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STORIA - TRADIZIONI

Pellegrinaggi e antichi percorsi di fede

Ampolle, tavolette votive e medaglie erano conservate come “caparra” della vita eterna

di Giuliano Marangon

Ventaglio Novanta n. 57 2018 pp. 58–59

In questa rivista abbiamo ospitato più di una volta proposte di itinerari legati alla fede, oggi riscoperti anche sotto il profilo di un incentivo alla valorizzazione del territorio dal punto di vista turistico.

Recentemente a Chioggia è stato dato alle stampe il volume “Antiche insegne di pellegrini nel territorio clodiense”. Come è noto il delta polesano fa parte della Diocesi di Chioggia, per cui alcuni di questi itinerari interessano direttamente la stessa Diocesi. Di qui la richiesta a mons. Marangon, coautore della pubblicazione, di un intervento sul Ventaglio, che egli ha accolto di buon grado.

I percorsi dei pellegrini del nord-est, attraverso il nostro territorio, avevano in Venezia un punto di riferimento molto significativo. Venezia era capolinea dei viaggi verso la Terrasanta. Possedeva l’arsenale più importante del Mediterraneo e le strutture di prevenzione contro i contagi (lazzaretti e luoghi di contumacia nelle isole, reti d’informatori segreti perfino nell’impero musulmano). Le tappe principali delle ‘navi pellegrine’ erano Venezia, l’Istria, Patrasso, Creta, Cipro, Giaffa, Gerusalemme: andata, sosta di tre settimane in Palestina, e ritorno in circa tre mesi.

Molto impegnativo era il pellegrinaggio Venezia-Roma, se fatto a piedi: i pellegrini, sfiorando Venezia da nord, percorrevano la gronda lagunare e da Chioggia s’inoltravano per la Via Romea, proseguendo lungo la tratta dei monasteri (S. Michele e S. Trinità in Brondolo, S. Michele all’Adige, S. Maria del Pilastro in Loreo, S. Basilio in Ariano, Pomposa, Ravenna), poi per la Via Flaminia fino a Fossombrone, Assisi, Roma. Più sbrigativa era la via anfibia: Venezia-Ancona (via mare), quindi Camerino-Spoleto-Roma (via terra).

Negli anni santi, i pellegrinaggi delle confraternite partivano direttamente da Chioggia per Roma. Questo l’itinerario seguito: Chioggia-Ancona (via mare), quindi a piedi Ancona-Roma, con sosta devozionale al santuario di Loreto.

C’erano pellegrini del nord-est che preferivano imbarcarsi a Venezia. Toccavano Chioggia, quindi da Brondolo per canali fluviali raggiungevano Loreo e il Po, passavano per Papozze e Guarda, raggiungevano Francolino, da dove in carrozza arrivavano a Ferrara; poi per le strade dell’Emilia e delle Marche, sostando talvolta a Loreto, proseguivano fino a Roma.

Anche Chioggia era, seppure in sottordine, meta di Pellegrinaggi: il 24 giugno 1508 era apparsa la Vergine (detta ‘Madonna della Navicella’ per le modalità dell’apparizione) sul lido di Sottomarina, su cui sorse un celebre santuario tra il 1511 e il 1529. Vi convenivano anche pellegrini d’oltralpe, e fu visitato pure da personaggi quali S. Carlo Borromeo (1579) e il beato Marco d’Aviano (1696).

Nell’area centrale del Polesine esistevano luoghi di ristoro per pellegrini ad Arquà, Costa, Fratta, Trecenta, Melara e Bergantino. Soprattutto, tra Padova e Ferrara, erano importanti le tappe di Arquà, Lendinara, Fratta, Polesella, Pontelagoscuro, Ferrara. Poi il cammino fino a Roma.

Varie strade – fluviali, terrestri, marittime – tutte orientate alle mete del cuore. Strade di fede e di rigenerazione interiore.

I pellegrinaggi alle tombe dei santi non entrano in nessun obbligo strettamente religioso: predominanti nel cristianesimo sono l’annuncio e l’accoglienza del Vangelo. Nel secondo secolo però, con l’infierire delle persecuzioni contro i cristiani, cominciò la prassi di onorare i martiri con speciale sepoltura e di celebrarne l’anniversario sulla tomba (Dies natalis).

La libertà religiosa concessa da Costantino (313) facilitò e incrementò la devozione alle tombe dei martiri. Costantino stesso fece costruire basiliche sul luogo della sepoltura di Cristo a Gerusalemme, e a Betlemme sul luogo della natività. Così si venne affermando nella cristianità il pellegrinaggio alla “Terra Santa”, pratica protrattasi anche dopo il VII secolo nonostante l’occupazione musulmana.

Dal canto suo, Roma aveva la fama di essere la “Città eterna”: qui c’era la cattedra di Pietro (la sedia vuota, come il sepolcro vuoto); qui risiedeva il successore di Pietro; qui si trovavano pure le tombe degli apostoli Pietro e Paolo. Anche Roma perciò divenne ben presto meta di pellegrinaggi.

Dal IX secolo a Compostela in Galizia si affermò il pellegrinaggio alla tomba dell’apostolo Giacomo, considerato come patrono nella riconquista del territorio iberico contro l’Islam invasore.

Dalla fine del sec. X il pellegrinaggio si contaminò con le Crociate per la liberazione della Terrasanta dall’occupazione islamica: alle forze militari cristiane si affiancavano i pellegrini della fede.

Nel tardo Medioevo si venne affermando la devozione pure alle tombe dei santi Francesco d’Assisi, Antonio di Padova, Marco in Venezia, alla santa Casa a Loreto, ecc. Al pellegrinaggio era associata la remissione dei peccati e la rigenerazione della vita spirituale.

Da questi e da altri luoghi del soprannaturale i pellegrini portavano a casa qualche ricordo della loro esperienza religiosa: l’insegna o immagine era prova della meta raggiunta, ed era considerata protezione del fedele. Perciò quadrangole, ampolle, tavolette votive, medaglie restavano come segno dell’esaudimento della preghiera, ed erano conservate come caparra di vita eterna.

Tuttavia, oltre le fatiche fisiche e i rischi che comportava allora un pellegrinaggio – intemperie, malattie, briganti…-, i pellegrini dovevano superare anche i pregiudizi legati alle varie temperie culturali nei confronti della religione e dei pellegrinaggi, soprattutto a partire dal Cinquecento.

Secondo i protestanti (sec. XVI) gli oggetti ricordati sopra costituivano un ritorno alle magiche idolatrie del paganesimo, perciò da condannare, come anche reliquie, scapolari e indulgenze.

L’Illuminismo (sec. XVIII) ritenne questi oggetti privi di senso, perché sembravano esulare dal vaglio dell’intelligenza, come anche i pellegrinaggi. Allora la cultura esaltava la Ragione di là di ogni valore maturato nella storia e contro ogni valore di trascendenza.

Nella rivoluzione francese i ‘sanculotti’ raggiunsero gli eccessi, saccheggiando chiese, rubando campane, bruciando immagini del papa, e dei loro Re, quadri dei santi, reliquie, gonfaloni.

Con la rimonta dello Storicismo ottocentesco crebbero le difficoltà: sembrava si dovessero tenere solo le cose storicamente dimostrabili; perciò la Casa di Loreto, l’autenticità delle reliquie, gli scapolari del Carmine… apparivano cose tutte da ridiscutere. Nacquero la Storia delle Religioni e l’Etno-grafia. Poco interessavano i postulati del dogma; la storia di Gesù sarebbe stata tutta da riscrivere, come da rivedere l’ispirazione della Bibbia e così via.

Nel Novecento il Modernismo, lo studio delle Culture primitive, la Psicologia del profondo allungarono altre ombre sulla pietà popolare.

Se però da una parte cresceva il sospetto, dall’altra s’imponeva l’esigenza di verifica e di autenticità. L’assise del Concilio Vaticano II (1962-65), ha richiamato la ‘centralità di Cristo’ nella storia della salvezza e la ‘sua unica mediazione’, ma ha ridonato respiro anche alla pietà popolare e ai suoi segni, da subordinare ovviamente al dogma e da purificare dall’eccesso di folklore e dalle forme lesive alla dignità della persona (quali le autoflagellazioni).

L’attuale clima culturale con il turismo di massa ha in pratica mimetizzato i segni esterni del pellegrino, non però la fede che ne resta l’anima.

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Come citare questo articolo

Giuliano Marangon. “Pellegrinaggi e antichi percorsi di fede”. Ventaglio Novanta, n. 57, 2018. https://ventaglionovanta.it/archivio/pellegrinaggi-e-antichi-percorsi-di-fede/

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