Prosegue nelle pagine di questa rivista l’approfondimento sulla figura del pittore polesano Benvenuto Tisi, a seguito dell’apertura del MUVIG, il Museo Virtuale del Garofalo, a Garofolo di Canaro. Un allestimento nato con l’intento di valorizzare non solo la figura del pittore, riconosciuto pilastro dell’arte cinquecentesca ferrarese, ma anche il luogo che ne diede i natali. E’ noto infatti come il nome della frazione del comune di Canaro, Garofolo, fu d’ispirazione per il soprannome dell’artista. E’ evidente quindi, come, attraverso il museo e l’arte, si voglia descrivere e promuovere anche l’identità di uno specifico territorio.
Da sottolineare innanzitutto come il MUVIG sia il primo museo in Italia interamente virtuale: utilizza tecnologie interattive e a realtà aumentata, per raccontare l’intera carriera artistica del Tisi, attribuendo ad ogni sala una fase della sua produzione, e fornendo informazioni di contesto, utili ad inquadrare il periodo storico e artistico.
Questa scelta museale si sposa con una delle peculiarità dell’artista stesso: la ricerca e l’aggiornamento continuo di nuove soluzioni. Come il MUVIG, infatti, impiega le tecnologie più all’avanguardia, così il Tisi cercò costantemente di conoscere i migliori artisti e le innovazioni nel campo dell’arte, evolvendo la sua produzione.
Caposcuola del Rinascimento di Ferrara
Va innanzitutto detto che il Garofalo (1481- 1559) fu un maestro tra maestri: fu amico di Giorgione, Raffaello, Tiziano, Giulio Romano, Vasari e molti altri. Per quanto riguarda i suoi riferimenti stilistici e culturali, alcuni storici dell’arte lo hanno definito un naturalista influenzato dal classicismo, “un naturalista inurbato” (Lucco); altri invece lo hanno identificato come un artista del classicismo, influenzato dalla scuola veneziana (Palucchini).
Questa condizione è spiegata da Luigi Lanzi, che nel 1823 pubblicò in Storia pittorica dell’Italia le seguenti parole: “[Il Garofalo] imitò da Raffaello il disegno, le fattezze, le espressioni, e molto anche del colorito: se non che vi aggiunse non so che di acceso e di forte, che par derivato dalla sua scuola”. L’arte del Tisi è quindi l’epifania del punto d’incontro tra il naturalismo del Giorgione e il classicismo del Raffaello: quel punto di incontro non solo stilistico e culturale ma anche reale, geografico, tra Venezia e Roma, alla corte ferrarese degli Estensi.
Garofalo seppe, pertanto, fondere il meglio della tradizione veneziana con l’innovazione romana e dare vita e corpo ad una nuova scuola, dalla identità autonoma: quella del Rinascimento di Ferrara.
I riduzionisti
Accanto a questa opinione – che identifica nel Garofolo il caposcuola del Rinascimento ferrarese – si ebbero però a registrare, da parte di grandi esponenti della critica d’arte, varie annotazioni volte a ridimensionare l’importanza della produzione del Garofolo. La vexata quaestio critica consiste in quel sottile confine tra “l’essere influenzato” e “il copiare”.
Il primo che mise in discussione la pittura del Tisi fu Jacob Burckhardt, che nel 1855 scrisse che “l’anima dell’artista non riempie le forme e che il suo pathos è incerto”. Burckhardt, in pieno periodo romantico, si aspettava, quindi, dall’arte rinascimentale ferrarese maggior sentimento, maggior drammaticità nei gesti e nelle espressioni.
Ad inasprire i toni è Roberto Longhi che nell’Officina ferrarese apostrofa Benvenuto Tisi come un “terrazzano schifiltoso che scende alla capitale due volte l’anno, per mutar d’abito e di frasario”, e ancora come un “paganeggiante di provincia, accademico per la pelle”: un artista laborioso certo, ma privo di fantasia e ingegno.
La principale critica, che a più riprese viene portata avanti, è quindi che il Garofalo fosse sì un abile disegnatore, ma che seguisse troppo le mode, cambiando di volta in volta la propria cifra stilistica, per adeguarsi alle richieste della committenza.
Neppure le celebrazioni per il quarto centenario della morte di Benvenuto Tisi, furono occasione per una rilettura critica della sua produzione. Giuseppe Mazzariol scrisse nel volumetto “Il Garofalo”, pubblicato nel 1959 dal comune di Rovigo, che il pittore non fu altro che “un ritardatario di provincia in vesti di personaggio alla moda”; aggiunse poi che: “egli mancò, insomma, del requisito fondamentale per ogni autentico creatore di forme: una partecipazione intera e sofferta alla vita del suo tempo”. Un artista privo del sentimento necessario, quindi. Una riconferma della critica di Burckhardt, un secolo più tardi.
Gli estimatori
Sul fronte opposto, Cammillo Laderchi, nel 1857, sgravò il Garofalo dall’etichetta, alquanto riduttiva, di “imitatore”, dal momento che lo considerò “la prima stella della scuola pittorica ferrarese” e affermò che tutte le sue opere presentavano in modo evidente i medesimi caratteri, le medesime “qualità distintive”, confutando quindi coloro che sostenevano il “mutar d’abito e frasario” longhiano.
Il Laderchi fece, inoltre, riferimento alla grande fama del Garofalo al di fuori dei confini italiani e ad uno specifico aneddoto storico, in seguito al quale il pittore acquisì il soprannome di “Raffaello Ferrarese”. Nel 1720, Petr Beklemisev, agente commerciale dello zar Pietro il Grande, acquistò, infatti, la Deposizione nel sepolcro, ritenendola opera del mirabile Raffaello.
Nel 1764, risolto il problema di attribuzione, il quadro entrò a far parte della collezione del Museo Ermitage, per volere di Caterina II. L’originario refuso portò tuttavia, i regnanti russi a maturare un vero interesse nei confronto della produzione artistica di Benvenuto Tisi e della pittura ferrarese, tanto che, nel 1772, il Museo Ermitage acquistò l’intera collezione del francese Pierre Crozat, all’interno della quale vi era il Cristo e la Samaritana.
Nel 1840, poi, lo zar Nicola I ordinò l’acquisto di diverse opere del Garofalo, custodite presso il convento di San Bernardino a Ferrara: Le Nozze di Cana, l’Andata al Calvario, l’Allegoria del Nuovo e del Vecchio Testamento, la Moltiplicazione dei pani e dei pesci.
Non fu casuale quindi la scelta di allestire a Ferrara una mostra dedicata al Garofalo, in occasione del sodalizio, purtroppo già sfumato, tra la città estense e la Fondazione Ermitage Italia, nel 2008.
La mostra “Garofalo. Pittore della Ferrara Estense” espose la collezione dell’Ermitage di San Pietroburgo, permettendo quindi il confronto tra le sue opere, quelle del suo maestro Domenico Panetti, di Boccaccio Boccaccino e quelle del suo contemporaneo Girolamo da Carpi.
Nel catalogo di questa mostra fu pubblicato il contributo di Mauro Lucco, del quale si riporta il seguente passaggio: “Garofalo è di fatto il pittore che si incarica di calare quel meraviglioso mondo profano, elaborato nelle stanze del potere di corte, con la sua meteorologia fantastica e la sua densa emozione per tutti gli aspetti della natura, nei limiti e nei canoni della pittura sacra.” Una pittura, secondo Lucco, densa di emozioni e sentimenti, quindi, in netta contrapposizione con le parole del Mazzariol.
E Lucco aggiunse poi: “seppur definito terrazzano dal Longhi, fu inurbato al punto da essere il pittore preferito dei ceti cittadini. Qualunque fosse il soggetto da affrontare, non defletté mai dalle norme espressive di un’altissima tékhne, per la quale conobbe tutti i massimi pittori del Rinascimento italiano, e ne ebbe l’ammirato rispetto”.
Di rispetto e amicizia parlò anche il Vasari, nel Le vite de’ più eccellenti architetti, pittori et scultori italiani, sottolineando, inoltre, che “si risolvé a voler disimparare, e, dopo la perdita di tanti anni, di maestro divenire discepolo”. Il Vasari mise in luce l’umiltà di Benvenuto Tisi: un maestro che di fronte a potenti novità stilistiche e intellettuali si costringe a disimparare, a farsi di nuovo discepolo. Rispetto, amicizia e umiltà furono le parole maggiormente usate, nei secoli, dai critici che sostenevano il pittore.
La incessante ricerca del Garofolo
La produzione artistica del Tisi fu, quindi, frutto di un vero e proprio “processo di accumulazione”, selettivo e progressivo. Da ogni nuovo incontro artistico, il Tisi, assimilò il meglio e lo ripropose, filtrato dalla propria esperienza pregressa. Questo approccio all’arte è degno di essere enfatizzato, dal momento che il Garofalo dirigeva una ben avviata bottega d’arte e non aveva quindi, la necessità di mettersi di volta in volta in discussione.
In ultima istanza, per sottolineare la laboriosità del pittore, si cita Girolamo Baruffaldi: “con una disposizione sì deplorabile lavorò egli per lo spazio di venti anni tutti i giorni festivi per solo motivo di carità nel monastero e dentro la clausura delle monache di San Bernardino varie cose tanto a olio, quanto a tempera ed a fresco”. Vasta è infatti, la produzione di Benvenuto Tisi e sulla sua laboriosità hanno parere unanime tutti gli storici dell’arte.
L’umiltà nel riconoscere i pregi nelle innovazioni; la volontà di mettere continuamente in discussione le proprie conoscenze pregresse; la passione per il proprio lavoro e, infine, l’abilità di fondere insieme la contemporaneità con la tradizione: queste sono le peculiarità di Benvenuto Tisi. Grazie a queste, il Garofalo ha caratterizzato la scuola ferrarese, dandole autonomia e dignità nella storia dell’arte italiana. Ed è evidente quanto questo artista, sebbene siano passati quasi cinquecento anni dalla sua morte, possa insegnare ancora molto, per quanto riguarda l’arte e la vita.
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Come citare questo articolo
Sara Milan. “Il Garofolo. Innovatore o imitatore?”. Ventaglio Novanta, n. 56, 2018. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-garofolo-innovatore-o-imitatore/