Aveva sei anni Morgan Zangrossi quando ricevette in eredità da uno zio la passione per il modellismo navale. Nei ricordi di casa solo grandi velieri, che tradirono presto, col loro fascino, un'immensa difficoltà d'esecuzione; e poi alternare i giochi con gli altri bambini a un interesse fecondo si tradusse in una parentesi di celata solitudine.
Il modellismo fece parte della sua vita, come il primo computer, che scoprì da solo grazie all'amore per l'elettronica. Ma prima di tutto ci furono le imbarcazioni in miniatura: costruire piccole navi col supporto di una guida fu come seguire un maestro d'ascia di una volta. Conoscere le fasi di messa in opera di un'imbarcazione fu un lavoro di anni e di tecnica e, dopo numerosi riconoscimenti, Morgan raggiunse il traguardo voluto.
Tra i ricordi più impegnativi il modello della Peota Reale che prende il nome da una splendida imbarcazione vera, recentemente restaurata, di proprietà di Palazzo Madama, Museo Civico d'Arte Antica di Torino e ora in comodato alla Reggia di Venaria. Se questa pratica, sapientemente ereditata e poi espressa, lo portò ad un punto di non ritorno, altro aspetto fu quello dell’arte; alla quale Morgan si dedicò con dignità di studio sin dall'inizio: inesorabile passione che dura a tutt’oggi.
L'arte ha un'elasticità e un'estensione senza limiti o arrivi, ha una forma di libertà così particolare da impadronirsi anche del tecnicismo più rigoroso; e Morgan ama più plasmare che dipingere, ma si offre alla materia con tiepida difficoltà, a causa della sua precedente formazione disciplinata e settoriale.
Le sue opere sono libere composizioni di oggetti, pezzi di vecchi computer che subiscono un processo di ossidazione, al di là di centinaia di passaggi o esperimenti LA RUGGINE NON È MAI UGUALE, È UNA COSA VIVA.
All'inizio del suo percorso artistico Morgan decide di nobilitare materiali di risulta legati ad un affettuosa memoria familiare. Il ricordo del nonno paterno, – della sua cantina con la vecchia Vespa, dove ora sorge il suo atelier – sembra caratterizzare l'inizio dell'ispirazione artistica.
La ruggine, l'odore di certi spazi chiusi, la luce soffusa, tutto ricorda gli affetti di un tempo. A una passione che nasce per caso corrisponde lo stimolo di critici e galleristi che vengono in contatto col suo lavoro nel quale l'artista cerca di ricreare una sorta di archeologia moderna. Che ne sarà tra trecento anni di un computer dei nostri giorni? Nella poetica visionaria dell'artista, trova spazio il caso di un'ipotetica glaciazione: tutti gli scritti andranno perduti, ma non la materia, non i computer che verranno classificati come reperti.
Con una dozzina di mostre alle spalle, Morgan Zangrossi presenta uno stile singolare – in cui la ruggine ha una forza narrativa potente – con un doppio registro comunicativo, tra l'amaro ritratto della solitudine esistenziale e il rifugio delle risolutezze contemporanee. Le cupe tonalità delle opere eccentriche, e ossidate nella superficie, si arricchiscono di virtuosismi compositivi che non rinnegano una ‘sinopia’ organizzata soggiacente prima della stesura.
Colpisce il rugginoso universo, dove l'aspetto decorativo convive con la parola; l'anatomia ben calibrata dei piccoli oggetti abita uno spazio indistinto e la concitazione che popola queste oasi di metallo racconta di una scena molto urlata quasi una distribuzione gerarchica delle figure: una città più aggregata, forse un incosciente monito dell'artista alla necessità di sostenere gli affetti urbani.
Morgan Zangrossi è sedotto all'idea di un avvenire portato processionalmente all'attenzione del presente con una scultoreità mai totalmente addolcita, un impianto molto disegnativo della scena, dove nella stessa immagine sono condensati più concetti.
In punte di chiodi ribattute, tastiere ossidate, oggetti arrugginiti in una progressiva sfaldatura della compattezza formale si racconta un verismo che si va sciogliendo inesorabile. Le linee guida dell'opera iniziano a travalicare idealmente lo spazio, partendo da una composizione concitata e dura per approdare ad una spiritualmente più ariosa e piena di significati.
Virtuoso nell'esecuzione, Morgan Zangrossi, ci regala una visione alternativa dell'esistenza, che nei suoi aspetti più aspri vale comunque la pena di essere vissuta, raccontata e interpretata anche nell'arte, senza perdere comunque il piacere della sfida.
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Come citare questo articolo
Irene Gianello. “Le archeosculture di Morgan”. Ventaglio Novanta, n. 50, 2015. https://ventaglionovanta.it/archivio/le-archeosculture-di-morgan/