Lo scorso 18 giugno, domenica – con una solenne cerimonia officiata dal vescovo di Chioggia mons. Adriano Tessarollo – la chiesa parrocchiale di San Francesco d’Assisi è stata restituita alla comunità tagliolese dopo un radicale e accurato restauro durato quasi un anno. Chiusa dal luglio 2016, la sua riapertura al culto ha rappresentato un grande momento di gioia e di festa, al quale hanno partecipato centinaia di persone, con in prima fila il sindaco Francesco Siviero appena rieletto alla guida del comune di Taglio di Po.
L’edificio, costruito tra il 1862 e il 1871, non aveva problemi dal punto di vista statico, ma presentava diverse situazioni di degrado e di criticità, dovute sia alla mancata manutenzione, sia ad alcuni lavori malamente eseguiti. Gli interventi – che hanno riguardato il tetto, la pavimentazione, le pareti interne, i materiali lapidei, l’eliminazione delle barriere architettoniche – sono stati progettati dall’architetto Giuliano Stoppa di Adria, approvati dalla Soprintendenza Belle Arti e Paesaggio delle province di Verona-Rovigo-Vicenza e finanziati con fondi messi a disposizione dalla Diocesi di Chioggia, dalla CEI-Beni Culturali (contributo 8xmille), dalla fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo e dalla Parrocchia di Taglio di Po.
La realizzazione del progetto è stata affidata alla ditta Arc Veronese di Valli di Chioggia, alla ditta Paolo Tessarin di Porto Tolle, e ad altre ditte locali; responsabile del procedimento a nome della Curia vescovile di Chioggia il geom. Luca Mancin, direttore dell’Ufficio tecnico e incaricato diocesano ai Beni culturali. La ristrutturazione ha interessato anche la sacrestia, la cappella invernale e le sei vetrate, sostituite con altre aventi aperture motorizzate e vetri decorati con soggetti sacri.
Ora l’interno dell’edificio sacro, a croce latina e coronato da cupola centrale che si appoggia alle colonne del transetto, ha riacquistato la primitiva dignità e, liberato dagli ornamenti superflui e dagli accessori inutili, si mostra nelle sue originali ed eleganti linee, ispirate alla semplicità e, come dice il parroco Maurizio Vanti dell’ordine dei Frati Minori Francescani, “all’essenzialità propria dello spirito francescano”.
A sottolineare ulteriormente la dimensione francescana delle scelte, il grande crocifisso sospeso al centro dell’abside, riproduzione fedele dell’immagine del Crocifisso di san Damiano, il cui originale è ora nel Protomonastero di Santa Chiara in Assisi.
Il crocifisso di San Damiano e la copia di Taglio di Po
Il Crocifisso originale di San Damiano risale al XII secolo ed è generalmente ritenuto dipinto da un pittore umbro, ma alcuni storici dell’arte lo attribuirebbero a un non identificato monaco siriano presente nel territorio. È dipinto su tela, applicata su una croce di legno alta 190 cm e larga 120. Nei secoli ha seguito gli spostamenti delle monache Clarisse, dapprima dalla Chiesa di San Damiano fuori Assisi alla Chiesa di San Giorgio, per poi trovare definitiva collocazione nella Basilica di Santa Chiara.
Quale giusto omaggio ai Frati Minori Francescani che dal 1935 curano le anime della parrocchia di Taglio di Po, il vescovo di Chioggia Adriano Tessarollo ha espresso la volontà di far eseguire una copia del Crocifisso di San Damiano da collocare nella chiesa restaurata. L’incarico è stato affidato a Milena Merli di Ferrara, esperta in arte antica ed eccellente restauratrice, che già in precedenza aveva collaborato con la diocesi, dando prova di grande professionalità.
Per armonizzare l’opera con gli spazi interni della parrocchiale di Taglio di Po, era necessario che la copia fosse più grande (cm.300 per 240) rispetto all’originale. La signora Milena all’inizio ha qualche perplessità, ma quasi subito accetta la sfida e inizia a studiare i principi e la filosofia religiosa che regolavano a quei tempi la pittura di icone, perché di fatto il Crocifisso di San Damiano è un’icona realizzata in forma di croce.
Da noi interpellata, ci dice che “l’iconografia delle icone soggiace ad alcune regole che non possono essere sovvertite e che devono essere la somma del Creato di Dio, e devono quindi contenere il mondo vegetale, il mondo animale e il mondo minerale. Il mondo vegetale é rappresentato dal legno di costruzione e dal lino con il quale questo viene ricoperto per prepararlo a ricevere la pittura; quello animale dalle colle che si utilizzano per le mestiche e gli stucchi e dal legante per i colori; i pigmenti e il gesso rappresentano il mondo minerale”. Dipinto, o per meglio dire, “scritto non per mano d’uomo” con il linguaggio tipico delle icone bizantine, il Crocifisso, ricco di significati simbolici, non poteva essere stravolto nello stile e nelle cromie.
“Per questo – continua la signora Milena – mi sono approcciata alla superficie bianca con l’umiltà di riprodurre l’immagine originale nella sua completezza, avvicinandomici per quanto fosse nelle mie possibilità e, diremmo oggi, nella semplicità un po’ naïf tipica della pittura del dodicesimo/tredicesimo secolo. Pertanto la mia non poteva essere una interpretazione personale ed arbitraria dell’immagine originale, ed ho optato per l’utilizzo delle tecniche pittoriche e stilistiche dell’epoca”.
Per questo Milena Merli si è recata ad Assisi con una lettera di presentazione di sua Eccelenza il Vescovo, Monsignor Tessarollo, che le ha consentito una visione ravvicinata del Crocifisso, così da poter avere un’idea precisa ed obiettiva dei colori, che nell’originale si discostano molto rispetto a quelli delle innumerevoli riproduzioni industriali e artigianali che troviamo in internet, nei luoghi di culto o in commercio.
Tornata in laboratorio, il primo passo è stato la riproduzione del disegno in scala e il suo trasferimento sulla superficie da dipingere con la tecnica dello spolvero a grafite. Successivamente sono state preparate le parti da dorare stendendo su di esse il “bolo”, ossia una base idonea a far aderire la foglia d’oro che, nel nostro caso, è di titolo 23 carati e mezzo. Ha poi provveduto ad applicare i colori, iniziando dalle conchiglie che girano intorno alla croce (che nell’originale sono dipinte su una cornice distaccata costruita a scatola nel 1500) quindi il corpo del Cristo, dei Santi, le immagini simboliche e gli sfondi che fanno da contorno.
Sono stati impiegati unicamente pigmenti e terre naturali, usando come legante il tuorlo d’uovo e come antibatterico l’aceto di vino, adottando la tecnica detta “a pozzanghera”, perché l’immagine è una preghiera che “si scrive, e si scrive con una lacrima”: si lascia cadere il colore dal pennello, senza trascinarlo, e si aspetta che la materia venga assorbita dal gesso, del quale diventerà parte indissolubile. Lo strato successivo verrà applicato soltanto quando la superficie sarà perfettamente asciutta. Questa procedura non permette di creare sfumature, ma soltanto zone di ombra e di luce.
Lo spessore dell’incorniciatura cinquecentesca del Crocifisso originale era arricchito da una decorazione oggi quasi completamente perduta, tuttavia, previa approvazione dell’Ufficio Diocesano, si é scelto di completare l’opera dipingendo una bordura in armonia con l’insieme.
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Come citare questo articolo
Luciano Scarpante. “La chiesa di Taglio di Po”. Ventaglio Novanta, n. 56, 2018. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-chiesa-di-taglio-di-po/