Tra i personaggi illustri del Polesine, un posto di tutto rispetto va assegnato a Livio Rizzi, nato a Rovigo nel 1905, città nella quale visse e che sinceramente amò.
Diplomatosi maestro, non esercitò la professione, preferendo, sulle orme del padre, dedicarsi alla floricoltura, attività questa, che, unita alla sua sensibilità poetica, gli valse la denominazione di “poeta dei fiori”.
La sua inclinazione lirica si manifesta fin dagli anni della giovinezza e trova spazio nei primi anni venti. Sono gli anni che coincidono con l’avvento e il consolidamento del regime fascista, all’indomani dell’assassinio di Giacomo Matteotti (giugno 1924) e delle leggi fascistissime e liberticide (anni 1925-26), e Rizzi trova rifugio ed interesse nella poesia: risale, infatti, al ‘24 e al ‘27 la pubblicazione di due canzonieri in Lingua, caratterizzati da uno spirito crepuscolare e insieme futurista.
E’ ancora recente il Manifesto del Futurismo di Marinetti e la fioritura dei più noti poeti crepuscolari: Guido Gozzano, Sergio Corazzini, Fausto Maria Martini, Carlo Chiaves, Marino Moretti. Quest’ultimo, poi, è di casa a Rovigo, città di cui conosce e frequenta l’ambiente letterario.
Da queste prime esperienze, indotte dalla cultura coeva, Rizzi passa presto alla poesia dialettale, scelta e adottata per convinzione, oltre che per forza di istinto. All’epoca, erano attivi alcuni dei nostri lirici maggiori, nati fuori Rovigo, ma cresciuti in Polesine: Gino Piva, Gigi Fossati ed Eugenio Ferdinando Palmieri
La vitalità delle iniziative poetiche e letterarie polesane, culminate nella rivista “L’abbazia degli illusi” (oltre ai personaggi già citati, figurano anche quelli del critico d’arte Giuseppe Marchiori, del giornalista Pino Bellinetti, del poeta Marino Marin etc.), si spegne gradualmente. Dei tanti giovani attivi, restano a Rovigo soltanto Fossati e Rizzi. Il sodalizio saltuariamente si ricompone, ma i fermenti giovanili e le discussioni letterarie sono ormai solo ricordi.
Quello che si comprende, interpretando voci e commenti anche autorevoli, è che Livio Rizzi è considerato dagli altri il poeta più autentico, genuino: “il poeta di casa”, secondo la definizione di Palmieri, “…per l’originalità e la limpidezza delle liriche in dialetto, ma anche per l’affettuosa delicatezza nell’accogliere i curiosi del Polesine…”
Le prime poesie in vernacolo, “L’è ‘na cità Rovigo” e “L’anguriaro”, sono pubblicate nell’Almanacco del ‘32, la rivista promossa da Marchiori e Palmieri. Rizzi ha varcato con decisione la soglia della lirica in dialetto, cui reca in dote anche un apprezzabile tocco letterario.
In un suo scritto, indirizzato al critico Giuseppe Marchiori, suo estimatore e amico, tratteggia un incisivo e semplice autoritratto: vivo in campagna, amo il mio lavoro, e quando mi siedo al tavolino, ne vien fuori una poesia.
Amato da tutti per la generosità, il tratto nobile e umano, egli non è soltanto un artista, ma un amico, un fratello, che ama l’arte e ama anche invitare a casa propria amici e appassionati di poesia e arte (fra i tanti, Carlo Levi, Elio Vittorini, Gianantonio Cibotto).
Dai primi anni ‘30, dopo la svolta del dialetto, si dovrà aspettare il 1949 per la pubblicazione della prima raccolta di versi in dialetto, con prefazione e consulenza dell’amico Eugenio Ferdinando Palmieri, che definisce il libro “un fulgido canzoniere, un manipolo di strofe seminate da un’ispirazione potente…” Il titolo, “Poesia per la me gente” dice tutto dell’umanità e dell’amore di Rizzi per la sua terra. Lo ribadisce con forza la dedica:
“…a tutta quanta la gente della mia terra che nelle paludi marcisce e nelle case di canna è malata di pellagra; che tra i solchi suda, nelle risaie si macera…”
L’anno prima, il 1948, è segnato dal 2° Premio in Concorso Nazionale (Premio “Dell’angelo”), alle spalle di Pierpaolo Pasolini e, nel 1951, Rizzi risulta vincitore dell’ambito Premio “Cattolica”. I successi, più che meritati, come attestano i giudizi lusinghieri di illustri artisti e letterati (Pier Paolo Pasolini, Renato Simoni tra questi), lo pongono in primo piano, per la poesia vernacola, in un ambito non più soltanto provinciale.
Qualche anno dopo (1955), preceduta da una lunghissima preparazione, esce la seconda raccolta di versi: alle 19 liriche della prima, ne aggiunge altre 11. Il titolo è semplice e senza pretese: “Poesie” ma l’editore è Neri Pozza, un nome importante nell’ambito letterario.
La recensione esplicitamente positiva di Eugenio Montale sul Corriere della sera mette assieme la forza rude del dialetto e il tocco letterario: Rizzi “non si dimostra punto floreale, anzi rustico e diretto di primo acchito. Ma la sua è un’improvvisazione studiata e in cui si sente la mano di un artista colto e consapevole…” Par di risentire il giudizio di Renato Simoni, che nelle liriche di Rizzi, accanto alle magnifiche note di paesaggio, coglie “qua e là, un fià de letteratura…”
Pochi anni dopo (1960), Rizzi muore nel pieno della sua maturità artistica, a soli 54 anni. Resta, in attesa di revisione, parecchio materiale, che aspetta la consueta opera di limatura. Alcune liriche, in realtà, sono già pronte e vengono pubblicate, fuori commercio, in occasione del primo concorso in dialetto veneto con il titolo di “Tre fiori”.
Nel 1969, esce postumo, a cura di Giuseppe Marchiori, il volume contenente tutta la produzione in dialetto polesano, compresi i “Tre fiori” e altri cinque brani inediti. Segue, nell’89, la ripubblicazione dell’intera raccolta, a cura, stavolta, di G. A. Cibotto, corredata di un glossario e di un’antologia di pagine critiche.
Al 2005, infine, risale l’ultima pubblicazione, a cura di Pier Luigi Bagatin, che ai testi già pubblicati, aggiunge numerosi inediti e fornisce, della poesia di Livio Rizzi, un’interpretazione documentata e completa, in termini di descrizione, analisi testuale e ricostruzione critica. Essa è la fonte, da cui sono state attinte numerose citazioni di critici e letterati.
Temi e modi stilistici
La poesia di Livio Rizzi, per chi ne ha esperienza, è soprattutto bella da leggere, per la grazia, la cadenza mai banale, il lessico, in parte mutuato dai poeti che hanno preceduto Livio, in parte filtrato dal vocabolario di Pio Mazzucchi, con quelle consonanti palatali che richiamano il dialetto veneziano, che però erano presenti anche nel parlato cittadino e rodigino delle generazioni che ci hanno preceduto. Il piacere dell’ascolto, oltre che dall’abilità del lettore, discende anche dalla naturalezza dell’eloquio lirico, che, nel caso di Rizzi, è strettamente legato alle origini e al gusto tutto suo di grande affabulatore.
Il “vizio” della poesia, richiamato dall’autore stesso in una lettera al critico Giuseppe Marchiori, non è una boutade: per poesia, Rizzi intende un lavoro elaborato con la cura di un abile artigiano, che lima ripetutamente il suo prodotto finché non ne esce un vero capolavoro. Gli ingredienti d’opera ci sono tutti: l’ispirazione profonda, le rime, la struttura, l’ambientazione, i personaggi, l’atmosfera, la natura nelle sue varie e affascinanti immagini.
I temi, che affiorano nell’intera produzione lirica, rinviano a una società oggi scomparsa, legata al paesaggio e al lavoro dei campi, alle virtù familiari, alla città a misura d’uomo, alla solidarietà che, come un filo invisibile, lega tutti gli uomini. Verso quella società, reale e ideale al tempo stesso, il poeta guarda con affetto e nostalgia, fissando nelle immagini del lavoro collettivo e della Rovigheto del buon tempo antico il mito della vera felicità.
Dell’attività di Livio Rizzi, poetica, professionale, ideologica, resta, oltre alle raccolte di liriche, anche l’impegno nel CNL (Comitato di Liberazione Nazionale) durante l’ultima guerra, nonché l’esperienza singolare di gallerista d’arte, in un periodo nel quale le gallerie d’arte a Rovigo non esistevano.
Poesie di Livio Rizzi
I brani di seguito riportati, in gran parte noti e apprezzati anche fuori dall’ambito provinciale, offrono un ventaglio di temi e immagini che non esauriscono certamente la materia poetica di Livio Rizzi. Essa è molto di più del “piccolo volume” piaciuto a Eugenio Montale: è materia vivente, che si vorrebbe sentir leggere dall’autore in persona. A distanza di tanti anni, si possono soltanto riportare le sensazioni e i giudizi di chi ha avuto la fortuna di ascoltarlo: una lettura di versi lirici a scatti, animosa, come di chi “si sentiva vicino agli uomini che li avevano ispirati” (Giuseppe Marchiori).
SU L’ARZARE
Tera dei me veci, tera mia / che ‘l Po e l’Adese strenze in t’una morsa / d’aque e de fango, / tera de i me veci, tera mia / tera cha sarà dei me fioi e po’ / dei me nevodi; intabarà d’inverno / de fumare e d’istà brusà dal sole / el più s-ciochento; tajà da scoline / tajà da fossi dove che le rane / le se remèna in te la lentarina; / tera de vilani / che la vanga duopara / cofà na spada lustra, / cofà na pena fina, / te sì la più bela al mondo / che ‘l Padreterno el ga inventà. / E ‘el Po e l’Adese in te la so corsa / strapegandose sogni e poesia / de la me gente, tuto i buta via / par le strade del mare quando i forsa / le porte sempre strete de la bassa.
L’invocazione rivolta alla propria terra, stretta tra due fiumi, ricorre anche nei testi di Gino Piva (“…vecia cità de la me vecia zente…ma con do fiumi che te passa arente…”), in quelli più recenti di Gianni Sparapan (“…tera malsegnà-tera de confin… brava zente condanà a canpare in te na tera dura…”).
Muta l’accento, che è accorato nel ricordo di Gino Piva, oppure irato e violento nella poesia di Sparapan.
Nel testo di Livio, invece, il tono è disteso, quasi una riflessione a voce alta, che attraversa le generazioni (“…tera dei me veci, tera mia, tera che sarà dei me fioi e po’ dei me nevodi…”). Il poeta vuol fissare un’immagine della sua terra, che d’inverno si perde nella nebbia e d’estate è arsa dal sole più rovente.
Ma è soprattutto campagna tagliata da fossi e scoline, abitata da gente umile (i villani), che la lavora con arte e finezza. Di qui nasce il grido d’amore e il sogno che si fa poesia, momenti felici di contemplazione che il corso dei fiumi porta al mare.
L’E’ ‘NA CITA’ ROVIGO
L’è ‘na çità Rovigo dove ancora / par le strade se sente la campagna; / odor de tera, odore d’erba spagna / che te buta i pensieri ala malora. / Cità senza pretese: muta, chieta / çità fata par gente come mi / che ga da lavorare tuto el dì / e che ‘l so mondo xe la so caseta. / Gente bona; un fià rustega ma s-cieta / come el vin novo ca boie nel tinasso; / tutto el so strussio xe d’andare a spasso / la domenega – i veci ga l’ombreta, / solo un’obreta de friularo in fondo / da Caucio – e se ‘na cavalarissa / sul stradon de la Madona la drissa / i so tendoni zali, porco mondo / tuti i core e se copa par entrare. / De note le cornace del Castelo / dorme sicure nei so busi in cielo: / i gati fa l’amor su le grondare / e se semo de otobre, le fumare / pianeto le vien su dal Ceresolo / e intabarando or ‘na casa ora un brolo / le riva in piazza: chi le pol fermare? / Ma la matina presto, ancora a scuro / – do passi soli fora Porta Po – / in mezo al santo rumegar dei bo / tacà in fila a do a do soto al varsuro, / in mezo a le biasteme dei vilani / fra el baiare dei cani da pajaro / te riva da Boara e da Bosaro / el respiro vecio de mile ani / de quei do sbreghi grandi de la tera / che in mar se perde verso Portotole. / E ne l’aprile, quando gh’è le viole, / el gran respiro el pare profumà.
L’avvio ha un tono ingenuamente celebrativo: Rovigo è una città di campagna, le cui caratteristiche si precisano in forma sensitiva: “l’odor de tera, odor d’erba spagna…” La Rovigo di allora era una piccola città, nella quale, fra il centro storico e l’area rurale di campi e vigneti, le distanze si misuravano in poche centinaia di metri. Proprio questa è l’identità del capoluogo polesano: l’odore di campagna, di natura, di semplicità. Il tono lirico acquista da subito forme fantastiche e irreali (“…te buta i pensieri a la malora…”). Ma che cos’è la città, se non una comunità di gente, quella che magari si incontra tutti i giorni, che lavora e divide il suo tempo fra casa e famiglia?
La descrizione, apparentemente modesta e discorsiva, si fa concreta, diretta: “…come el vin novo che boie in tinasso…” e si precisa in riferimenti locali (“Cauccio”, “stradon de la Madona”) che le danno corpo. E’ la Rovigo del “Castelo”, delle “fumare” che dal Ceresolo e dalla campagna, senza incontrare resistenza, arrivano in piazza, isolando il Polesine come in un acquario opaco. Fuori, c’è la città stretta dai grandi fiumi (“quei do sbreghi grandi de la tera”); di là viene il loro respiro profondo, che in primavera prende il profumo delle viole.
Nella stretta coerenza di parole e immagini, il racconto, alternando descrizione e slanci lirici, ha una sua originale linea narrativa, che nei toni a volte favolosi esprime l’amore per la campagna nativa. L’attenzione alla forma, la scelta delle parole, la vigilanza colta evidenziano il carattere della composizione poetica, che non è una pura e semplice descrizione in dialetto, ma una costruzione equilibrata nelle parti, con un proprio paesaggio e una sua anima: “la cità senza pretese” di “tera e aqua”, abitata da “gente bona; un fià rustega ma s-cieta”.
LA PIENA
L’Adese in beva a passo de fanfara / el pare un regimento de soldà / tùanto in marcia par l’eternità / soto la piova, in mezo ala fumara. / Concaderame, lu el te passa in banda / ‘sto vecio regimento sempre novo; / te stà impetria, senza fià, tremando / ransignà tuta in te la to paura, / col cuore in gola, sconquassà, spetando / che un fontanasso s-ciopa su la banca, / che se spalanca l’arzare de s-cianto, / che se roversa su de ti rabiosa / l’aqua che se scussòna su le rive. / Concaderame tute le creature / che dorme a l’ombra del to campanile / le speta. Mute, strache, snombolà / le ga vodà casa, stala, fenile, / granaro, anca vodà le ga el porzile. / Tute le speta. In te ‘sta primavera / che momenti se sfoga in te l’istà, / soto ‘sto cielo mato, che ne dà / nuvole a sciapi e stele a sporzilà, / soto se sente l’Adese in barufa / che ‘el se prepara a rovinare zo / par sofegare tuto in t’una volta. / Su par le rampe, su par le scarpà, / una drio l’altra, triste e desperà, / Concaderame vien le to creature. / L’è ‘na gran fila che finisse mai, / vecie col siale e tose spetenà, / spose e putini tuti sgramegnà, / e par davanti la Madona nera / che stamatina el prete ga imprestà, / su le spale de onàro de un vilan / la trionfa nel sol sora de tuti. / Po’, co riva su l’arzare che squasi / più no’l tien bota parchè l’aqua ormai / la stravina qua e là sora la strada, / i piè de la Madona i tocia drento / a l’Adese inturbià par la gran piena. / Eco alora rivar da la Ca’ Bianca e dala Padovana / un sbatociar contento de campane. / Ne la matina d’oro se sgiaventa / ‘na voçe in cielo su da l’altra riva: / – l’aqua la cala, l’aqua cala un poco, / i granari xe salvi co’ le stale / co’ le case, i fenili e le campagne; / tuto xe salvo, tuto come prima. / L’Adese el cala. A passo de fanfara / el pare un regimento de soldà / tùanto in marcia par l’eternità / in te la piova in mezo a la fumara; / soto ‘sto cielo mato che ne dà / nuvole a s-ciapi e stele a sporzilà.
L’Adige minaccia di straripare e marcia “a passo de fanfara”, in mezzo alla nebbia, sotto la pioggia. Concadirame, che sorge su una curva del fiume, trema di paura, aspetta da un momento all’altro fontanazzi, valanghe d’acqua. La gente sale sull’argine, in una fila interminabile, con la Madonna nera sulle spalle robuste (de onaràro ovvero ontano) di un villano a fare da battistrada. Poi, quando già “i piè de la Madona i tocia drento a l’Adese…” (“i piedi della Madonna stanno a mollo nell’acqua dell’Adige”), le campane a festa annunciano che l’acqua incomincia a calare.
A Renato Simoni, celebre autore di teatro veneto del ‘900, il verso che ritrae l’Adige “a passo de fanfara” pare un’immagine letteraria. Non è tuttavia un limite della poesia di Rizzi; è, piuttosto, un tocco di modernità, che punta a rendere più corposa l’immagine. Ha la stessa forza il verso della seconda parte, che annuncia il calare del livello dell’acqua: “…ne la matina d’oro se sgiaventa ‘na voce in cielo…” (“nella mattina dorata, si fionda in cielo una voce”).
CIAROSCURO
Eco, soto el sole se spampàna / ‘na nuvola. Xe come che se ferma / el mondo. L’aqua desmete el so canto, / no’ trema più le foje, più no’ ride / le çeleghe nei nidi. Alza el vilan / i so oci verso el cielo e ne la man / se ghe indormensa la sapa. Xe come / che tuto staga per morire. I campi / i pare vegri: più no’ sluse i fossi. / Le bestie in te le poste no’ mutela. / Su l’Adese i mulini ga le pale / pesanti come lastre de masegna. / Anca l’erba più perfida del prà / quela più prepotente, la gramegna, / par che la senta, par che la indovina / che deboto qualcosa nassarà. / E difati, cofà ‘na sbamparà, / el sole, su nel cielo, se despoia.
Questa poesia è piaciuta molto a PierPaolo Pasolini, che ha a sua volta pubblicato una raccolta di liriche in lingua friulana, vincendo proprio il concorso, nel quale Livio Rizzi ha conseguito il secondo premio. Pur limitando il suo apprezzamento a pochi testi, Pasolini riconosce il valore di “Ciaroscuro” e di qualche altro brano. Cosa ha trovato di originale in questo testo? Pasolini cerca la novità, l’immagine densa, la parola forte, il paesaggio che sconfina nel sogno. Rigetta la descrizione, la lingua troppo colta, le figure intimistiche.
Qui, in effetti, c’è un paesaggio incantato, per effetto di un improvviso silenzio, nell’assenza di moto, col villano che alza gli occhi al cielo e tiene la zappa ai piedi. Intorno, i colori paiono sbiaditi di colpo e le bestie non fiatano. Si avverte un’aria pesante, collosa, e anche la gramigna sembra presagire un evento: è il sole che, come una fiammata, si spoglia in cielo.
La campagna che ama Rizzi è proprio questa, che allarga il cuore, presentando il sole all’orizzonte come il miracolo della nostra vita, che è felice quando ci sentiamo tutt’uno con la natura che ci circonda.
L’ANGURIARO
Tosi, tosati, son da le Granzete. / Tute le angurie tajo dei me campi; / tagi rossi che ghe somegia ai lampi, / ai foghi de le sagre, ale rochete. / Tosi, tosati, qua ghe xe le angurie / che speta su la tola sconquassà; / la tera nostra le gà fabricà / par v’altri tosi, fioi e po’ de scurie. / Deme ‘na man, sgagnemo in compagnia / sta polpa zucarina che fa voia. / Dopo la scorza, co l’è ancora moia, / la daremo ai porzeli; e che i se goda. / Ala note mi a dormo nel me cucio, / sora la paja, sora dei frasconi, / mi nò go servi, mi no go paroni / che me comanda e son quatro ossi a mucio. / La me sostanza l’è ‘sta gran casona; / go par amiçi gregi, sorzi, rane, / marisandole, bissi, pantegane, / lusole che la note me incorona. / La neve, el sole, piova e tramontana / mi a me ciapo e me godo cofà un mato: / la me Madona l’è la cortelina, / el Padreterno xe par mi un bon goto. / ‘Ndemo tosati: sule banche rote / senteve e deghe dentro fin che ancora / gh’è un toco de candela che fa ciaro. / E quando la candela s’è stuà / ‘ndè pur tuti nel sboco de la rota / e lasseme dormir sora la paja / un sono che tùanto me intabara.
La poesia si risolve nel grido dell’anguriaro, che invita i giovani a “la casona”, per stare in compagnia, senza pensiero per il domani. Segue un divertito autoritratto del personaggio, che si dichiara libero da servi e da padroni, proprietario della sola casona, dove convive con bestie e insetti, e passa le stagioni, contento de “un bon goto” e di un sonno che fa dimenticare tutto.
La sostanza del brano sta nell’immedesimazione dell’autore con il popolano, del quale rende non solo la lingua grossa e diretta, ma anche la categoria mentale, l’anima persa e sanguigna. Personaggi del genere, un tempo, erano frequenti nella piccola città, che li conosceva per nome e per mestiere e spesso erano tipi curiosi, non privi d’inventiva. Vien da pensare al Belli dei sonetti in dialetto romanesco, così forti e immediati: in essi, il poeta romano esprimeva con un linguaggio pittoresco l’anima dei popolani. Un documento di spirito popolare, dunque.
MORTE DEL BOSEGATO
Tristo, sbiasio, i oci come el giazzo / fredi e tremendi, abituà ala morte, / oci che scapa e che la mala sorte / dove che i riva i se la porta drio; / tuto ingrotio in un tabaro sbriso / se presenta de colpo su la porta / Nando mazin ne l’alba de genaro. / Dentro la sporta un sbatociar de feri / e tuto intorno par che ‘l mondo speta. / L’aqua xe pronta e la famegia in sagra; / sul fogolaro, Menega, la magra, / che l’avea arlevà giorno par giorno / l’è sola e persa, e la se varda intorno / come la fusse immatonìa. / Nando mazzin se impirola i mustaci, / el buta zo un gotasso de quel nero, / el brica el fero, e, come se l’andasse / a far ‘na impresa de coraio grando, / el peto in fora, tuto sculetando, / el parte, drito, par el so destin. / Sul fogolaro, Menga la magra, / sola soleta con i so pensieri, / speta col cuore che ghe bate in gola.
Chi è nato e cresciuto in campagna, certamente conosce la storia dolorosa della truce uccisione del maiale. A tanti, l’hanno raccontata, ma non è la stessa cosa che averla vissuta. C’è davvero qualcosa di tragico, in questa vicenda, che pure s’inquadra nella quotidianità della società rustica, nella quale il sacrificio del maiale fa tutt’uno con una gran festa, la festa dell’abbondanza e del godimento gastronomico.
Rizzi la racconta a modo suo, con una finezza d’animo e sensibilità, che lo rende unico. Un aneddoto racconta che nella campagna di Pontecchio, per allontanare i bambini dall’area dove si ammazzava il maiale, li si mandava da una parte all’altra del paese a cercare “mezzo etto di ombra del campanile”. Un tocco di delicatezza che fa da contraltare alla sagra successiva.
Rizzi proietta il dramma nei volti, nella psiche e nell’espressione dei protagonisti: il bosegato non è neppure nominato, ma lo si avverte “tristo, sbasìo, i oci come el giazzo…ingrotìo…”; Nando Mazzin ha l’aria del boia, “…el peto in fora, tuto sculettando… (“…il petto in fuori, agitando il sedere”); Menega la magra, che ha allevato il maiale giorno per giorno è “imatonìa (instupidita)…sola soleta con i so pensieri” e il cuore “che ghe bate in gola…” L’aria è quella di gennaio, ma soprattutto c’è una tragica attesa che “tuto el mondo speta”.
La poesia, da subito riconosciuta un capolavoro da amici e studiosi per la densità di spunti (il mestiere del mazzin, l’istinto di maternità frustrato di Menega, l’aria tragica), ritrae uno scenario in cui si contrappongono buoni e cattivi; sullo sfondo, il coro invisibile, ma reale, della famiglia in festa.
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Come citare questo articolo
Claudio Garbato. “Livio Rizzi (1905-1960)”. Ventaglio Novanta, n. 52, 2016. https://ventaglionovanta.it/archivio/livio-rizzi-1905-1960/