Era il buio totale. Mai avevo vissuto una sensazione di buio tanto intensa e quasi tangibile, come se l’oscurità avesse materia, forma e peso. Un peso che mi stava opprimendo.
“Svegliati, svegliati, è solo un sognaccio” mi sforzai di pensare, tra poco avrei aperto per un attimo gli occhi, tirato un sospiro di sollievo, mi sarei grattato il mento tastando una barba che necessitava di rasatura e avrei emesso un compiaciuto grugnito, cambiando posizione. Poi mi sarei, come sempre, riaddormentato come un sasso, russando pesantemente.
Aprii un occhio, mentre le narici mi segnalavano un indefinito stato di allarme, avvertivo un odore inusuale, mentre tentavo di spostarmi sul mio fianco preferito, ma qualcosa mi impediva il minimo movimento.
Adesso ero completamente sveglio, i sensi allertatissimi. Cercai istintivamente il pomello della luce, ma il mio braccio incontrò immediatamente un ostacolo che la mano tastava febbrilmente cercando di decifrare di cosa si trattasse: ero letteralmente circondato da un’opprimente barriera. Alcune schegge di legno mi si conficcarono con cattiveria nella carne: mio Dio, pensai, sono forse morto e mi sto risvegliando dentro una bara? La madre degli incubi da sempre, per me, ma credo per chiunque. Una paura folle che non avrei confessato a nessuno, folle quanto assurda, trasmessami dalla nonna fin da bambino, quando mi narrava di riesumazioni con scheletri rinvenuti in pose disperate; di morti apparenti seguite da risvegli terrificanti e tragicamente conclusisi in asfissia, buio, solitudine, disperazione.
Nonna amava i racconti drammatici e io ero consapevole ormai da tempo, che i protocolli sanitari procedurali, obbligatori per legge, escludevano ogni possibilità di risvegliarsi nel buio claustrofobico di una tomba, ma il cuore stava per uscirmi dal petto mentre iniziavo a tossire.
Stavo respirando e deglutendo polvere che mi invadeva la bocca, la gola, i polmoni. Faticosamente, quanto convulsamente, tossivo e sputavo, mentre le mie narici identificavano l’odore strano che le aveva allertate: odore di cantiere, di calce e cemento, legno e minerali. Ero sommerso da macerie.
Come poteva essere? Strizzai gli occhi, nonostante il buio totale, per concentrarmi e arrivare a capire che c’era stato un crollo durante la notte. Io mi trovavo ancora nello studio dove, come sempre, mi soffermo fino a tarda ora, rileggendo e aggiustando appunti per l’organizzazione del giorno successivo. Non ricordavo altro, neppure il boato che di certo aveva accompagnato il crollo.
Adesso ero sveglio e respiravo faticosamente, intrappolato da legni e calcinacci. Da esperto in materie di sicurezza, sapevo che dovevo risparmiare tutte le energie possibili e rallentare le pulsazioni cardiache per limitare il consumo d’ossigeno. Mi sforzai di concentrarmi sugli odori che riuscivo a recepire: non annusavo fumo da incendio, era già una buona constatazione, anche se non sapevo in che reali condizioni fisiche fossi realmente, nè potevo stabilire la tenuta strutturale dello stabile o di quel che ne restava.
Quanto tempo era trascorso dal crollo? Era di certo ancora notte fonda, io vivevo solo ma le altre famiglie del condominio, tre nuclei con cinque o sei bambini, erano sopravvissute? Non avevo che rapporti formali con tutti loro, ero un tipo solitario e mi comportavo di conseguenza; mi resi conto che neppure conoscevo i nomi dei miei vicini, nè la loro età o professione. Nulla.
Qualcuno aveva chiamato i soccorsi? Sarebbero riusciti ad estrarmi vivo dal crollo? Cercai di placare il battito assordante del mio cuore ancora troppo ansioso, per percepire un suono, un lamento, un movimento che mi confortasse e mi desse la consapevolezza di non essere solo, sotto un cumulo di calcinacci, nel buio della notte.
Silenzio totale. Neppure il pianto di un bambino che, per una volta, mi avrebbe fatto sospirare di piacere. Non sentivo un rumore, un richiamo, nulla che indicasse presenze vitali.
Urlai aiuto, ma la mia voce era come paralizzata e trattenuta in fondo alla gola. Paralisi, che parola orrenda. Paralisi? Dovevo tentare di muovermi per capire se ne ero in grado e dovevo assolutamente individuare uno spiraglio di luce, foss’anche quella lunare.
Era luna piena al di là delle macerie che mi opprimevano, era una notte bellissima, stellata a puntino, lo ricordavo con commozione. Perchè non mi ero soffermato di più ad osservarla e fantasticarci sopra? Ma io ero un uomo pragmatico, mai stato un sognatore romantico… peccato, pensai assurdamente.
Mi apprestai a girarmi, molto lentamente, avevo consapevolezza che ogni movimento mi avrebbe potuto salvare o uccidere, se avessi spostato anche di poco quanto già mi stava opprimendo.
Potevo articolare con dolore solo le spalle e le braccia, il bacino e le gambe non le avvertivo nemmeno, come se il mio corpo avesse termine all’altezza dell’ombelico. Sentivo le lacrime scorrere lungo le guance, non mi accadeva da quando ero rimasto solo al mondo e mi ero dovuto trasferire a casa dell’unica parente rimastami, la vecchia nonna materna, anche lei sola al mondo e con meno illusioni romantiche delle mie attuali. Quando avevo cominciato ad amarla, era morta pure lei, strano destino il mio, sempre intrecciato alla morte, sempre proiettato alla solitudine.
Sbattei le palpebre più volte, per liberarle da lacrime e polvere appiccicosa e, d’improvviso, dopo un lieve scricchiolìo, la vidi. Luminosa e bella come mai era stata o mai l’avevo giudicata: la Rosa del Deserto, datato dono di una vecchia fiamma, maldestramente liquidata perchè iniziava ad esigere veri sentimenti e conseguenti veri impegni.
Ricordavo con straordinaria lucidità il biglietto lapidario che accompagnava il grazioso incarto: “Se tu fossi un fiore, saresti la Rosa del Deserto: attraente, affascinante e complessa, tagliente e sfaccettata, luminosa quanto fredda, che non ha bisogno di nessuno per sopravvivere anzi, resta integra se nessuno l’avvicina troppo”. Come darle torto? Avevo riposto in una vetrinetta, senza troppi ripensamenti, lo strano minerale, frutto di un’aggregazione di gesso cristallizzato nel deserto, trasformatosi in una stratificazione di petali taglienti, potenzialmente più pericolosi di una vera rosa spinosa.
La rosa del deserto ora pareva ammiccarmi: era sopravvissuta al crollo meglio di me, la vedevo luccicare e, per la prima volta, la sentivo quasi vitale. La vedevo luccicare? Mio Dio ti ringrazio, pensai, mentre disperatamente cercavo di individuare la fonte luminosa che faceva risplendere la rosa del deserto, facendola apparire come una grossa stella rosata, sospesa in impalpabile e iridescente polvere di stelle. Era un fascio di luce non più largo di un raggio laser.
Luce, luce, miracolosa luce, bella, calda e accecante luce che consenti il ciclo della vita del nostro mondo! Sorridevo di certo mentre venivo risucchiato in buio mare tempestoso, mi sentivo un’imbarcazione che non regge la rabbia dei marosi, che ne viene risucchiata e poi risputata fuori, solo un attimo per gridare al cielo di placare la tempesta e di indicargli una via di salvezza.
Vedevo, a tratti, un sottile fascio di luce lunare, almeno tale mi pareva, che faceva sorridere ad intermittenza la mia rosa del deserto trasformatasi in immenso faro che mi guidava e infondeva coraggio nel corso della tragica tempesta in cui mi dibattevo disperato per non annegare.
Febbrili pensieri, intervallati da frammenti di preghiere e sconosciuti volti femminili, si sovrapponevano al luccichio della rosa del deserto. A tratti, anche un barlume di ragionamento si insinuava nel disperato sproloquio di preghiere, monologhi incoerenti con la rosa del deserto, col buio, con la luce, col nulla e col tutto. Ero immerso nel caos primordiale.
Un’abbagliante e angelica sagoma di luce, apparve improvvisamente. Sentivo che gioiosamente mi voleva accogliere. Udivo l’eco lontana della sua voce morbida, diceva cose incomprensibili. Stavo morendo, ma non avevo più paura, il mio cuore era nuovamente gioioso e innocente; quella sagoma di luce mi trasmetteva amore e comprensione, leniva i miei dolori sepolti e mai scomparsi, stratificati, pietrificati. Il mio animo volava lieve verso quella luce. Era così meraviglioso morire? Allora valeva la pena di vivere e soffrire per godere di tanta gioia.
Mi risvegliai in un letto d’ospedale, ero immobilizzato e fasciato come una mummia e non riuscivo a parlare. La rosa del deserto era sul ripiano del comodino. Avrei saputo solo dopo molti giorni, che il vigile del fuoco che mi aveva estratto dalle macerie, aveva capito che la indicavo farneticando e l’aveva recuperata, commosso di avermi estratto in vita dalle macerie.
Eccola dunque ancora vicina a me, solo lievemente danneggiata, la rosa del deserto, sempre luccicante anche sotto la luce del neon.
Sorrisi e pensai che avrei avuto tutto il tempo per sapere cosa era accaduto; tutto il tempo che il destino aveva voluto concedermi per riesaminare la mia vita, per riprenderne il filo, tentando di districare la matassa che avevo continuamente ingarbugliato. Avrei trovato tempo e coraggio per inviare un bel mazzo di fiori alla mia ex fiamma malamente liquidata, scusandomi tardivamente e ringraziandola per aver contribuito a tenermi in vita, col suo tagliente dono.
La luce della stanza venne regolata in posizione notturna, vedevo il cielo illuminato da una luna tanto bella e grande che, se avessi potuto allungare la mano, sarei di certo riuscito a carezzare.
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Come citare questo articolo
Nuccia Venuto. “La rosa del deserto”. Ventaglio Novanta, n. 55, 2017. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-rosa-del-deserto/