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AMBIENTE - TURISMO - CULTURA

Il parco di Villa Miari de’ Cumani

Si snoda, nel cuore di Sant’Elena, su una superficie di 8 ettari, testimoniando un passato ricco di fascino

di Rosetta Menarello

Ventaglio Novanta n. 55 2017 pp. 38–41

Incontro la giovanissima contessa Camilla Scroffa De’ Cumani in una limpida mattina di marzo sul portone della Villa di Sant’Elena (PD) nella quale abita, custodendo i segni di una nobiltà antica e costellata di antenati illustri. E’ una ragazza moderna, semplice ma fermamente decisa ad onorare il trascorso della sua famiglia che vanta un albero genealogico veramente interessante.

Proprio per questa ricchezza di passato decidiamo di presentare la storia e gli aspetti dello stupendo complesso in due parti: la prima esclusivamente dedicata al Parco e la seconda, che comparirà nel prossimo numero della rivista, alla dimora.

Siamo di fronte alla Villa che si erge con la sua mole imponente ma nel contempo leggera, per quel gioco di mattoni chiari e più scuri che le conferiscono un’eleganza del tutto originale ed unica.

Per parlarmi del Parco, Camilla mi fa entrare nella sala delle mappe, nella quale sono esposti i progetti e le raffigurazioni delle diverse zone del giardino scaturite dalla genialità creativa dell’ing. Osvaldo Paoletti alla metà del XIX secolo. L’atmosfera silenziosa e solenne, che aleggia in questi interni, mi emoziona quando lo sguardo cade sui diversi ritratti degli avi di questa ragazza che porta in sé i geni di tante differenti personalità.

Anche la storia del parco si perde in un passato molto remoto, perché inizia già nel X secolo quando i monaci benedettini, impegnati nelle bonifiche del territorio, creano qui un brolo, un frutteto che si può considerare una sorta di nucleo “in fieri” del parco stesso. Si può osservare che le presenze arboree, annesse alle costruzioni, che nel tempo si sono succedute, rappresentano simbolicamente il valore agricolo-rurale di un feudo rurale, ma anche di controllo del territorio estense.

Tuttavia la connotazione che il parco Miari De’Cumani presenta attualmente si delinea a metà del XIX secolo, quando il Conte Felice Miari affida ad Osvaldo Paoletti, collaboratore ed amico dello Jappelli, la stesura di un progetto che doveva rispondere a requisiti strutturali e nel contempo confacenti alla sua ideologia. Le caratteristiche di giardini come questo, sono infatti legate al desiderio di creare luoghi in cui esprimere cultura e sentimenti attraverso un utilizzo anche scenografico del percorso ideato.

Entrano quindi in scena la fantasia espressa attraverso le moderne tecniche esecutive, l’uso di materiali e le reminiscenze letterarie che sostengono ed arricchiscono l’insieme della creazione. Il parco di Sant’Elena risponde infatti a tutti i requisiti di questa tipologia per la varietà delle creazioni e le simbologie realizzate dal Paoletti secondo i “canoni” delineati dal grande Jappelli.

A tal proposito sono particolarmente interessanti e di gradevole visione i disegni originali dell’ingegnere conservati all’interno della Villa. Si tratta di raffigurazioni ad inchiostro ed acquerello che illustrano gli elementi architettonici progettati e concretizzano la linearità essenziale dei progetti. E’ un modo per rendere visibile “l’immaginato”: una sorta di illustrazione del testo con tanto di didascalie esplicative, le cui date d’esecuzione vanno dal 1857, anno d’inizio dei lavori, al 1880. Si tratta quindi di un lavoro lungo, complesso e molto curato nel quale sono armoniosamente inseriti elementi differenti legati dalla genialità dell’ideatore e dalle esigenze del committente.

Il giardino si snoda su una superficie di 8 ettari nei quali è contenuto, come una primordiale memoria, il brolo, ora individuabile solo come spazio nella “Mappa originale della possessione denominata la Cumana” risalente al maggio 1826. Il progetto dell’ing. Paoletti è riconoscibile attualmente in un percorso che il visitatore effettua immerso nell’armoniosa bellezza del luogo, passeggiando lungo i sentieri e soffermandosi ad osservare le piante, i fiori, i manufatti, posti come elementi del ricordo, della celebrazione romantica, dell’evocazione fantastica.

Le varie ed originali denominazioni delle diverse tappe del percorso sono un vero inno alla “poetica” del giardino romantico e ne ricalcano fedelmente le caratteristiche architettoniche e botaniche inserite sapientemente in precise creazioni.

Il percorso consueto parte dal giardino geometrico antistante la Villa e, attraverso i Prati alti della Torre, conduce alla Piazza della Fontana al cui centro è posta una colonna a testimoniare un tentativo, non riuscito, di realizzare un pozzo dal quale trarre l’acqua di alimentazione di un laghetto.

Proseguendo si attraversa un’ampia distesa di prati attraverso i quali si snodano sentieri serpeggianti tra cespugli, masse arboree e fiori. E’ questa una zona che offre al visitatore il senso della leggerezza che diviene una sorta di piacevole e balsamico sollievo. A sorprendere è un’insolita costruzione che rompe ogni schema precostituito: è lo chalet svizzero voluto per evocare scenari alpini ed immaginarie visioni, fedeli all’idea di giardino romantico.

Andando oltre si percorre il Prato del lago con il Colle degli Olivi arrivando alla Cala del lago, approdo di barche e punto strategico da cui si apre la vista del bacino acqueo di grande suggestione per il sinuoso andamento delle sponde che permettono di ammirare pittoreschi scorci. E’ la presenza di un insolito gruppo di cipressi calvi con le loro radici aeree (pneumatofore) ad incuriosire per la conformazione simile a stalattiti lignee di raffinata eleganza.

Il percorso prosegue, lasciato il lago, verso il “Colle dell’eremita” che invita alla solitudine ed alla meditazione dopo le visioni precedentemente catturate.

Proseguendo la passeggiata si arriva alla riva del Ramo del lago che si restringe in un ruscelletto ormai asciutto. Qui sono presenti gli ontani neri posti ad evitare l’erosione delle rive.

Attraverso un ponticello si giunge quindi al Colle San Felice dove sorgono la Cappella di San Giacomo ed il tempio al Cavour a testimonianza della fede antiaustriaca del committente. Si fondono in questa costruzione il romanico ed il neoclassico a suggellare l’eclettismo architettonico onorato nella seconda metà dell’Ottocento.

Il percorso ci conduce poi al pittoresco Ninfeo concepito come sosta per le imbarcazioni e come collegamento tra l’Isola del Castellaccio e la riva ma anche come pittoresco belvedere.

Si giunge successivamente al Piano delle Streghe che porta alle Sponde del Lago Scuro dove si gode di uno speciale effetto cromatico prodotto dall’opposta Riviera dei pini.

Il lago, alimentato da una falda freatica, ha un’estensione di circa 4000mq. Sono qui presenti alcuni noci neri, piantati nel 1947 in sostituzione di quelli utilizzati per realizzare parquet della Villa.

E’ proseguendo verso sud-est che si incontra la ghiacciaia, una costruzione preesistente, che l’ing. Paoletti pensava di trasformare in eremitaggio in stile romanico-gotico che avrebbe dovuto inserirsi in un’unica area con il Bosco della Torre, lambito dal torrente Ninfa di cui rimane solo il tracciato.

Il percorso ideato da Osvaldo Paoletti per questa dimora storica si conclude lasciando negli occhi e nel cuore del visitatore immagini e sensazioni incancellabili, perché scaturite da un’esperienza davvero piacevole, leggera e nel contempo ricchissima di elementi storici di indubbio valore. Idealità che ho vissuto grazie alla gentile guida della contessina Camilla e agli studi di Beatrice Marciani e Margherita Levorato, dai quali ho pure tratto preziose informazioni impiegate per questa mia sintesi, che mi auguro utile viatico per quanti vorranno visitare lo storico Parco di Sant’Elena.

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Come citare questo articolo

Rosetta Menarello. “Il parco di Villa Miari de’ Cumani”. Ventaglio Novanta, n. 55, 2017. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-parco-di-villa-miari-de-cumani/

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