Un pomeriggio di maggio del 2010, Antonello Zambon accompagna la figlia Silvia alla lezione di guida a Rovigo e, per ingannare l’attesa, decide di portare con sé la macchina fotografica per catturare alcune immagini della città.
La sua è una passione coltivata fin da adolescente quando apprendeva dal padre i primi rudimenti della “scrittura con la luce” per mezzo di una “Ferrania Eura che realizzava “scatti” rigorosamente in bianco e nero. E’ così che la fotografia entra nel suo cuore e viene “allevata” con speciale cura, tanto che Antonello, membro della nota Associazione fotografica Athesis, nel 2010 viene insignito dell’onorificenza BFI (benemerito della fotografia italiana).
Innumerevoli sono le mostre realizzate da Antonello Zambon – rodigino di nascita che vive ora a Stanghella – nelle quali i temi prediletti sono i paesaggi, le vecchie case rurali del Polesine e della Bassa Padovana, ma anche lo sport, il ritratto, la macro. Del tutto insolita ed assolutamente originale si presenta però la collezione intitolata “Flussi, riflussi, riflessi”, con la quale fa rivivere a suo modo la struttura, ormai dismessa della stazione delle corriere di Rovigo: immagini che egli ha trasformato in quadri perché le foto eseguite sono poi fissate su tavolette lignee come icone.
Un titolo originale, curioso e… dinamico, che esala una sensazione di movimento, un rimando al fluire ininterrotto della vita trascinante con sé il passato e proiettata verso il futuro. Frutto di un’insolita visita alla dismessa stazione delle autocorriere rodigina, le opere proposte da Zambon, con la firma Anton, sono portatrici di strutture espressive sconosciute a passanti frettolosi e distratti.
E’ sicuramente l’occhio curioso e “rovistante” del fotografo a condurre Antonello ad immortalare le vetrate della costruzione abbandonata tramutandole in piccole opere d’arte in bilico tra realtà ed immaginazione, figlie della fotografia che si muta in pittura perché mani sconosciute vi hanno tracciato segni come tribali invenzioni dalle parvenze ancestrali.
Sono le finestre, specchi di un mondo dimenticato – un tempo occhi aperti agli sguardi, alle comunicazioni, ai controlli – ad essere mutate in una sorta di graffito su vetro dove la trasparenza è violata dalla scrittura spray di innamorati che siglano eterno amore accanto a moderni fraseggi disinibiti, distaccati dalle consuetudini ortografiche e fuori dagli schemi convenzionali del linguaggio.
E’ qui che avviene la “sedimentazione” coprente il passato aperto alla visione puntuale della partenza o dell’arrivo dei pullman carichi di passeggeri che presto si spargeranno lungo le vie della città diventando protagonisti di giorni e di vissuti. E, al di là della durezza del vetro, sta in posa l’abbandono che non si arrende perché si fa specchio sul quale l’esterno si riflette diventando proiezione verso un immaginario futuro.
“Flussi, riflussi, riflessi” si rivela allora ritmica successione, quasi ciclico ritorno del pulsare temporale che sovrintende alla vita nel susseguirsi di esperienze, vissuti, vicende mai concluse.
E’ in questa dimensione dal sapore un po’ surreale che trova posto anche la figura di Tiziano Rossin, amico partito anzitempo dal mondo, al quale Antonello Zambon dedica la sua collezione. Ed è forse nel poeta sognatore, sempre incantato dalla natura, dai ricordi, dalla realtà fugace e spesso aggressiva, che si completa il senso di “flussi, riflussi, riflessi”.
Tiziano è presente, col suo sguardo buono, riflesso in quelle vetrate dove ancora il sole sciabola la sua luce, e nuvole vagabonde si specchiano con sonnolenta pigrizia.
Il titolo della poesia è “L’ESORTAZIONE”. A noi è proposto di non lasciarci sfuggire l’opportunità di osservare, cogliere e… raccogliere frammenti di vita da condividere, anche attraverso il messaggio delle immagini.
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Come citare questo articolo
Rosetta Menarello. “Flussi, Riflussi, Riflessi”. Ventaglio Novanta, n. 50, 2015. https://ventaglionovanta.it/archivio/flussi-riflussi-riflessi/