Era imprevisto e non appagante pensare ad un Natale da passare con la nonna, nel silenzio e nell’essenzialità di una piccolissima isola, piuttosto che tra la neve scintillante che da giorni ovattava Merano.
Avrei lasciato quell’elegante città, che avevo imparato ad apprezzare, addobbata con la raffinatezza che contraddistingue il Tirolo, per approdare in un’isoletta dove, se non c’erano bambini, magari non avrei visto neppure un albero di Natale. L’isola, nel periodo invernale, era praticamente disabitata; da quel che ricordavo i residenti stabili non superavano le trenta/trentacinque unità. Comunque non potevo non rispondere all’inusuale appello accorato della nonna: ero la sua unica parente in vita e quel “sento che sarà il mio ultimo Natale” aveva fatto crollare ogni mia resistenza iniziale.
Nonna Carmela aveva compiuto i 95 anni e viveva, ancora sola, in una casa tutta protesa verso il mare. Non c’era finestra che non ne godesse la tranquilla e invitante trasparenza, come l’urlante rabbia schiumosa che, nei giorni di burrasca, pareva potersi risucchiare ogni forma di vita.
Mi rassegnai ad uscire dalla piacevole spirale di corsa ai regali, brindisi e cene in programma; ottenni le ferie dalla clinica veterinaria in cui lavoravo come chirurgo, salutai i miei adorati pazienti e, il 22 dicembre, partii per Alicudi, affrontando un viaggio non semplice: automobile, treno, aereo, autobus, aliscafo, con le dita incrociate pregando che il mare mi consentisse l’arrivo e, cosa forse più preoccupante, il rientro al lavoro.
Abbracci festosi mi accolsero (sua maestà il mare era stato clemente) al porticciolo di quella piccolissima, quanto bella isola che, appena intravedevo, mi smoveva sempre emozioni indescrivibili.
La nonna mi attendeva sotto l’antico portico eoliano che dominava il porticciolo e, quando i nostri occhi si incrociarono, capii che avevo fatto bene a tornare, forse il suo appello non era stato esagerato. Era vecchia, e sola da quando anche mio padre e sua sorella erano morti in un tragico incidente. Il suo equilibrio, da allora, poggiava solo sulla solidità delle radici che la sua isola e la sua gente le avevano assicurato, oltre che sulla mia esistenza.
Il mare mi riconosceva sempre, lo sapevo con certezza, e quindi non mancai di assaporarlo, passeggiando sul bagnasciuga, ammirandone sempre stupefatta la limpidezza dai misteriosi fondali; era rigenerante passeggiare nel silenzio perfetto di una natura tanto incontaminata e generosa, in attesa della vigilia di Natale.
Il 24 sera mi vestii con curata semplicità: un abito blu di lana e un giro di perle, dono della nonna per i miei 30 anni, qualche goccia di profumo, i capelli raccolti. Ero pronta perché nonna mi mostrasse, con palese orgoglio, ai compaesani che sarebbero venuti ad omaggiarla come la più anziana della piccolissima comunità. Fu una composta processione di auguri, doni casalinghi e complimenti sinceri; alle 23.30 c’erano ormai tutti ad occupare casa e portico, e già pensavo con nostalgia ai miei amici che, serviti e riveriti, si stavano gustando una tipica cena di Natale tra scintillio di luci e calici sempre sollevati per il brindisi di turno.
D’improvviso, sempre più distinto, un suono flebile quanto inequivocabile, zittì tutti. Veniva dalla parte nord – ovest dell’isola, dove esisteva solo un allevamento di muli, asinelli e cavalli che, come nonna mi aveva raccontato felice, era diventato un’azienda molto florida da quando un esperto agronomo, erede del defunto proprietario – suo vecchio amico -, l’aveva acquisita. Lei insisteva nel dire che lo conoscevo pure: era stato un mio compagno di giochi, prima che ce ne partissimo entrambi per studiare al Nord. Non lo ricordavo affatto.
Mi affacciai dal portico, per osservare un tremolio di luci che percorreva la tortuosa mulattiera che scende fino alla spiaggia, proprio davanti alla nostra casa. Era l’arrivo delle ciaramelle, con il loro suono accorato, che sempre mi fa piangere.
Mentre le ciaramelle si avvicinavano, il mio animo se ne volò percorrendo il tempo a ritroso, fino ad una lontanissima vigilia di Natale quando, con mamma e papà, i nonni e la zia, correvamo felici incontro alle ciaramelle che scendevano lentamente dalla mulattiera, mentre l’aria profumata di salmastro e pregna di melodie struggenti, richiamava tutto il paese alla spiaggia.
Vigilia di Natale indimenticabile, tra il sospiro ansioso del mare, nella notte illuminata dalle stelle più grandi e luccicanti dell’Universo e la luna piena che vegliava la discesa delle ciaramelle nel loro impervio cammino. I pochi bambini, cantavano una vecchia nenia – “Neru, neru, lu ciaramiddaro quattru e cinqu allu pagghiaru, la ricotta senza seru… si la mancia lu pecuraru. Neru Neru, lu ciaramiddaru…” – seguendo i suonatori, fino al presepe allestito nel cavo di una piccola barca. E baci, abbracci augurali e poi a letto, in attesa che Babbo Natale raggiungesse anche quella piccola comunità sperduta in mezzo al mare, cullati dal sempre più flebile suono delle ciaramelle che, ormai stanche, risalivano la mulattiera.
Ora osservavo, con occhi ormai adulti, il trio dei ciaramellai: due anziani e uno più giovane, e fui stregata dagli occhi più grandi e scuri che avessi mai visti: occhi d’inchiostro luccicante, come il mare di notte, occhi abbaglianti e ridenti tutte le stelle dell’universo. Erano gli occhi di Girolamo, lo stesso “Giro” con cui, mano nella mano, saltellante gioiosa aspettativa, seguivo le ciaramelle, cantando “neru, neru, lu ciramiddaru”, lo stesso con cui, insieme ad altri pochissimi bambini, avevo condiviso un’impagabile e, chissà perché, archiviata fanciullezza.
Nonna Carmela non ci perdeva di vista un istante, curiosa, sorridente e con lo sguardo di chi la sa più lunga del destino. Intuiva già – con l’intuito di chi ha a lungo vissuto tra sentimenti espressi in semplicità – che qualcosa d’antico e di nuovo si stava magicamente ricomponendo ad Alicudi.
Improvvisamente ero curiosissima delle mia isola, me ne stavo reinnamorando, perdendomi negli occhi di un agronomo, allevatore di muli, che sognava un futuro solido ed emozionante in una piccola isola incontaminata delle Eolie, suonando una ciaramella alla vigilia di Natale.
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Nuccia Venuto. “Magiche ciaramelle”. Ventaglio Novanta, n. 58, 2019. https://ventaglionovanta.it/archivio/magiche-ciaramelle/