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AMBIENTE - TURISMO - CULTURA

La Madonna di Giovanni Bellini

In occasione del 500° anniversario della morte del grande maestro del Rinascimento, una apposita visita a palazzo Roverella

di Maria Grazia Li Donni

Ventaglio Novanta n. 54 2017 pp. 12–13

Il 500° anniversario della morte di Giovanni Bellini (1433-1516), uno tra i più insigni pittori del nostro Rinascimento, ci induce ad una visita particolare a quella che ormai è da tutti identificata come la Pinacoteca di Rovigo, costituita dalla vasta collezione di quadri della Pinacoteca dell’Accademia dei Concordi e del Seminario Vescovile. Un’importante opera del Bellini, infatti, dal 2006 (altro anniversario da sottolineare) è custodita nella prestigiosa sede di Palazzo Roverella, vanto della nostra città anche per le sue mostre temporanee. Da 10 anni, infatti, questo palazzo della fine del ‘400 continua ad attirare migliaia di visitatori i quali, al termine del percorso, hanno la possibilità di attraversare le sale in cui sono esposti i più prestigiosi dipinti della nostra collezione permanente.

E, tra questi, spicca sicuramente la “Madonna col Bambino” di Giovanni Bellini, pregevolissima tempera su tavola pervenuta grazie al lascito Casilini (vedasi “La pinacoteca di Rovigo” in Ventaglio n. 53, pag. 46 e successive), alla quale – in occasione del V centenario della morte del grande pittore veneto – dedichiamo la nostra attenzione.

Giovanni Bellini (1433-1516), noto anche col nome di Giambellino, è considerato l'iniziatore del Rinascimento a Venezia ed è stato uno dei pittori più noti del Rinascimento italiano. La pittura veneziana con lui ebbe un fondamentale punto di riferimento, e grazie a lui fu traghettata dalla tradizione bizantina alla più moderna maniera di Mantegna, Piero della Francesca, Antonello da Messina, Durer e Giorgione.

Nato in una famiglia di pittori (il padre Jacopo e il fratello Gentile furono tra i più importanti artisti della Venezia quattrocentesca), Giovanni riuscì presto a slegarsi dagli schemi tardogotici, entro cui si era formato, per abbracciare dapprima l'arte del cognato Andrea Mantegna, poi quella di Piero della Francesca e ancora quella di Antonello da Messina, che rese la sua arte più luminosa e più morbida: pronta, insomma, per aprire la strada alla pittura tonale, tipicamente veneta, che avrebbe trovato in Giorgione il suo massimo interprete (e anche con il pittore di Castelfranco ci furono influenze vicendevoli).

In questo dipinto, conservato presso la Pinacoteca rodigina, la Vergine Maria, coperta da un mantello rosso, ha in braccio il Bambino Gesù, vestito con una tunichetta. Entrambe le figure emergono da un cielo azzurro, chiaro e trasparente. Davanti ad esse, un parapetto marmoreo crea un altro piano prospettico e va a collegare idealmente il dipinto con lo spazio di chi osserva; al centro di questa lastra è in evidenza un cartiglio con la firma del grande maestro.

La Vergine sostiene, anzi contiene il Bambino, ne avvolge il corpicino tra le sue grandi mani, guardandolo con tenerezza. Gesù risponde al suo sguardo con affetto ma anche con occhi che interrogano la Madre, come se chiedesse quale sarà la sua sorte. Egli appoggia un piedino sul parapetto marmoreo, quasi ad oltrepassare il limite del quadro e voler raggiungere l’osservatore.

La precisione del disegno, la consistenza plastica delle figure si stemperano grazie all’uso della luce e dei delicati, ma incisivi, effetti cromatici. Bellini, genio del Rinascimento mantiene, del Mantegna, le figure semplici dai contorni marcati: i capelli del Bambino sono descritti con rigore e precisione. La composizione del dipinto è semplice e solida, priva di elementi decorativi, per questo i risvolti simbolici emergono e risaltano: il mantello rosso di Maria, simbolo di passione, preannuncia la Passione di Cristo Redentore; il parapetto marmoreo ci porta direttamente all’idea della tomba quindi della morte di Gesù che sacrifica se stesso per l’uomo.

L’originalità del Bellini risplende grazie alla capacità di far trasparire, dai suoi soggetti sacri, emozioni umane, suscitando un sentimento di devozione più diretta, intima e profonda. In questo dipinto l’artista è protagonista e fautore delle grandi novità dell’Umanesimo e del Rinascimento, soprattutto in terra veneta. All’interno di un impianto compositivo tradizionale lo stile infatti è nuovo. Giovanni Bellini ha umanizzato la figura di Maria che in quest’opera è prima di tutto una madre come tutte le madri, è La Madre dell’Umanità intera, tanto da essere rappresentata in un atteggiamento di grande tenerezza e insieme di apprensione per le sorti, già segnate, del Figlio. In questa figura femminile e divina ogni madre si riconosce e si identifica. Il rosso del mantello che copre Maria è certo simbolo di dolore, ma anche di amore.

Lo spazio indefinito dal quale emergono le due figure è uno spazio senza tempo, la Madre ed il Figlio sono dunque archetipi e come tali immortali, ma nello stesso tempo autenticamente, misteriosamente umani.

La bellezza e l’armonia del dipinto da sempre hanno suscitato l’ammirazione di quanti ad esso si accostano o si sono accostati, tanto da aver acceso l’interesse perfino agli antipodi dell’Italia, nelle Isole Cook, dove fu scelto come immagine per un francobollo divenuto ormai oggetto di collezione.

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Come citare questo articolo

Maria Grazia Li Donni. “La Madonna di Giovanni Bellini”. Ventaglio Novanta, n. 54, 2017. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-madonna-di-giovanni-bellini/

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