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La Tomba della Biga

Presso il Museo Nazionale Archeologico di Adria, continua ad accendere interesse e curiosità il maxi-reperto rinvenuto 80 anni fa

di Lino Segantin

Ventaglio Novanta n. 58 2019 pp. 40–41

Ottant’anni fa, nel 1938, durante i lavori di scavo del nuovo Canalbianco, tra lo stupore generale, veniva alla luce ad Adria, il grande reperto archeologico, ben presto denominato “Tomba della Biga”. Un ritrovamento davvero eccezionale, sia per le dimensioni che per la particolarità, che – in una idonea collocazione presso il Museo Archeologico Nazionale di Adria – continua a destare attenzione e curiosità.

Una ridda di ipotesi si accese fin da subito sull’inaspettato rinvenimento, attuato nel corso dei lavori volti a migliorare la navigabilità del corso d’acqua. Tra i tentativi di spiegazione più singolari e fantasiosi, va senz’altro segnalato quello legato ad una leggenda, tramandata da tempi immemorabili, che parla del mitico re Adriano (quello che avrebbe dato vita ad Adria) il quale col suo cocchio d’oro si sarebbe perduto nel pelago d’acque che circondavano la città.

Ma, ovviamente, gli archeologi si orientarono verso ipotesi più realistiche, volgendo l’attenzione verso le antiche popolazioni dimoranti nella zona. In ogni caso, prima di giungere a stabilire un riferimento storico credibile, è stato innanzitutto evidenziato come il grande reperto si articoli in due sottoinsiemi:

– il primo costituito dagli scheletri di due cavalli appaiati, adagiati sui fianchi in posizione contrapposta e con le zampe rannicchiate. Destrieri bardati con morsi di ferro e tre grandi anelli, nonché briglie di bronzo con anima deperibile;

– il secondo caratterizzato dallo scheletro di un terzo cavallo, bardato con un morso di bronzo, coricato sul fianco destro con le zampe distese sopra l’assale di ferro di un carro; una “biga”, di cui si conservavano i cerchioni di ferro delle due ruote ed i relativi coprimozzi di bronzo.

Come detto, l’eccezionale ritrovamento fu subito battezzato “Tomba della Biga” e così è tuttora identificato, anche se della tomba manca l’elemento più importante, ovvero il defunto. Una deposizione di ben tre cavalli con tanto di bardature e cocchio, presuppone un sacrificio in onore di un personaggio di alto rango, che però non si rinvenne nelle vicinanze, malgrado all’epoca della scoperta fossero state effettuate approfondite ricerche. Questo aprì una serie d’interrogativi circa il destinatario di tanti onori.

Un personaggio celta? O un veneto antico, distintosi in battaglia o in competizioni equestri? Oppure un lucumone etrusco sepolto al tempo in cui Adria si trovava sotto l’influenza della intraprendente popolazione tirrenica? Mistero.

Dall’esame del Giornale di Scavo, risulta che nelle vicinanze fu identificata una modesta sepoltura destinata ad un fanciullo (identificabile come tale per la presenza di conchiglie della specie glycimeris glycimeris) caratterizzata dalla presenza di un torques a nodi di doppio filo di bronzo ritorto di tradizione celtica.

Nel corso delle indagini, dalle quali si sperava di ricavare elementi che aiutassero l'interpretazione della tomba, sono state poi recuperate poche parti della bardatura di ferro dei due cavalli accoppiati e una punta di lancia, anch'essa di ferro, di foggia celtica.

Dobbiamo allora pensare che il destinatario di tale tomba sia stato un guerriero celtico?

E’ probabile, anche se, per la verità, gli archeologi lasciano il giudizio sospeso, in quanto la Tomba della Biga comprende – a detta degli esperti – elementi caratteristici di due culture differenti: la sepoltura dei cavalli rimanda a quella veneta, mentre il carro a quella celtica. Ciò che è stato accertato è che le bardature, soprattutto quelle di bronzo del cavallo da sella – databili alla prima metà del III sec.a.C. – avevano in quell'epoca una vasta diffusione in Italia, specie nella zona veneta.

L'arma rinvenuta, fatto rarissimo ad Adria, concorda con la natura del carro, che in realtà non è una biga bensì un currus, cioè un carro da guerra di modello celtico. In definitiva sembrerebbe che la sepoltura fosse destinata ad un giovanissimo guerriero di stirpe aristocratica, celtico ma inserito nella società etrusca di allora.

Lo studio paleozoologico dei cavalli ha poi messo in luce la notevole grandezza degli animali: quelli appaiati (un giovane maschio ed una giovane femmina) erano di razza sicuramente veneta; quello disteso sul carro uno stallone di 7-8 anni di età. Quest'ultimo – probabilmente il più grande cavallo di epoca preromana finora rinvenuto nell’Europa occidentale – è di proporzioni notevoli, tali da giustificare l'ipotesi che si trattasse di uno speciale destriero direttamente importato dalla zona dell'Altaj tra Russia e Kazakhistan.

Al tempo dell'eccezionale scoperta, al sorprendente rinvenimento furono dedicate tutte le attenzioni del caso, a partire dal problema di come provvedere al suo recupero integrale. Le precarie condizioni di conservazione della tomba sconsigliavano infatti uno smontaggio pezzo per pezzo.

Il grande reperto fu allora diviso in due blocchi, trasportati dallo scavo al Museo Civico allora ospitato a Palazzo Cordella, dove la tomba rimase fino al 1961, quando fu trasferita nel nuovo Museo Archeologico. E qui, da alcuni anni, dopo l’ampliamento dell’edificio museale, si è proceduto al restauro e a un allestimento dell’eccezionale reperto, tale da permettere una visione complessiva dall’alto e una frontale ravvicinata al piano terra, corredato da disegni alle pareti, con scene che richiamano all’ipotesi del sacrificio in onore del giovane guerriero celta.

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Come citare questo articolo

Lino Segantin. “La Tomba della Biga”. Ventaglio Novanta, n. 58, 2019. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-tomba-della-biga/

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