POLVERE DI MARE
Vita sospesa lungo il litorale; nella quiete d’autunno il blu del mare respira piano, come addormentato e dentro un sole incerto ad occhieggiare l’idea di morte. Splende alla battigia
la polvere di gusci di conchiglia.
Ha scelto questo luogo per morire un granchio solitario. La risacca lo prende e lo riporta sulla riva dove si arrende piano, arrovesciato. Un orologio antico ha già segnato il tempo della sua povera vita.
Imparerò da lui più cose e cose che dai miei libri e dalle mie paure. Non cercherò nessuno che mi salvi e non vorrò mi si riporti a riva.
Mare d’autunno, io piangerò più piano per ascoltare il tuo silenzio. Il vento che increspa appena l’acqua della rada sarà l’ unica voce che accompagna la mia paura, il soffio di un lamento.
L’ISOLA CHE NON C’È
Mi mancherà Albarella, mia solitaria isola segreta, mia fragile sorella quasi sommersa terra di laguna, vorrei mancarti almeno un poco quando, all’ora del tramonto, il sole rosso non avrà il mio sguardo e al gelo d’acqua salsa della valle le salicornie cederanno il giallo e il cupo quasi bruno delle foglie e quando la fiorita di barena sarà soltanto un canto solitario che non ascolto.
Vorrei mancarti solo un poco come manca il calore alla mia vita altrove. Verranno i giorni del silenzio e allora soltanto il vento parlerà alle cose.
Al mio giardino, al cespo delle rose, ai pini con i nidi tra le chiome, al folto delle siepi di pitòsforo e al glicine sull’arco del cancello. E se tornassi ancora, la mia casa vorrei trovarla qui come si trova una conchiglia sulla spiaggia vuota perfetta e silenziosa.
E i tre gatti selvatici, i timidi compagni di un’estate come in attesa alla mia porta chiusa ritornino alla vita e l’incantesimo si compia anche per me che sto sospeso da troppo tempo, come un panno al sole. Così finisca questa lunga mia snervante crudelissima agonia.
Tornassi almeno.
MAGICA ARGILLA
(a Benvenuto Fecchio)
Se Benvenuto plasma la sua argilla con la sapienza d’un vasaio antico, tra le sue mani il fango, il quasi nulla prende le forme della fantasia. Dà vita a cose che non son più terra e con le dita magiche modella un mondo intero fatto di poesia.
Le sue creature, cose senza voce prendono vita solo a una carezza e al soffio generoso delle gote.
Mi torna in mente quel ranocchio verde e la sua forma goffa che somiglia a un me che sogna solo di mutare in un principe azzurro da operetta se un nuovo amore lo vorrà baciare.
LANGUIDA VITA
Io lo vedo, lo sai, che mi somiglia questo fiume che ormai leviga piano le rive tra i canneti e tra i piloni trascorre come fosse addormentato.
Ieri ruscello fresco di montagna, allegro tra le rocce e gli strapiombi. Poi sangue tra due argini di sassi e come un’autostrada di città a rotolare piano tra i murazzi.
Sento la mia, di me, languida vita che più s’abbrevia più s’allarga e inonda spazi più vasti e piani come un Delta. E più si estende più riflette immensi cieli lucenti.
Il mare è poco lungi, non c’è fretta di scorrere, così s’attarda lenta. Più tardi sia l’abbraccio che l’aspetta.
DELTA
Delta di fiume, come un labirinto di gore, di canali, di acquitrini. Acqua che scorri lenta verso il mare o che risali da lagune salmastre e che ti insali al ritmico montare di maree, all’ondeggiare tondo della luna.
Si tuffano nell’acqua i cormorani quindi ristanno al sole, con un pesce in gola. Le penne non sopportano due tuffi.
Ogni briccola infissa nel padule è l’approdo sicuro d’un gabbiano. Nella fanghiglia della prima pozza, le zampe dritte e asciutte d’un airone e l’isola di rosa: le colonie di mille fenicotteri assiepati.
Somiglia alla mia vita il panorama sconfinato di acque quasi immote con l’apparenza di una quiete strana, quasi una morte, come di malaria.
FUOCHI DI LAGUNA
Sagome bianche come caravelle veleggiano nel cielo del tramonto. Poi cala il sole dentro brume rosse e la laguna a specchio di titanio cambia colore ad ogni soffio d’aria.
Anatre nere in controluce come richiami che galleggiano si vanno cercando tane perse tra le canne. La scena muta istante per istante. Ad ogni fotogramma sovrappone un altro tema, un’altra fantasia.
Lacera il cuore il cielo che si avvampa e si colora come fosse sangue. Bevo con gli occhi questo paradiso e inseguo con la mente che si perde altri tramonti ed altre nostalgie.
Ogni visione incide nella carne dei solchi come letti di ruscelli. Il corpo vivo e i segni della vita sono paesaggi d’anima, immortali.
Il sentimento è un lago di montagna, svegliarsi all’alba è nebbia nella valle. Lei, la mia vita è la mia pelle intera, è carne, è sangue, è linfa e pulsazioni.
Tempo che scorre, corpo che rimane, sagome nere in controluce vanno come gabbiani in volo contro il sole. E’ l’ora incerta quando tutti vanno e il corpo si fa sogno e il sogno nella sera si fa carne.
PORTO SEPOLTO
Fragilissima terra tra due fiumi, Polesine banchina del mio porto, isola verde sotto il pelo d’acqua, Mesopotamia d’Adige e Eridano.
Il mio innamoramento non si inganna e la mia scelta ha un senso anche se pare sconsiderata per la mia ragione.
Amo i silenzi e gli orizzonti piani, la rete dei canali e gli acquitrini, i voli delle rondini a sfiorare l’acqua dei fiumi.
Le ville palladiane abbandonate e le barchesse mute. I colonnati di tante piazze vuote. Le atmosfere da scene di pittura surreale.
Le case di golena con le tracce dell’ultima alluvione e la rovina d’intonaci corrosi.
Polesine di quiete e d’abbandono ti faccio dono di un più di solitudine a colmare quel po’ di spazio vuoto che rimane nelle tue piazze strane e nelle strade appena illuminate da un debole chiarore prelunare.
Non ho altra patria nè un differente luogo dove stare, non ho un amico che mi porga ascolto e faccio quello che mi va di fare ed è così che mi nascondo in questo solitario mio segreto “porto sepolto.”
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Come citare questo articolo
Rodolfo Vettorello. “L’isola che non c’è”. Ventaglio Novanta, n. 55, 2017. https://ventaglionovanta.it/archivio/lisola-che-non-ce-2/