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PERSONAGGI ILLUSTRI

E. Ferdinando Palmieri (1904-1968)

Fu un poeta di rottura, che trovò ispirazione nella concretezza della realtà, rinunciando a visioni oleografiche ed idilliache del Polesine

di Claudio Garbato

Ventaglio Novanta n. 58 2019 pp. 70–78

Cinquant’anni fa, il 26 novembre 1968, cessava di vivere – a Bologna dove aveva trascorso parte della sua vita ed in particolare gli ultimi anni – Eugenio Ferdinando Palmieri, personaggio di rilevo nell’ambito della cultura del Novecento. Stimato a livello nazionale soprattutto come critico teatrale e cinematografico, Nando (come familiarmente veniva chiamato) ha lasciato una importante traccia del suo operato proprio in Polesine dove ha vissuto gli anni fecondi della sua gioventù e verso cui non ha mai smesso di guardare. Tanto da essere annoverato – assieme a Gino Piva e Livio Rizzi – nell’ambito del “terzetto” di poeti che hanno caratterizzato la poesia del Polesine della prima metà del secolo scorso.

Sulla breve stagione poetica di Eugenio Ferdinando Palmieri, hanno scritto acutamente studiosi e critici illustri, cogliendone gli aspetti innovativi, nonché le connessioni e gli echi profondi, fino a individuare le relazioni con certa poesia francese fine ottocento e primo novecento (Jules Laforgue, Max Jacob etc.).

Per queste ragioni, ho privilegiato la lettura diretta di passi scelti della sua lirica, convinto di poter ricavare da tale esperienza elementi utili a conoscere la poetica e la formazione.

Si potrà cogliere la natura colta dell’avventura poetica di Palmieri, impegnato ad affermare un intento di rottura col gusto idilliaco allora in voga nel Veneto. Lo registra esplicitamente l’Avvertenza dell’autore”, premessa alla pubblicazione dell’opera poetica, riprodotta nella versione postuma del 1989, Marsilio Editore: “…credo di poter affermare d’aver dato alla poesia in dialetto veneto le prime opere di rottura col gusto allora dominante in quel 1931-1934… già rifiutato da Piva… e svincolato pertanto sia dalla maniera veneziana dei successori di Attilio Sarfatti e di Riccardo Selvatico, sia dalla maniera degli imitatori idilliaci, e non soltanto veronesi, di Berto Barbarani…”.

Una dichiarazione che rifiuta dunque tanto il formalismo aggraziato di origine settecentesca quanto il gusto crepuscolare venato di sensualità di certa lirica di maniera. Non a caso, sempre nell’“Avvertenza”, Palmieri rivendica un’ispirazione di forte impatto realistico: “…apparvi con dei testi dall’ispirazione acerbamente realistica, o liberamente immaginosa, o d’origine, perché no?, scopertamente letteraria, e dalla scrittura non insensibile alle avventurose esperienze stilistiche fuori dell’area vernacola… mi inserii con un realismo insolitamente crudele…”.

Fatta questa premessa, collegata con il chiaro messaggio introduttivo dell’autore, credo che si possa dire, semplificando le citazioni d’apertura, che Eugenio Ferdinando Palmieri ha inteso conferire ai suoi testi un carattere di forte concretezza, non solo paesaggistica e topografica, ma anche umana e figurativa.

Bando, insomma, alle rime dolci e carine sulle scene oleografiche della natura polesana o gli amori gentili sullo sfondo di un boschetto traversato da un rivo di acque trasparenti. Il paesaggio della poesia di Palmieri è ben altro: terra di alluvioni e di povertà, case di canna, ponti di chiatte, nebbia fitta su campagne e perfino piazze cittadine.

L’impegno di lettura sarà pertanto diretto a mettere in luce tutto ciò che forma l’anima lirica dell’autore, ricomponendo in una’ampia e documentata analisi i richiami all’antica e mai dimenticata Rovigo, ai poeti che hanno animato il vero Polesine, ai tipi davvero originali che lo popolavano.

La forza del messaggio potrà essere ancor più apprezzata leggendo e rileggendo i testi a voce alta, mettendosi in ideale sintonia con l’autore che, grazie al fraseggio confidenziale e all’innata capacità comunicativa, sa parlare al lettore, ma anche a chi ascolta.

Quanto alla lingua, che Palmieri ha imparato abitando a Rovigo fin dagli anni dell’adolescenza e della giovinezza, l’analisi sarà ancora più attenta, perché lo strumento espressivo, da sempre, com’è stato rilevato, l’autore se lo forgia da sé, senza farsi schiavo di mode e tradizioni.

Testi e commenti

MI VEDO NA ROVIGO PICOLETA

Mi vedo ‘na Rovigo picoleta, distante, ‘na Rovigo fata in casa come’l pan ne la mèsa benedeta. El sole stamatina l’è ‘na brasa che sguissa, che se smorza. Gh’è fumara, i vende le patate americane, i cògoli xe bianchi de sisara, la bugà no sbandiera da le altane. “Le roste calde!”-ciga i frutaroi soto i pòrteghi bassi del Cogheto; do schei de roste se màstega i fioi, o i crompa co’ do schei un scartosseto de mentine. Mi vedo Rovigheto ne l’Undese, nel Dòdese. De sfroso me ciucio le mentine del Cogheto, e spanisse le rose sul me troso. Paesagio serà ne la soasa del me povaro cuore. Torna i noni, i se inchina i se còcola i se snasa, i leze i versi de Argia Castiglioni, onore del Polesine. Xe scuro e i ferali se impissa a pena a pena. Sul Liston no gh’è un’anema. La gente in tinelo se spàpola la cena, se gode la so chiete. No se sente tampelare. Tinelo rovigoto del mezzogiorno e de la cena… In pase ne la cità del sindaco Bernini se fadiga e se magna. O vecie case, o fogolari lustri… Pan biscoto, bìgoli in salsa, risi co’ le tripe, polenta infasolà, le pinse, un goto de quel negro nostran; e da le pipe vien su falive. Quadro de maniera: i sùgoli i bagigi la nevara, i morti che ga fredo sototera, i vivi che respira la fumara e buta fora scàpari de sangue, la fiera a la Madona del Stradon, giostre casoti romanele polche, pronto Tacheti, pronto col liron. Gero alora toseto: mi zogavo a balete a ciocheta a scondarola, “Anda betanda” alora mi cantavo e rumegavo i compiti de scuola. Me ricordo sta gente come in sogno, come in sogno ricordo ste contrà, le grame case me ricordo in sogno, Marcioro col tamburo taconà, i fossi, i broli, i comarò sui ponti, le comedie e le òpare al Sociale -Fernanda, I Puritani…-, gh’è ‘na Crose ne le ostarie davanti a l’Ospedale. L’è ‘na Rovigo picoleta… Strasse de la memoria! E te volevo ben, Amelia Cavazzana-terza classe, mestra Garbato-, e te volevo ben.

Quando scrive le sue liriche, (anni 1930-35), Palmieri da qualche anno vive e lavora a Bologna, presso la Redazione del Resto del Carlino. Una distanza, rimarcata più volte, non solo spaziale, ma anche temporale, perché la poesia ritrae una realtà fissata e radicata nella memoria di fanciullo e giovanottino trapiantato in Polesine da Vicenza, risalente in questo caso agli anni 1911-12.

Di questa realtà polesana, che ha come centro “Rovigheto”, una comunità familiare prima che una città di provincia, il poeta riporta ambienti e personaggi, disegnando un quadro animato e realistico, con le piazze e le strade, gli usi e i costumi di vita, le case e le osterie.

L’immagine cittadina si staglia in apertura con la sua propria identità, quella di una “Rovigo fata in casa”, immersa nella nebbia della stagione a lei più consona: l’autunno. Il sole è una brace ormai senza calore, e più che le immagini, si sentono i suoni, le voci, in un’animazione da piccolo mercato, scandito dalle grida dei venditori di caldarroste.

Nugoli di bimbi e giovanotti popolano le strade e, come d’incanto, riaffiorano dalla memoria i “porteghi bassi del Cogheto”. Via via che, trascorse le poche ore di luce, scendono le ombre della sera, appena illuminata dalle fioche luci dei “ferali” (i fanali ad olio), cala il silenzio sul Liston ormai deserto, mentre nel “tinelo” delle vecie case, la gente “se spapola la cena”.

Dentro la “soasa del me povaro cuore”, il quadro riporta anche i dettagli più minuti dei cibi polesani: il pan biscoto, la polenta infasolà, le pinze, un goto de quel negro nostran. E’ la realtà viva delle ostarìe, dove si ritrovano gli amanti del vino e della buona cucina. “Un quadro de maniera”, commenta l’autore, appena turbato dal pensiero dei “morti che ga fredo sototera”, mentre i vivi “respira la fumara” e “buta fora scàpari de sangue”.

L’intermezzo di termini forti e realistici pare un pugno nello stomaco: la morte incombe sulla nostra vita, anche nell’età della fanciullezza, quando la scoperta ci lascia un fondo di amarezza che non verrà mai meno. Ma basta un attimo, in questi versi in rima, perché torni l’allegria, con un trapasso rapido alla fiera che riempie di gente lo “Stradòn de la Madona”, vicino alla Rotonda, con il ricordo vivo delle polche e del liròn che fa da sottofondo alla festa.

Palmieri si rivede “toseto”, felice del sogno delle antiche “contrà”, in mezzo “ai fossi, i broli, i comarò dei ponti”, che sono i crocevia della città rurale, con la sua stagione teatrale e le ostarìe davanti a l’Ospedale.

OSTARIE

O Gino Piva ‘ndemo a l’ostaria. Andemo a la Campana: risi e tripe, bìgoli in salsa. Andemo in compagnia de Ciarastela. Brusa ne le pipe, pipe ciozote che ne scalda e infùmega, un tabaco che spussa, e a Ciarastela el ghe fa spira. Pignate che rùmega, in ostaria, polenta e coradela.

Vecie taverne de la me cità per strade sconte o in riva a l’Adeseto, col zogo de le boce impergolà de suche, ve bateza un feraleto ne l’insegna. Tovaie de bugada, ma’l candore stasera l’è ‘na macia, un gato che se spùlega e me sbacia, sui piati gh’è ‘na storia impiturada.

Taverne alegre de la me Rovigo -slùsega rami dondola caene s-cioca fassine-adesso che ‘l caligo me se destira, e ‘l sponze, ne le vene, mi ve ricordo, adesso che l’autuno sponze i ricordi. Nel negro canton de le fole fruade a uno a uno gh’è i nomi che se impissa… El Canevon, pasta e fasoi da sbrodolarme ‘l muso ‘na serva da palparghe le culate e butar via contento le giornate, la Batistona per serarme suso e negare ‘l mustasso in una secia e bevi che te bevi son spionzà, l’Amabile, salata e vovi in tecia, da Nane, scopetoni e bacalà, da Puci, un batalion de taiadele coi rovinassi, al Sole, pei vilani co xe marcà, plotoni de scodele piene de supa (vardali sti cani: aqua sporca e pan moro che i strangossa), i tordi me li sludro al Maressialo, le rane pescà su co’ la negossa i le spadela da Guerino al Galo.

O Gino Piva ‘ndemo da Caucio sul stradon che ne mena al camposanto. In cusina sentèmose. Me ciucio pinze de boio e un litro de quel bianco.

Andemo da Caucio in mezo ai orti E spetemo che l’ombra ne intabara. Avemaria. I morti, i nostri morti, pan tesando i des-cioda la so bara, i vien fora, i camina, no i se lagna, scarsi de polpe devastà nel viso (in Cielo se capisse che no i magna, gh’è miseria, se vede, in Paradiso), no i ga nastri d’arzento, no i ga ori che svampa su le màneghe, i è grami. A l’ostaria gh’è un goto anca par lori za pronto. I riva chieti, senza drami.

Libera uscita da la busa. Dopo I se sprofonda ancora drentotera sognando ‘na putela, un canevaro, ‘na domenega in piazza, ‘na bandiera. Libera uscita per un’ora, intanto. Slongo le recie e slongo i oci, snaso quel so profumo, l’è de calicanto, ghe buto el cuore al colo e me li baso, povari morti zali e scalcagnà. Mi digo che i ga fame. Co’ la crisi, in Cielo no i parecia el bacalà, no i rostisse i polastri, gnente bisi.

Povari morti, mi ve invito tuti. Andemo a la Campana e dal Sison -tarine sgionfe de bìgoli suti- andemo a la Fontana e al Canevon. Andemo con i noni e con i fioi, eco el tabaco da impenir le pipe, ronfa paroli sgionfi de fasoi, o morti rovigoti; ogi tripe.

Il mondo delle “ostarìe” costituisce l’anima palpitante della vecchia città, che si ritrova, dentro e fuori le mura, lungo l’Adesèto e nella campagna circostante, a tavola o vicino a un campo di bocce, appendice di una delle tante trattorie. I nomi durano il tempo della memoria dei più vecchi e, con i mutamenti edilizi e la scomparsa delle famiglie titolari, sono destinati a loro volta all’oblio.

La lirica si apre proprio in un interno d’osteria, alla “Campana”, dove il poeta immagina di stare assieme a Gino Piva e Ciarastela, “la donna dell’arte di Piva”. Il menu è una lista di piatti tipici: “risi e tripe”, “bìgoli in salsa”; in sottofondo, i rumori della cucina e, nell’aria, un fumo asfissiante e puzzolente di pipa ciozota. La modestia dell’arredo e dell’apparecchiatura non inganni: c’è l’ospitalità, l’allegria, e non importa che, a sera, tovaglie e piatti disegnino macchie colorate e “na storia impiturada”. E’ proprio questo che ama Palmieri, che mette in rima quartine di endecasillabi di straordinaria incisività: “…taverne alegre de la me Rovigo/ slùsega rami dondola caene/ s-cioca fassine-adesso che’ caligo/ me se destira, e ‘l sponze, ne le vene,/ mi ve ricordo…/ …nel negro canton/ de le fole fruade a uno a uno/ gh’è i nomi che se impissa… El Canevon…”.

Nella versione del ’50, al posto dell’espressione verbale “mi ve ricordo”, figura il verso “mi ve penso”. Il verbo “pensare” ha una connotazione sicuramente più intensa, accresciuta dall’inciso in parentesi (“xe la fumara el sangue de l’autuno”). Il pensiero rivolto agli interni d’osteria si lega qui intimamente a un’atmosfera, quella dell’autunno e delle sue nebbie, un paesaggio tipico, quasi interno all’anima.

Nel rimpianto, per nulla melanconico, di una stagione di vita destinata al granaio dei ricordi, si coglie l’anima di Gino Piva, il modello dell’autentica poesia polesana (“Vecia cità de la me vecia zente/con l’Adeseto che te taja in parte…”). Palmieri cerca il pretesto di ripercorrere le antiche strade, lungo la traccia delle ostarìe, che erano tante un tempo e portavano sull’insegna i nomi dei vecchi titolari (Caucio, Puci, Merlo, Guerino, Nane) o immagini di vita e di tradizione (“Il sole”, “Dal maressialo”). Una nota, presente nell’edizione del ’66, precisa che delle tante osterie citate, ne erano rimaste soltanto tre. Erano anche scomparsi i curiosi cartelli con i “piatti del giorno”, annunciati in dialetto, con i tratti a gesso o penna, e “l’Adigetto, ramo millenario dell’Adige” era sparito insieme con i suoi ponti.

Una delle ultime osterie sopravvissute, racconta l’autore, si trovava “in mezo ai orti sul stradòn che mena al Camposanto”. Il poeta la ricorda con un filo di nostalgia, mescolando da par suo l’amore per i tanti che non ci sono più con il gusto della beffa proprio del “Remengo”, il personaggio nel quale spesso si cala, alternando visioni surreali a sentimenti di sincera umanità. I morti, s’immagina il Nostro, “i nostri morti”, “pantesando” (ansando), si schiodano dalla bara e riprendono a camminare, lievi, spettrali nella loro magrezza, poveri e spogli. “in cielo se capisse che no ‘i magna, gh’è miseria… in Paradiso” – ride beffardamente il poeta. Ma c’è un po’ di vino anche per loro, da Caucio. C’è tempo per tornare sottoterra (libera uscita da la busa).

Questo affresco di umanità, con l’invito a bere ai “pòvari morti zali e scalcagnà” ricorda tanto il “Sogno su l’ara” di Livio Rizzi, dedicato alla “poara gente”, ai tanti “pòari grami” che il poeta dei fiori vuole alla sua mensa in campagna. Un “fil rouge” percorre la lirica dei tre grandi poeti polesani: la gioia di vivere, l’amore per la propria città e la propria gente, anche dopo la scomparsa. Il finale toglie il fiato: per i “morti rovigoti”, “ogi tripe”.

Questa vena lirica, in parte ispirata dalla nostalgia e dall’attaccamento all’ambiente dell’adolescenza e della giovinezza, in parte animata da uno spirito beffardo e allegro che infonde vitalità e sangue ai versi, connota tante altre poesie dedicate alla natura polesana e agli amici.

POLESINE

El sèlese l’è un stagno de fumara. Tisi e pelagra. Avanti. Nu spuemo i polmoni. L’autuno ne intabara e ne incaena. Ostiando respiremo aria de fango. Soto la grondara se desfa i nidi. Nu se scavessemo. Le piere pianze un pianto de sisara, drento un sono de morte sprofondemo.

O vilanassi, ma co brusa giugno e un’esplosion de spighe xe le biolche e i fiumi no scavala ne le rote, semo ancora nualtri e ghemo in pugno el mondo. Semo nu co’ pale e forche, imbriaghi de sole giorno e note.

Il Polesine non è soltanto il mondo dei ricordi, del vissuto ardente e giocoso. E’ anche un ambiente di vita poco ospitale, sprofondato nella nebbia e nella palude.

Qui Palmieri si cala nell’animo di uno dei tanti “vilanassi”, condannato a vivere in uno “stagno de fumara”. L’aria di palude aggrava il respiro e, intorno, il paesaggio autunnale è “un pianto de sisara”, (lacrime di brina), un’anticamera di morte. Ai suoi abitanti, non resta che aspettare giugno con la sua esplosione di spighe e l’illusione di sopravvivere felici alle periodiche inondazioni e alle carestie e miserie, contro le quali si lavora “imbriaghi de sole giorno e note”. Annota, l’autore, che “in questa mia terra…le nebbie son dense, le donne pallide e gli uomini magri”.

SERA DE ROVIGO

Una sera lontana de dicembre.

El cinema scominzia a le dicioto (gh’è Tempeste d’amore con Soava Galone. Varda un monsignor del domo le figure a colori de l’afisc. Su le tori se giazza le cornacie. Quel che vende i maroni soto ‘l pòrtego del Municipio. I soldà che vien fora da la Caserma Apioti-scarpe lustre e mantelina (i xe in libera uscita). A do a do sul Ponte de la Roda torna i seminaristi in seminario (xe terminà la breve passeggiata de tut’i giorni). L’omnibus de piazza el porta a la stazion qualcun che deve ciapar la corsa-l’ultima-per Cioza. La Tomasina scherza co’ la trupa al Volton de San Bortolo. Campane. Pochi i ferali. Cielo nuvolà. Zuliato el ga in vetrina de le pue (xe in viagio la Befana) e de le giostre. L’omo dei pomi coti. Biciclete. Semo toseti, e che a sto mondo mora anca i toseti no credemo afato.

Una sera lontana, qua in cità.

La realtà di piccola e modesta città di provincia, quasi più un paesotto che un capoluogo, ha il fascino del mondo che non cambia, delle conversazioni confidenziali, delle facce note che traversano strade e piazze: il monsignore del Duomo, il venditore di maroni “soto el portego del Municipio”, i gruppi di soldati in libera uscita dalla Caserma “Appiotti”, i seminaristi in passeggiata sul Ponte della Roda, l’omnibus che porta alla stazione, le chiacchiere della Tomasina con la truppa al “Volton de San Bortolo, il suono delle campane, le vetrine con “le pue” (le bambole), il cielo con le nuvole, il venditore di pomi coti, le biciclette: un mondo che non muore.

DISTANTE

Mi che son un fiolo lontan, un porocan desperso, mi me ricordo de ti, Rovigheto, co la sera scominzia a infumegare la piera. No so dirte ‘l perché, ma la vose del to campanon mi no la sento che co riva le ombre. Eco: me trovo drento, co se fa scuro, l’odore dei to pòrteghi e ‘l sciale verdemacià de l’Adeseto. Devento ti, Rovigheto, devento la me cità.

No i capisse che son un toco de cielo. No i vede che su le me spale ghe xe ‘l Castelo. Duri de suca, orbi de cuore. Gente, son un castelo che camina, ‘na vecia tore che se strassina.

Putele, son ‘na piazza netà da l’aria de marzo. Marzo, spassin de la primavera. Son un balcon che se vèrze, un balcon che se sera.

L’è proprio un bel fato. Me trovo drento, co’l giorno se stua, la Rovigheto del me tempo tosato. Me trovo drento, fola folò, un sentimento caldo de boio come le pinze de San Martin, le pinze sgionfe che no comprarò siben la voia la voia sia tanta-son sempre in boleta, son senza tacuin (ma l’anema dise: “No starghe a badare”; ma l’anema canta).

No i capisse che son el silenzio d’un viale. Duri de suca, orbi de cuore. Gente, son la fumara. Morose, son la domenega sul ponte de la Boara.

Co la sera scominzia a infumegare la piera, mi me ricordo de ti, Rovigheto, e dei orti de San Bortolo.

Son l’Autuno che parecìa le roste per i povari morti.

Lontano dalla città nella quale è cresciuto, il poeta ne avverte ancor più l’attaccamento affettuoso, la voce familiare, il colore grigio e fumoso, perfino gli odori e i suoni. “El porocan desperso” si sente tutt’uno con il mondo di allora, il “Castelo”, la gente, le torri, l’aria che dopo l’interminabile inverno riacquista la freschezza della primavera.

Il ricordo, venato di nostalgia e, insieme, di immagini forti (“el silenzio d’un viale”, “i duri de suca e orbi de cuore” che non capiscono l’amore delle origini) fiorisce proprio quando la stagione declina nell’autunno che spoglia la natura. “Co la sera scominzia a infumegare la piera, mi me ricordo de ti, Rovigheto, e dei orti de San Bortolo.”

VERSI A LIVIO

Livio, le nostre cene con Giacomo con Aldo con tuta la tribù, magnade rovigote ne le gargate lustre de tecie e de ricordi, che fame la tribù, e po’ le cante alegre, le cante e le speranze, Guido che recitava “Je fait souvent ce reve”, o Livio che belezza la nostra gioventù.

Al Ponte de la Roda s-ciumava l’Adeseto.

Credèvimo credèvimo ancora ne la gente, ne impressionava ancora i citadini austeri, che smanegà de semplici, o Livio, la tribù, i cuori se fidava de Irma de l’Antonia de la Nori de l’Orsola, busiare maledete ma ostrega che tete, nessun se imaginava ‘na vita cussì aspra un mondo cussì torbio, o nostra gioventù. E Guido declamava co’ l’ere che raspava: “Je sais que tu es pauvre, tes robes sont modestes, mais tu es plus jolie que les autres…”.

Livio, le nostre pagine de artisti principianti, le nostre fantasie burlà da le congiure de Marco de Venanzio de tuta la tribù, le to liriche in lengua, rèfoli de colore, le me comedie strambe per l’Albertina in fiore, a Boara su l’àrzare spetàvimo l’aurora, ne la chiete del “Lodi” parlàvimo parlàvimo le sere de fumara, cognac per la tribù, l’aprile de Rovigo soto ‘l cielo d’alora, le strade de Rovigo l’autuno de Rovigo e le tose le tose soto i cieli d’alora, o Livio che belezza la nostra gioventù.

Questa rapida rassegna non può trascurare una lirica dedicata a Livio Rizzi, grande protagonista della stagione poetica polesana. Palmieri rievoca le cene in compagnia de “tuta la tribù” con “le cante alegre”, le recite, Guido (Consigli) che declamava versi di Verlaine e Jammes in lingua francese, le burla, le speranze, le poesie in Italiano dell’amico, il paesaggio animato rodigino (“le tose le tose/ soto i cieli d’alora”).

Nel commentare il componimento scritto in memoria di Livio, scomparso a cinquantaquattro anni nel 1960, l’autore cita i due libri di versi in Lingua pubblicati prima di esordire come poeta dialettale: “Cantate” (Bologna 1924) e “L’arca delle malinconie” (Bologna 1927), coeve delle prime commedie scritte dal Nostro e rappresentate dalla compagnia di Albertina Bianchini, nel clima febbrile delle conversazioni letterarie al Caffè Lodi.

EL MATO PALMIERI

Eco el tipo. Mi son un ignorante un porocan che scrive cuore col q. Me piase i lumi co’ l’acetilene, i tosati che ciapa cinque più, la note racolante drento ‘l fosso, l’albeso dei boari sui fenili, el sol de giugno incamisà de rosso, le stele dei bengala che se perde, come pulsini, tra l’erba dei grili.

Braghesse taconà, scarsele vode, ‘na scaveiara in lota col barbiere, me piase i nidi rampegà a le tori, marzo dal vento su le vecie piere, le femene spavalde sora i ponti. Le armoniche me piase e le furlane, le romanele de l’april fiorito, i comarò che lava ne le altane, le panocie che insieme scartossemo, omeni e done, sul sèlese grando, el vin novo novente che bevemo in-te-le suche. Me vado sognando a oci verti la felicità. La gente dise: “Mato da ligare, pericoloso per la società”. Mi me ne impipo. Son un ignorante, un porocan che scrive cuor col q, e i me sogni me comoda, sti sogni impastissà da la me gioventù, queste fole folò nate de marzo, marzo dal vento, queste fantasie de àlbori e de fiumi. L’è descalzo el me verso vilan. Le strambarie le salta in cima ai piopi, le se ròdola su le golene, le fa da corteo a l’aprile fiorito… Gh’è ‘na lodola, nel me destin leziero, gh’è ‘na lodola imbriaga de cielo sfogonà. Dise la gente: “Mato d’un Palmieri, pericoloso a la comunità”.

Che i se rangia, mi bado a la putela. O nuvola remenga sul Stradon, penso ai làvari de la me morosa, quei làvari che mòrsego ogni sera co’ la me fame, o nuvola de rosa. Al scuro mi e la Nina se godemo. Rente un muro pitoco e in mezo al verde lucido d’un campeto se brinchemo, e lassa pure che i me ciama mato brigante vagabondo desparà, i xe rabiosi perché son beato e la vita me canto a cuor sbrego.

Quando Palmieri, nell’“Avvertenza dell’autore”, accenna a certo “ardore plebeo” e “western di sobborgo in brendoli” dei suoi testi, ci viene spontaneo ricollegare l’espressione ai tipi che mette in scena, con un gusto teatrale che già prefigura la sua straordinaria passione per le scene, i personaggi che si muovono sul palco, le quinte paesane e certa vitalità insieme popolare e canagliesca.

“El mato Palmieri” rende esplicita l’identificazione dell’autore con il tipo, una sorta di mattoide ignorante, sbrindellato, sempre a caccia di avventure, simile per certi versi a un “ruzante” pavano smargiasso e vigliacco, o anche al “Iazinto” del canto popolare in dialetto pavano, che fa la sua dichiarazione d’amore all’Anzoèta, col garofano rosso all’occhiello della giacca stracciona. (Xe qua Iazinto co’ el gaiofo in tèa tàcola del paetò…”). Diversamente da loro, “el mato Palmieri” rivendica la sua libertà e la sua scelta di vita, il proprio aspetto scapigliato e strambo, la passione per le “femene spavalde sora i ponti”, la gioia di sognare senza darsi pena dei commenti della gente. “…mi son un ignorante/un porocan che scrive cuor col q./…braghèsse taconà, scarsele vode,/ ’na scaveiara in lota col barbiere…” (fra i vari epiteti, figurava anche quello di “schincapène” nella versione originale: una sorta di autoirisione che rimarca la distanza dalle regole).

El mato si guarda fiero allo specchio, ama le donne, la musica, il ballo, corre a perdifiato per la campagna, non si cura delle dicerie altrui (“La gente dise: mato da ligare,/ pericoloso per la società./ Mi me ne impipo…”/): un “brigante vagabondo desparà”, dicono gli altri. “i xe rabiosi perché son beato” -risponde lui- “e la vita me canto a cuor sbrego”.

L’ultima cosa che conta è riferire questi versi alla vita reale dell’autore, che ha sì interrotto gli studi di scuola superiore, ma solo perché annoiato della loro astrattezza, lontani com’erano dalla vita vissuta. La sua attenzione e il suo interesse erano invece rivolti al Teatro, alla scrittura giornalistica e, lungo una intensa parentesi lirica, alla poesia in dialetto.

Proprio questa vena teatrale si esprime nella figura del “mato Palmieri” e in quella, più canagliesca e sregolata, del “Remengo”.

“Cavabrage e spacamusi/ copaoche e magnarane/ sgnacabasi e stropabusi,/ son Remengo, e che i se ciava…”

In un’altra lirica affine, “La banda”, l’autore annota che nella Rovigo della sua adolescenza vi erano strade, diremmo oggi, degradate e malfamate – Via delle Fosse per es. – nelle quali crescevano, prepotenti e irriverenti, ragazzi poco raccomandabili, dei “remenghi”.

Nonostante lo spunto realistico, la sostanza è la beffa, perché anche questi fanno parte del cast teatrale di “Rovigheto”, la piccola comunità nella quale recitano la parte di lazzaroni nemici della pulizia (“L’aqua ciara ne fa senso”), e temerari (“El demonio ne fa spira”). I soprannomi stessi hanno un’ispirazione teatrale, sono inventati da Palmieri. Nella già citata “Avvertenza” l’autore dice testualmente: “…Apparvi con la “mala”, una giovane “mala” di paese tra vera e inventata”.

Note conclusive

La diversità di accenti dei versi riportati – che da un lato seguono la via maestra della rievocazione di un mondo insieme lontano e vicino, dall’altro si incarnano nei tipi del “mato Palmieri” e del “Remengo” – non inganni: protagonista è sempre la “verve” di un autore che usa sapientemente registri diversi, l’abbandono alle memorie e il repertorio della commedia dell’arte, come suggerisce G. A. Cibotto nell’introduzione all’ultima edizione delle poesie. Di qui vengono i tipi e i personaggi spacconi, cui Palmieri presta battute e immagini accomodate alla piccola realtà provinciale.

Quanto al debito contratto dal Nostro con Gino Piva, riconosciuto maestro di poesia polesana, l’ammissione è sincera: “…senza fingere d’ignorare il debito che mi lega alle Cante d’Adese e Po di Gino Piva, credo di poter asserire d’aver dato alla poesia dialettale un mio sentimento in un mio paesaggio”. Parole confermate da un passo successivo dell’Avvertenza che così recita: “…al dialetto rodigino o rovigotto di Gino Piva e al dialetto con aperture rustiche del Dizionario italo-polesano di Pio Mazzucchi, devo arcaismi sapidi… un puntuale contributo al glossario (l’ho accresciuto) …Mazzucchi e Piva, cari, e indimenticabili maestri…”.

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Come citare questo articolo

Claudio Garbato. “E. Ferdinando Palmieri (1904-1968)”. Ventaglio Novanta, n. 58, 2019. https://ventaglionovanta.it/archivio/e-ferdinando-palmieri-1904-1968/

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