Il 25 agosto 1889 per don Marco Faccini, canonico e parroco della Cattedrale di Sant’Anastasia in Zara, fu una bella, bellissima, giornata perché aveva finalmente unito in matrimonio Raulo Bellini e Maria Božin; e lo aveva fatto con grande emozione: quelle sue due pecorelle gli avevano dato filo da torcere, ma ora era con enorme soddisfazione che leggeva i loro nomi nel registro dei matrimoni.
Maria aveva 32 anni, era analfabeta (aveva firmato il registro con una croce) ed era nata sull’isola di Rava, una delle isole dell’arcipelago davanti a Zara. Don Marco la vedeva scendere quasi tutte le mattine dalla barca quando arrivava in città per prestare la sua opera come giornaliera, lì dove era stata richiesta. Era una donna semplice, ma proveniva da una famiglia contadina di buoni principi, gente solida coi piedi piantati per terra.
Anche Raulo gli piaceva, sebbene sapesse che a lui non piacevano i preti. Era arrivato a Zara già da qualche anno: in Polesine la gente andava via, verso l’America, lui però era cresciuto sentendo parlare della Dalmazia, di quanto era bella, di come ci si vivesse bene. Suo padre Giovanni (Pietro) era stato soldato nell’imperial regio esercito e lo avevano mandato proprio a Zara dove aveva conosciuto una cameriera, Antonia, figlia del pittore veneziano Cesare Costa e di una sarta padovana. Giovanni e Antonia si erano sposati nella cattedrale di Sant’Anastasia nell’aprile del 1850 e poi erano tornati a Crespino dove tre anni più tardi era nato Raulo. Nel 1856 si era trasferito a Venezia da Zara con la famiglia anche il testimone di nozze di Giovanni ed Antonia, Giuseppe Sabalich, rientrato in Dalmazia dieci anni dopo. Don Marco non sapeva se i Sabalich, molto noti in città, avessero avuto un ruolo nella scelta di Raulo.
Ad ogni modo, non aveva neppure trent’anni il Bellini quando aveva preso la decisione di venire a Zara da regnicolo (così venivano definiti in Dalmazia gli italiani della penisola) perché – don Marco lo aveva sentito dire – in Polesine nell’ultimo periodo le cose erano peggiorate. Le precarie condizioni economiche polesane avevano indotto Carlo Fabbri e Ferdinando Folchini, i due medici condotti di Crespino, a scrivere al sindaco: fino al 1870 la pellagra si manifestava solo con qualche caso isolato, ma adesso era diventata una vera piaga; così anche la malaria che colpiva i poveri come i signori, e la scrofola e lo scorbuto persino … E che dire di morbillo, scarlattina, pertosse?
Negli ultimi anni i casi di morte fra i bambini con meno di dieci anni erano raddoppiati!
Raulo quando ne parlava diceva che i due dottori davano la colpa di tutto ciò alle condizioni cosmo-telluriche del paese … Lui – diceva – non ne capiva nulla di queste cose difficili, ma vedeva che i poveretti mangiavano solo polenta (e poca anche di quella) e cantavano: “Co San Marco comandava se disnava e se zenava / soto Franza, brava gente, se disnava solamente / soto casa de Lorena no se disna e no se zena / soto casa de Savoia de magnar te ga voja!”.²
Aveva quindi preso la decisione di andarsene, come del resto facevano in tanti. Solo che andare verso le Americhe… No, non erano posti per lui quelli, invece in Dalmazia dove era nata sua madre, forse lì un bravo falegname, pieno di buona volontà, avrebbe trovato modo di far fortuna.
Era giunto da poco in Dalmazia Raulo quando aveva conosciuto Maria e se ne era innamorato, ma lui di matrimonio non ne aveva voluto proprio sapere, neppure dopo la nascita del piccolo Ernesto nel dicembre del 1883. Non lo aveva neppure fatto battezzare, ma il parroco di allora, don Pasquale Randi, che pur avanti negli anni aveva saputo mantenere intatta la sua grande fede, aveva annotato lo stesso la nascita nel registro dei battesimi: lasciato in bianco lo spazio per le aggiunte successive, aveva affidato il piccolo alla Provvidenza.
Don Marco nei primi mesi del 1884 era stato chiamato a sostituire don Pasquale nella cura delle anime della parrocchia, compito che aveva assunto con grande impegno.
Le strade del Signore, si sa, non sono le nostre strade e, nonostante l’intervento dall’alto si facesse attendere, il buon sacerdote immancabilmente nelle sue quotidiane preghiere affidava a Maria Santissima anche la famigliola di Raulo. Quando lo incontrava, a don Marco venivano sempre in mente san Girolamo, noto per il cattivo carattere, e l’invocazione che il santo lanciava al Cielo dopo aver perso la pazienza: “Signore, perdonami perché sono dalmata!” e non poteva fare a meno di pensare che qualche similitudine fra la gente del Polesine e i dalmati in fondo c’era.
Di fronte a quella bimba e alla preoccupazione – forse alle lacrime – della sua Maria, anche Raulo capitolò. Quella creaturina così piccola e gracile, così fragile da sembrare in punto di morte, gli fece fare il grande passo, perché un padre è un padre e si può essere anche mangiapreti, ma di fronte alla morte cambia tutto: un uomo ha delle responsabilità verso i propri figli, sia in questa che nell’altra vita.
Quel 14 febbraio del 1886, Raulo era accompagnato dai suoi amici e colleghi falegnami quando varcò la porta della cattedrale per far battezzare i suoi piccoli Emma ed Ernesto, ma a don Marco si strinse il cuore quando fu costretto a vergare “illegittimi” sul registro dei battesimi: lo scrisse con un filo d’inchiostro, il più piccolo possibile. E si rimise a pregare.
Fu dunque con grande soddisfazione e gratitudine verso il buon Dio, che aprì nuovamente le porte di S. Anastasia quell’agosto del 1889 quando Raulo portò finalmente all’altare la sua Maria. E fu con soddisfazione ancor più grande che quella sera prese in mano i registri dei battesimi per annotare la legittimazione in fianco ai nomi di Ernesto ed Emma.
Per la cronaca: i due coniugi andarono a vivere con i loro bambini nell’isola di Ugliano, antistante Zara, e precisamente nel villaggio di Pogliana (Poljana); il matrimonio l’anno dopo fu allietato da una nuova nascita: Luigi, che venne battezzato dal buon don Faccini il 9 novembre del 1890.
Ernesto seguì le orme paterne e imparò il mestiere di falegname; nel 1910 si sposò in Santa Anastasia con la sarta Caterina Kneževich. Don Marco all’epoca non c’era più e il matrimonio fu celebrato da don Pietro Maupas, omonimo del celebre arcivescovo di Zara morto nel 1891.
Raulo morì nel febbraio del 1921 e fece così appena in tempo a vedere Zara annessa a Regno d’Italia.
Ma le cose cambiarono in modo traumatico a conclusione della seconda guerra mondiale. Dai documenti si ricava che nel 1948 Ernesto era a Trieste: anche lui annoverato nelle fila dei 350.000 italiani che avevano dovuto lasciare Istria, Fiume e Dalmazia per sfuggire alla ferocia dei titini. Dove abbia trovato uno sbocco la sua esistenza, ferita dal doloroso forzato abbandono della terra in cui la sua famiglia aveva messo radici, non ci è dato di sapere.
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Come citare questo articolo
Francesca Pivirotto. “Da Crespino a Zara”. Ventaglio Novanta, n. 50, 2015. https://ventaglionovanta.it/archivio/da-crespino-a-zara/