.

Questa volta aprì gli occhi e lo vide sul sedile accanto al suo.

– Cosa fai qui? – gli chiese. Un fremito di gioia invase il suo corpo, sorprendendola per questo effetto inaspettato e irrazionale.

– Ho terminato poco fa il mio lavoro – rispose il giovane – e da questo momento sono in ferie. Torno nella mia città per un mese. Avevo prenotato il viaggio e questo è il posto che mi è stato assegnato dalla Compagnia. Sono felice di averti qui al mio fianco in queste ore necessarie per raggiungere Bologna.

Luca non portava più la divisa nera e gialla in dotazione al personale dell’aeroporto. Se l’era levata in fretta, riposta nel suo armadietto personale in attesa di riprenderla al rientro dalle ferie, ed aveva indossato gli abituali vestiti civili, che sceglieva sempre con particolare cura: una elegante giacca leggera di lana principe di Galles, un paio di pantaloni blu ed una camicia rosa; un look in armonia con la sua carnagione dorata ed i folti capelli neri…

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Come citare questo articolo

Paolo Zambonin. “Il ritorno”. Ventaglio Novanta, n. 48, 2014. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-ritorno/

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