Sollecitato dalle notizie apparse sul n.49 di “Ventaglio 90”, in occasione del novantesimo anniversario della morte di Giacomo Matteotti, ho voluto rileggere le pagine scritte da Pio Mazzucchi sulla sua “Cronaca di Castelguglielmo 1866-1932” per quanto fa riferimento al Martire polesano.
La “Cronaca” del Mazzucchi è un voluminoso diario composto dallo studioso di Castelguglielmo in oltre sessant’anni di vita a cavallo tra Otto e Novecento¹. Il corposo scritto è stato pubblicato nel 1995 col titolo succitato dalla Minelliana di Rovigo: si tratta di un libro di quasi novecento pagine che costituisce una fonte di informazione molto dettagliata non solo relativamente a Castelguglielmo, ma a tutto il Polesine, delineando un interessante quadro degli avvenimenti sia locali che nazionali.
Va però detto che l’autore non è portato all’obiettività del racconto: non si impegna assolutamente a far emergere i diversi punti di vista, ma – trattandosi di un diario – è sempre interessato a proporre il proprio pensiero (spesso fortemente di parte) e i propri sentimenti. Insomma l’estensore dell’ampia Cronaca si configura come un personaggio originale e curioso che, pur vivendo appartato e lontano dall’agone politico, è però decisamente schierato in senso conservatore.
Le sue annotazioni sulle vicende che videro Matteotti socialista, protagonista di primo piano in Polesine, sono pertanto per lo più molto critiche e tutt’altro che benevole².
Ma – ecco la novità – nelle pagine dedicate alla morte, ai funerali di Giacomo Matteotti e al processo che ne seguì, lo scrittore di Castelguglielmo assume un atteggiamento molto diverso. Lo sentiamo al di sopra delle parti, sinceramente rattristato dalla tragica morte del parlamentare polesano.
Vediamo.
In data 10 luglio del 1924 il Mazzucchi scrive:
“Ricorre, oggi, il trigesimo della scomparsa dell’on. Giacomo Matteotti, socialista unitario, rapito a Roma il giorno 10 giugno verso sera, da ignoti mandatari, nel Lungotevere Arnaldo da Brescia e cacciato in un’automobile, che prese a tutta corsa la strada fuori di Roma, internandosi nella zona del lago di Vico. Gli vennero rapiti, dicesi, documenti accusatori che egli intendeva far valere alla Camera, a danno del Governo e degli avversari politici, e pare sia stato assassinato a colpi di pugnale ed occultata la salma.
Si eseguirono arresti di persone altolocate, che si reputano complici e mandanti; ma finora nulla si conosce di preciso sull’assassinio. Questo atto di barbarie venne esecrato da tutto il paese e anche fuori dall’Italia. L’assassinio dev’essere opera dei fascisti. Il Matteotti fu un perturbatore della pubblica quiete; nel Polesine continuava l’opera disgregatrice già iniziata dal Badaloni, rinfocolando le agitazioni agrarie e l’odio di classe ….” (qui si dilunga nei suoi soliti commenti accusatori).
In data 16 agosto 1924 scrive:
“I giornali recano la notizia che il cadavere dell’on. Matteotti fu rinvenuto circa 23 chilometri da Roma, in una piccola macchia presso la Flaminia, fra Riano e Scrofano, precisamente nel sito denominato Quartello.
Il cadavere, o per meglio dire, lo scheletro barbaramente straziato, coperto da 10 a 20 centim. di terriccio dissotterrato in presenza delle autorità giudiziarie e di pubblica sicurezza, venne chiuso in una cassa di abete e trasportato al cimitero di Riano. La cameriera del disgraziato, condotta sul luogo, poté identificare il suo padrone da un dente d’oro, ch’egli teneva nella mascella superiore, e da un altro legato in oro.
La signora Velia Matteotti, vedova della vittima, accorsa poco dopo in automobile, da Roma, e in preda a vivissima commozione, volle entrare nel camposanto, per gettarsi ginocchioni a lato della bara. Risollevata e confortata da parenti, fece poi ritorno a Roma”.
In data 21 agosto 1924 scrive:
“Questa mattina si sono celebrati solennemente, a Fratta, i funerali alla salma dell’on. Matteotti. Non solo dai paesi contermini, ma dalle province vicine, è accorso il popolo, e da città lontane amici del defunto e rappresentanze di Associazioni più o meno sovversive, recando corone di fiori. Si calcolano a non meno di diecimila gl’intervenuti, fra i quali duemila fascisti, non però in camicia nera, perché questo sarebbe stato contro le disposizioni del Governo, che vuole rispettata la volontà della vedova.
Dalla camera ardente dell’abitazione del defunto, il feretro, dopo la rituale benedizione del sacerdote, viene portato a mano, fra immensa folla stipata nel giardino e sulla via. A fatica si compone il corteo, a capo del quale è la corona del partito unitario socialista, poi quella della Camera dei deputati, quella del Comune di Fratta e via via; una quantità innumerevole di associazioni, di rappresentanze di Comuni, di amici e di ammiratori.
Dietro le corone, i soldati del battaglione 3° Genio, poi il feretro, e dietro a questo, dando prova d’una forza straordinaria d’animo, cammina la vedova, accompagnata dai parenti e da signore e signori, deputati e amici della stessa fede, qualche popolare e qualche repubblicano. Ai lati del feretro camminano i due valletti della Camera, con lo stemma d’Italia nei ceri accesi, ed i carabinieri in doppia fila. Fiori sono sparsi in quantità sulla via, e fiori nel passaggio fino alla chiesa vengono gettati sulla bara.
La vedova, sfinita dal dolore, prende posto, con le sorelle, in un banco di fianco al catafalco. Il sacerdote celebra la messa. Nel trasporto della bara dalla chiesa al camposanto, riordinato alla meno peggio il corteo, il popolo, per non rimanere addietro, irrompe nei campi a lato della strada. Quando la bara, sempre seguita dalla vedova, sta per entrare nel sacro recinto, il battaglione schierato sulla strada provinciale, presenta le armi. Il cancello viene sbarrato dalla forza pubblica, ma i popolani, circa un migliaio, vi penetrano egualmente, scavalcando le mura, prima che i carabinieri possano accorrere a trattenerli.
Deposta provvisoriamente la bara in una cappella, si odono elevarsi tra la folla invettive contro il Governo e lunghi mormorii, a stento repressi dai congiunti del defunto e dalla stessa povera vedova, che, sulla porta, rivolta verso il pubblico, con isguardo fisso, vitreo, per l’atroce dolore, leva ripetutamente le braccia con un gesto che invoca la calma.
Un fremito di commozione scorre nei presenti, molti si asciugano le lacrime. Qualche nuovo grido sovversivo si fa sentire qua e là, fra i socialisti: “Vendetta! .. Viva Matteotti!… Viva il Martire! – Viva la libertà!”. Un cognato della vedova leva la voce e gesticola, per persuadere i presenti a non fare manifestazioni chiassose.
Il recinto si vuota a poco a poco e la signora sale in automobile, per fare ritorno all’abitazione. Molti popolani domandano di baciarle la mano. “Andate a casa” ella dice con espressione di amore: “Siate buoni ed amatevi come insegnò Gesù Cristo”. La folla é commossa. Prima di uscire dalla cappella, la povera donna aveva scritto questa epigrafe, certo dettata dagli amici politici del defunto. “Sia la tua estrema dimora il mio cuore – Tua eterna camera ardente la vita dei tuoi figli – Premio del tuo martirio la fiaccola aulente di tutto il popolo che esalta il sacrificio tuo – e dell’Italia onesta e redenta dalla schiavitù”.
“Alla Corte d’Assise di Chieti (Abruzzo Citeriore) in questi giorni si svolse quella strana commedia giudiziaria, che si suol indicare col titolo di Processo Matteotti. Condotto sulle rotaie già delineate colà dove si puote ciò che si vuole, si chiuse, come da ognuno era preveduto. Inutile seguirlo qui ne’ suoi particolari. In sette giornate, fu condotto alla fine, cioè si è spinta a grande velocità la macchina, senza farla deviare d’un millimetro.
I magistrati obbedirono fedelmente agli ordini ricevuti. Il Pubblico Ministero chiese l’assoluzione di Giuseppe Viola di Augusto Malacria e, ritenuta la responsabilità di Amerigo Dumini, Albino Volpi e Amleto Poveromo, responsabili del delitto di omicidio preterintenzionale, col beneficio della concausa, in applicazione degli articoli di legge venne inflitta ai detti individui la pena della reclusione per anni 12. Tale pena per la complicità corrispettiva “dovrà essere ridotta ad anni 7; inoltre, per le circostanze attenuanti, dovrà ancora essere ridotta ad anni 5, mesi 11 e giorni 20, oltre alle conseguenze di legge e alla interdizione perpetua dai pubblici uffici”. Il Pubblico Ministero chiede inoltre che “in applicazione al decreto di amnistia del 31 luglio 1925 ritenuto il movente politico, siano dichiarati condonati quattro anni della pena complessiva”.
La sentenza del presidente fu conforme alle richieste del Procuratore Generale. Però Malachia e Viola, furono ancora trattenuti per bancarotta. Ecco il gioco di quel prestigiatore che vi sciorina davanti agli occhi un largo fazzoletto, poi lo riunisce e con tutte e due le mani, lo stringe, lo stringe …, imponendogli di diventare piccolo, piccolo, piccolo…; finalmente, lo investe con un lungo soffio, lo fa sparire, e vi mostra le palme vuote.
Così si chiuse un processo per un clamoroso delitto, che suscitò tanto chiasso in Italia e fuori: processo mostruoso, che si potrebbe definire una sfacciata violazione della legge, una solenne buffonata…”
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Come citare questo articolo
Paolo Zambonin. “I funerali di Giacomo Matteotti”. Ventaglio Novanta, n. 50, 2015. https://ventaglionovanta.it/archivio/i-funerali-di-giacomo-matteotti/