Anche quest’anno Ferdinando De Laurentis è stato premiato al Festival del Cinema di Venezia con un importantissimo premio della critica, per il film La madre distratta, ed è un orgoglio immenso per tutto il Polesine.
De Laurentis ha iniziato giovanissimo, durante i suoi studi di ingegneria idraulica, ad interessarsi di arte e comunicazione, ottenendo importanti successi in diversi settori della cultura e dello spettacolo. Per tre anni di seguito presente con tre film al Lido di Venezia, pluripremiato autore di teatro, radio, televisione, sceneggiatore cinematografico, scrittore e autore di documentari storici e culturali, ha vissuto la giovinezza e la maturità sperimentandosi in molteplici attività artistiche, mantenendo sempre come sfondo integratore l’interesse per la comunicazione e tutti i suoi segreti.
Lo incontro un lunedì mattina di fine estate, nel suo studio, che è un po’ lo specchio della sua versatile personalità artistica, tra collezioni di cartelloni teatrali, medaglie, biografie, francobolli, dischi in vinile, film sul Polesine, e infiniti libri, tra i quali alcuni antichi e preziosi, dispense universitarie e raccolte di testi radiofonici e televisivi.
Quale siano i “grandi amori” di Ferdinando non è facile stabilire. Sicuramente Sveva, sua moglie, è il più bello e importante. Il cinema, la musica, la poesia, il teatro, lo spettacolo, l’Opera, la radio, la Storia, la ricerca … sono tutti figli amatissimi, a pari titolo, di un padre eclettico, complesso, dal multiforme ingegno, come un moderno Ulisse alla continua ricerca di nuove sfide.
Parliamo delle origini del fenomeno Ferdinando De Laurentis.
Sono nato e cresciuto a Rovigo nel 1959, figlio di un ufficiale idraulico del Magistrato per il Po. A diciassette anni, a Bottrighe, ho fondato con alcuni amici Radio Delta Libera. I programmi che proponevamo erano innovativi, seguitissimi, alternavano brani di gruppi e cantanti emergenti con telefonate dal pubblico in diretta. Con Ruggero Mottaran, ho scritto alcune canzoni e insieme abbiamo inciso un disco. Quindi partecipiamo nel 1978 al Festival di Loreo per Castrocaro, col gruppo L’Araba Fenice, e vinciamo la manifestazione come migliore band con il brano L’operaio e il sofista.
Nel titolo del brano si evince l’anima non convenzionale di un giovane artista in fieri. Ti sentivi tale a quei tempi?
No… ero solo un ragazzo come tutti gli altri, pieno di idee, con la fantasia sempre in azione. Non mi rendevo conto del perché fossi sempre alla ricerca di nuove esperienze e nuove occasioni di crescita. Forse ero alla perenne ricerca di un metodo per vincere la timidezza.
Dopo i geometri?
Mi iscrissi alla Facoltà di ingegneria a Ferrara e poi a Bologna. Amavo la radio e trovai un impiego presso Radio Tau, dell’Antoniano. Con il mio programma dovevo far parlare i giovani… e ci sono riuscito! Il successo di audience, la conoscenza della musica e della poesia, la trovata di narrare a Bologna storie di quotidianità rodigina, hanno attirato l’attenzione anche di personaggi importanti della Bologna intellettuale, del calibro di Giuseppe Pittano, che scelse il brano Carolina 1918, dal long playing Una chance, inciso con l’amico Giusto La Lia, quale sigla di una trasmissione radiofonica su Radiodue sulla Prima Guerra Mondiale.
Chi era Carolina?
Era una ragazza che scriveva lettere d’amore ai soldati in trincea per conto delle sue amiche, e spesso doveva mentire, con la morte nel cuore, per non rivelare il dramma che vivevano i soldati in guerra.
Anche tu hai scritto per gli altri, come Carolina…
Sì, grazie all’esperienza in Rai, con l’incisione della sigla per Pittano, ho potuto far apprezzare le mie idee e così mi furono proposte attività di grande responsabilità creativa. Dal 1988, per tre anni, sono andato in onda su Radio Rai nella trasmissione Free Time e Passeggiate italiane, con artisti del calibro di Alessandro Bergonzoni, Pippo Santonastaso, Tonino Guerra, Gianni Cavina, Carlo Delle Piane, Valeria Moriconi, Tullio Solenghi, Piero Chiambretti, Alberto Bevilacqua. Poi sono divenuto uno degli autori di testi per lo show del sabato sera Fantastico, nel ’91 condotto da Raffaella Carrà e Johnny Dorelli e tanti altri grandi artisti. Con i miei collaboratori di allora sono in ottimi rapporti ancora oggi e mi confronto spesso con loro.
Come hai iniziato la carriera nella regia?
Da buon rockettaro mi sono ritrovato regista di opera lirica. Nel 1991 dirigo Il barbiere di Siviglia a Madrid, con più di 20 repliche in Spagna e in Europa. Ho avuto l’onore dell’allestimento di diverse opere, quindici in totale, e ho lavorato con cantanti magnifici, come Anna Caterina Antonacci e Maurizio Muraro, fino al 2001.
L’Opera, un’altra tua grande passione…
Non avrei mai pensato di arrivare alla regia di Opere liriche, così lontane dalla mia formazione musicale degli inizi… ma mio padre era un appassionato musicofilo e, forse, il suo esempio mi ha donato un amore incondizionato per questa forma suprema d’arte. Sono molto onorato e orgoglioso di aver dato, tra le varie forme di spettacolo che ho curato, il mio contributo personale anche alla lirica, e, devo ammettere, con grande successo.
L’Opera che ti ha dato più soddisfazioni ed emozioni?
Senz’altro Arcadia in Brenta di Baldassarre Galuppi, testo di Carlo Goldoni, in scena al teatro Olimpico di Vicenza. Dirigere un tale spettacolo, nel tempio della musica realizzato da Palladio… rappresenta uno dei ricordi più forti e intensi della mia vita.
Sei stato regista anche nel campo della pubblicità, come è nato lo spot della Levoni?
Collaborando con l’agenzia Duse per la RAI, venni incaricato di trovare uno slogan ad effetto per i salumi Levoni. E così, quasi per scherzo, nacque il Salame Ettore, che ha portato grande fortuna all’azienda. I miei spot e le pagine pubblicitarie si trovavano ovunque, in tv e su tutte le riviste più prestigiose…
E come sei “capitato” a S. Maria Maddalena?
Dal 1988, dopo la morte di mio padre, mia mamma tornò nella casa natale, a S. Maria Maddalena. Nel 1993, a causa di un brutto incidente stradale, sono andato a vivere in un appartamento vicino al suo, per superare la lunga convalescenza. In quelle giornate particolari, ho conosciuto Lorenza Liboni, all’epoca assessore alla cultura del Comune di Occhiobello, che mi chiese di gestire una Scuola di Teatro per le attività pomeridiane della scuola media. Ovviamente, io, che non ero assolutamente capace di rimanere con le mani in mano, ho accettato.
La Scuola di Teatro ottiene un ottimo successo nel paese, e quindi…
Quindi nasce il TPO, ovvero Teatro Polivalente di Occhiobello, con corsi annuali molto frequentati, associazione che gestisce la scuola organizzata dal Comune di Occhiobello. Dalle prime esperienze laboratoriali, anno dopo anno la scuola è cresciuta fino a divenire un’entità artistica strutturale del Polesine. Siamo molto legati al teatro, per il quale mettiamo in scena testi classici e anche autoprodotti. Curo in particolare l’arte della recitazione, della dizione, la sceneggiatura e la regia.
Dal TPO sono usciti diversi artisti che ancora oggi lavorano nel settore del teatro e del cinema…
Certamente, il TPO ha dato il via a giovani registi, come Fred Kuwornu, famosi interpreti come Matteo Tosi, Andrea Zanforlin, Wanda Murach, Cristina Chinaglia, e tanti altri importanti attori di fiction, cinema e teatro. Aver promosso così tanti talenti e fatto scoprire opportunità di lavoro nel mondo dell’arte comunicativa è una grande soddisfazione, anche umana.
Attraverso il TPO produci anche documentari di storia locale e film, cosa ti ha spinto a cimentarti nel cinema?
Il cinema è l’arte comunicativa per eccellenza. Dai primi cortometraggi, apprezzatissimi da giurie cinefile importanti, sono arrivato a rielaborare video esistenti, ad esempio vecchi documentari, ricreando, attraverso il montaggio, una nuova veste per un moderno linguaggio espressivo. Questa attività mi appassiona al punto che divento un famelico ricercatore di documenti, soprattutto polesani, scrivo libri di storia locale e creo docufilm su avvenimenti e personaggi cruciali per la conoscenza del nostro territorio. Con Il professore, film su Emilio Zanella, sono stato premiato con una menzione particolare dal Presidente Giorgio Napolitano. Con Come mirano giusto costoro ho partecipato alla Mostra del Cinema di Venezia. Per il corto Ce la possiamo fare, sul tema della disabilità, ho ottenuto l’incarico dall’Università di Ferrara.
Venezia ti ha ospitato anche per due film particolari, recitati dagli attori del TPO…
Sì, grazie alle attrezzature che il TPO è riuscito ad acquisire e organizzare, sono stati prodotti anche due film estremamente impegnativi in soli due anni: L’ultimo giorno dello scorpione, un noir sceneggiato dal romanzo della polesana Linda Stocco, nel 2015 e La madre distratta, tratto dal romanzo psicologico di Nicoletta Canazza, sempre rodigina. Gli attori sono studenti del TPO e anche personaggi della provincia di Rovigo e di Ferrara, che ho invitato a prender parte a queste avventure cinematografiche, nelle quali ho voluto celebrare soprattutto il Polesine, la mia terra, poco avvezza alla ribalta, ma ricca di location naturali e architettoniche ideali per i messaggi che intendevo comunicare attraverso il cinema.
Per il TPO quali desideri intendi realizzare nel futuro prossimo e venturo?
Vorrei che i giovani si avvicinassero al teatro e al cinema e che trovassero nella scuola che dirigo una valvola di sfogo comunicativo, artistico, creativo. Le iscrizioni al nuovo anno scolastico sono aperte, mi auguro di incontrare nuovi talenti e nuove sfide, che sono il sale della vita!
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Come citare questo articolo
Sondra Coizzi. “De Laurentis e il Polesine”. Ventaglio Novanta, n. 54, 2017. https://ventaglionovanta.it/archivio/de-laurentis-e-il-polesine/