La valigia chiusa troneggiava sul bel lettone dall’antica ed austera testata di ferro battuto; a terra lo zaino, ormai incolore e da anni mio costante compagno di viaggi, era colmo di limoni e profumatissimi cedri, che avevo personalmente raccolti poche ore prima. Tra pochi minuti sarebbe arrivato il taxi per condurmi all’aeroporto di Catania, avrei raggiunto Roma e, dopo tre giorni, Sidney.
Fare l’arredatrice d’interni per una grossa catena alberghiera, era un lavoro impegnativo, sotto molti aspetti, ma con certi indiscutibili vantaggi, primo tra tutti l’opportunità di poter utilizzare lunghe pause di riposo, a fronte di persistenti periodi d’impegno ininterrotto, spesso praticato all’estero.
Il mio status di single, serenamente convinta, si era da molti anni sposato felicemente con questo stile di vita; non avrei potuto assoggettarmi a fare il topo d’ufficio 11 mesi su 12, ci avrei magari pensato tra una decina d’anni.
Emma dormiva, c’eravamo salutate la sera prima, da brave sorelle e, nonostante le sue sincere resistenze, ero stata irremovibile: non doveva assolutamente alzarsi all’alba per salutarmi, l’avrei chiamata, per tranquillizzarla, una volta arrivata a casa. Non le avevo parlato del mio prossimo impegno australiano, non ancora.
L’avevo ringraziata di tutto; lei aveva espresso la sua sincera gioia per l’esserci ritrovate dopo tanti, troppi anni e per la mia lunga e preziosa presenza (se sapesse!… avevo pensato) nel periodo più faticoso della sua riabilitazione alla funzionalità dell’anca, seguita ad un complesso intervento chirurgico. E poi baci, abbracci, un’ombra di pianto che mi aveva messo le ali ai piedi: ero letteralmente fuggita da lei, la mia ripersa sorella maggiore. Quando ci saremmo riabbracciate?
Ultima, breve ed insonne notte, nella dependance che mi aveva ospitata per più di due mesi. Dalle finestre aperte annusavo, a tratti, profumo di zagara che l’odore intenso ed asprigno dell’uliveto cercava, inutilmente, di soverchiare.
Mi ero scoperta una donna nuova in quella dependance che, in un passato non così remoto, la famiglia di mio cognato riservava ai braccianti assunti per la raccolta d’agrumi, mandorle ed olive.
La tenuta era splendida e curatissima e dal nome più che appropriato “Valle degli Angeli”. Un vero spicchio di Paradiso da cui s’intravedeva il mare poco lontano. Ora “a casuzza”, come la chiamavano tutti, era divenuta un’ottima accoglienza per quei rari ospiti che, come me, desideravano la massima indipendenza dalla casa padronale dove viveva mia sorella con suo marito e il confusionario andirivieni di quattro figli maschi, che collaboravano con passione nell’avviata azienda agricola di famiglia.
Non lo avevo mai visto di buon occhio mio cognato Francesco, don Ciccio per i suoi dipendenti, ma in realtà non lo avevo mai visto che per pochi e brevissimi momenti: i miei genitori, ormai morti, non lo avevano mai minimamente apprezzato e questo aveva condizionato pesantemente le nostre relazioni parentali. Nessuno di noi, con le pretese tipiche dei piemontesi purosangue, aveva perdonato a quel mai apprezzato e riccioluto “terroncello” di aver fatto innamorare Emma, che lo aveva conosciuto alla facoltà d’Agronomia.
Con lui era letteralmente fuggita in Sicilia, ancor prima di conseguire quella Laurea che tanto avrebbe inorgoglito famiglia e parentado tutto e, peccato incancellabile, ancor prima di sposarsi. A distanza di cinque mesi dalla fuga era già nato il loro primo figlio, cui ne erano seguiti altri tre. Nipoti visti crescere solo attraverso le foto che Emma si affannava ad inviarci, per mantenere contatti non apprezzati dai nostri genitori, dal carattere decisamente poco amichevole, quanto ignorati, con sereno menefreghismo, da me che, giovane com’ero, avevo ben altro per la mente. Nipoti che, giustamente, adesso mi usavano le cortesie che ogni buon siciliano rivolge ad un ospite, non certo ad una zia. Ma era giusto che fosse così, anzi, considerata la mia attuale situazione, molto, molto meglio che i rapporti non fossero diventati troppo affettuosi in quei due mesi di vicinanza.
Questa benedetta o maledetta dependance… se avessi scelto di restare nella casa padronale, più vicina ad Emma, forse nulla sarebbe accaduto. Forse…
Forse non mi sarei così follemente ed incautamente fatta prendere da lui, dalle sue bellissime mani dalle unghie perfettamente disegnate, dalla sua voce roca da fumatore che mi sussurrava, maliosa, che ogni dettaglio del mio corpo era stato creato per lui e che il nostro amore, anche se imperfetto, meritava di avere un futuro e lo avrebbe avuto. A qualsiasi prezzo.
Si era trattato di una specie di deflagrazione non prevista, era scoppiata una bomba il cui detonatore – lo avevamo realizzato “dopo” – era stato innescato proprio tra i mandorli di Valle degli Angeli, forse dai profumi voluttuosi ed inebrianti, che al crepuscolo vi si combinano con l’arrivo della brezza di mare, e che di certo avevano contribuito ad attizzarmi i sensi, la sera in cui c’eravamo davvero incontrati.
Un incontro fatale, avvenuto un attimo prima del calar del sole.
Lui mi stava osservando con un’intensità imbarazzante, poggiato al fusto del suo mandorlo preferito, il più grande e frondoso della valle. Mi sentivo, per la prima volta, l’unica donna al mondo. Davanti a me, in attesa di me, l’unico uomo al mondo.
Un uomo con occhi di ossidiana luccicante, dalla pelle color cannella e i capelli quasi totalmente bianchi ed arruffati. Fu un’urgenza inarrestabile, dovevo toccare ed essere toccata da quell’uomo.
Un istinto primordiale, che mai avrei pensato esistesse veramente, ci aveva fatti incontrare nelle sere successive, tra mandorli dolcemente complici e passeggiare mano nella mano, occhi negli occhi, fino alla casuzza.
C’eravamo amati con consapevolezza e rabbia. Consapevolezza per la perfezione del nostro incontro, rabbia per l’imperfezione del ritardo del nostro tempo. Due cognati, due sconosciuti, che diventano irrimediabilmente amanti. Un particolare ci faceva sempre sorridere: io mi chiamo Paola, lui Francesco, i nomi, scambiati, degli amanti tanto pietosamente descritti dal Sommo Poeta.
Trascorrevo le mattine al mare a passeggiare, sognante, il pomeriggio stavo con Emma, spossata dai suoi esercizi riabilitativi e che, ignara e felice di avermi, diceva che l’aria di Valle degli Angeli mi aveva fatta diventare bellissima.
Quasi ogni notte la vivevo con Francesco, nel nostro nido d’amore, “a casuzza”, col suo cuore che si saziava del mio, la mia pelle che si saziava della sua. Il magnetismo che l’Etna esercitava sull’Isola, di cui avevo sentito parlare e di cui sempre avevo riso, era quindi una realtà fondata e riscontrabile?
Certo è che la Sicilia mi aveva acceso i sensi, impedendomi di fuggire – non ci avevo pensato neppure un istante – da un amore sbagliato, anzi impossibile solo da immaginare. Amare una persona sposata, di per sé non può essere appagante; se poi si tratta del marito di tua sorella, dove può condurre? Eppure non provavo nessuna vergogna: Francesco lo volevo eccome, lo volevo con tutta me stessa e lui si beava di me, ero la sua isola accogliente, dopo un lungo e disperato naufragio. Voleva scoprire tutto dell’isola che lo aveva fatto rinascere, ogni segreto anfratto che immaginava fonte di nuova gioia, di tesori nascosti, che non pensava più di poter possedere.
Ma alla sua isola, non più segreta e dai tesori ormai scoperti, stava per arrivare il richiamo della civiltà.
Il mio innato senso pratico riaffiorava: dal datore di lavoro già cominciavano ad arrivarmi proposte interessanti. Emma, poi, era troppo genuinamente felice della mia presenza e del fatto che io e Francesco, quelle rare volte che eravamo in sua presenza, non fossimo più ostili, come in passato.
Prima o poi qualcuno avrebbe percepito nei nostri sguardi o in qualche impercettibile ed elettrico sfiorarci, quello che in realtà sprigionavamo: pura passione.
L’amore si fa sempre notare, è troppo vanitoso per restarsene nascosto e non farsi scoprire. Non ero pronta per affrontare questo momento, non ancora.
Cominciavo a valutare lo schema reale di quanto Francesco ed io avevamo emotivamente messo in ballo, di quanto avremmo dovuto impegnare per il futuro e l’entità dei danni che avremmo provocato. Calcolavo che, senza dubbio, quei danni ci avrebbero reso quasi invivibile, oltre che amara, ogni gioia vagheggiata tra le mura odorose d’amore della casuzza. Inesorabilmente, la realtà di un impossibile divenire per il nostro amore si faceva spazio nei miei pensieri durante le lunghe e solitarie passeggiate mattutine lungo l’arenile deserto e selvaggio, di quel tratto di Sicilia così vicina alle coste africane.
E’ il mio lavoro disegnare e pianificare le soluzioni migliori e col minor dispendio di denaro e mezzi; so bene, quando non accanirmi sull’irrisolvibile, sono richiesta e ben pagata perché so trovare idee sostenibili ed eleganti, funzionali ed a lunga tenuta. Con la lucidità che forse mi aveva sempre precluso un amore come quello esploso per Francesco, sapevo ormai cosa fare, prima che la situazione potesse degenerare.
Francesco non voleva arrendersi, si dichiarava pronto a seguirmi in capo al mondo, abbandonando tutti e tutto, ma io vedevo la cortesia dolce con cui si rivolgeva ad Emma e la sincera preoccupazione per la sua salute; avevo imparato a valutare l’amore profondo che provava per i suoi figli e per la sua magica terra.
Toccava a me la mossa decisiva, dovevo andarmene da lui, da Valle degli Angeli e da Emma, prima che qualcosa iniziasse a trapelare. Dovevo lasciare quella casa e quell’amore primordiale prima di assoggettarmi a mille sotterfugi, prima di cedere allo sguardo struggente di Francesco, prima che il destino che ci aveva uniti arrivasse a svilirci.
Francesco aveva lasciato la Valle per un paio di giorni, per commesse di lavoro, era il momento ideale per lasciare quella casa ed Emma, che amavo molto pur avendola tradita. La mia giustificazione era l’inevitabilità di quel sentimento, di cui non rinnegavo – mai l’avrei fatto – un solo attimo.
Un nuovo lavoro mi attendeva in capo al mondo, avrei messo molto spazio fisico e temporale tra me e Francesco, tra me ed Emma, tra me e Valle degli Angeli, tra me ed un lettone dall’antica ed austera testata di ferro battuto.
Il pensiero di perdere tutto questo mi sgomentava, ma il biglietto aereo per Sidney mi attendeva a Roma e l’avrei utilizzato. Era un biglietto d’andata, aperto, senza una data per il ritorno, così doveva essere.
Rinunciavo a parole che nessun altro uomo mi avrebbe mai più detto e mai più mi sarei sentita creata per un altro uomo. Rinunciavo all’irrinunciabile. Mai più avrei tradito, ne ero certa. Ne ero certa? E se avessi rivisto Francesco?
Mentre pagavo il tassista e la luce trasparente dell’alba tracciava nettamente il profilo soggiogante dell’Etna, che tra non molto avrei sorvolato e salutato, pensai che forse ero in procinto di perdere gli effetti del magnetismo emanato da Sua Maestà “Mungibeddu”, meglio così.
Svolgevo le pratiche d’imbarco e pensavo alla mia fuga senza ritorno, quando un addetto alla sicurezza mi chiese quale agrumeto avessi mai rapinato. Qualcosa, nel mio sguardo disperato, lo convinse a tornare serio e a riconsegnarmi lo zaino.
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Come citare questo articolo
Nuccia Venuto. “L’amore imperfetto”. Ventaglio Novanta, n. 50, 2015. https://ventaglionovanta.it/archivio/lamore-imperfetto/