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NARRATIVA

La bambola

di Francesco Lanzoni

Ventaglio Novanta n. 58 2019 pp. 103–106

“Ehi, ehi! Fateci passare, spostatevi! Questo perde sangue come una fontana!”

“Lasciate passare la barella! Presto, lei si tolga di lì, non c’è tempo da perdere. Dov’è il dottore?”

“Eccomi, sono qui. Da dove viene quest’uomo? Mi pare che sia un po’ tardi! È già cianotico, anche le dita sono blu. Vedete? Comunque subito in sala operatoria! Speriamo che sia libera. Infermiera, lasci stare quel bambino, ci penseremo dopo. Prepari subito adrenalina e antiemorragico in vena… ma da dove venite? Che è successo?”

“Quell’aereo, quello che è precipitato al decollo. Qui vicino, se non altro, all’aeroporto. Un macello: fuoco, fiamme, rottami, schiuma antincendio, corpi, sirene. Un casino! Ci hanno caricato in ambulanza questo qui. Ci sono dei sopravvissuti… pochi. Questo non si sa come sia ancora vivo: versa sangue come un maiale sgozzato!”.

Maiale sarai tu, deficiente! Credi che non vi senta, che non veda tutto? Sì, è vero che non riesco a capire cosa stia succedendo… ma sento, vedo e penso, anche. Cogito, ergo sum! Chi l’ha detto? Un vago ricordo dei miei scarsi studi al Liceo? É anche vero che sento le vostre voci come se fossero un’eco. E vedo in modo strano, come se stessi in alto, come se volassi. Vedo tutti dall’alto: le infermiere – appetitosa quella biondina!-, i dottori, la sala operatoria, le bombole di ossigeno, i rilevatori del mio battito cardiaco… Il mio battito cardiaco? Ma che significa? Quello steso sul lettino, bianco come un lenzuolo appena lavato, sono io: vedo me stesso dall’alto!

Sono tutti attorno a me, come nei film quando qualcuno sta per morire, ma non è un film. Sono io l’aspirante cadavere! Allora stanno cercando di salvarmi e io mi vedo, e vedo loro, perché sono uscito da me stesso. Quindi sto morendo: ecco perché vedo il mio corpo dall’alto, come nei film. Forse la mia anima se ne sta svolazzando via piano, piano, ma forse, se mi salvano, ritorna al suo posto, cioè dentro di me. Beh, questo non mi dispiace. Ho scoperto che l’anima c’è. Ma, se la mia anima non è un’anima bella, se è falsa e vigliacca, io non ho voglia di morire!

Che mi aspetta dopo? Dall’altra parte, voglio dire: paradiso, inferno, il nulla? Non desidero andare a vedere, a sperimentare l’ignoto, sempre che ci sia qualcosa. Non me ne frega niente della religione, di Dio, dei santi, di Gesù, della fede che dà tanto conforto quando stai per tirare le cuoia… Ehi, laggiù! Datevi da fare, non ho nessuna intenzione di crepare! Voglio tenermi la mia vita da bugiardo, da ipocrita, da imbroglione, da ladro, da impostore!

Perché io sono davvero cattivo, sono così per natura, sono una persona malvagia. Sono sempre stato così. Anche da piccolo, quando fregavo i giocattoli alle mie sorelle oppure glieli rompevo. Da ragazzino non chiedevo la mancia a mio padre, gli rubavo i soldi direttamente dal portafoglio e andavo a spenderli ai videogiochi o per comperare riviste porno. Lui mi menava, io gli giuravo che non l’avrei più fatto, poi glieli rubavo ancora e gli portavo le prove che erano state le mie sorelle. Lui le menava e io godevo come un pazzo!

Crescendo sono migliorato o, dovrei dire, peggiorato: peggiorare per me era una soddisfazione. Al Liceo e poi all’Università copiavo da chiunque, mi impossessavo con diabolica destrezza delle erudite ricerche dei miei compagni, spacciandole per mie, leccavo abilmente il culo ai professori più stronzi per conquistarne il favore. Non parliamo delle ragazze: merce da usare e gettare. Mi piacevano le loro forme procaci, gambe lisce e morbide, seni invitanti e prosperosi. Il sesso era il mio chiodo fisso! Cadevano nella mia rete quelle più oche e quelle fini e intelligenti: la mia speciale attitudine, il mio perverso divertimento era fingere di capirle, di adattarmi ai loro alti o infimi pensieri, le circuivo discorrendo, secondo il caso, di filosofia o di discoteche. E, quando le avevo bollite a dovere, ne facevo un unico boccone assaporandone tutto il piacere possibile.

“Presto, infermiera! Venticinque milligrammi di adrenalina, da iniettare subito per via intracardiaca. Ok, va bene così. Ancora, ancora antiemorragico! Così non va bene, è troppo poco. Cercate di suturare quell’arteria: la femorale mi preoccupa. Se non si ferma l’emorragia, lo perdiamo. Presto, presto! Dobbiamo fare più in fretta. Infermiera, il polso si sente poco, è troppo debole”.

Ragazzi, qui dall’alto sembrava che andasse tutto bene. E adesso, inetto d’un medico, osi dire che mi state perdendo? Datevi da fare, figli di puttana! Non ho nessuna voglia di interrompere la mia carriera di uomo corrotto e malvagio. A proposito di carriera: io ne ho fatta tanta e ho bruciato le tappe, passando senza scrupoli sulla dignità e sui pregi dei miei colleghi. Mi divertivo a mentire, a impossessarmi della loro fiducia, ad accollarmi tutti i meriti del loro lavoro. Sono un grande impostore!

Spacciandomi per il genio che non sono mai stato, ho conquistato le attenzioni della nostra Super Amministratrice Delegata… e, già che c’ero, il suo letto bollente. Era pazza di me! Per quel Meeting Internazionale a Brasilia aveva prenotato una “suite” tutta per noi nel più spettacolare Hotel della città. Aspettava che la raggiungessi: per questa ragione mi trovavo su quel fottuto aereo. Una volta solo ho provato una sensazione nuova per me, quasi di disagio, una strana incertezza, qualcosa che non sapevo definire. È stato quando ho fregato la moglie a quello che credeva di essere il mio migliore amico: s’è ammazzato, impiccato a una trave della mansarda. Si può essere più rincoglioniti: uccidersi per una donna!… Però mi ha lasciato uno strano senso di vuoto, una specie di angoscia, anche se l’angoscia non la conosco bene.

“Dottore, se ne sta andando! La pressione è crollata, l’emorragia non si ferma.”

“Forza, massaggio cardiaco! Portate gli elettrodi per l’elettroshock…”

“Non serve più, dottore. Non c’è più polso. È andato, purtroppo… Guardi l’elettroencefalogramma: piatto come un mare in bonaccia. È morto.”

Morto, che significa morto? Vi vedo ancora, sono qui sopra, in alto, sto svolazzando sopra di voi e sopra di me, vedo voi e vedo me. Ma – merda!- non sono più bianco come un lenzuolo, sono di un bel colorino azzurro pallido: color carta da zucchero, direi.

Ehi, che succede adesso? C’è buio, un buio fitto, ovunque, non vedo nulla! Se questa è la morte, non mi piace proprio, cazzo! Però… però c’è qualcosa di strano: sono tranquillo, rilassato, anche in questo buio profondo, non ho paura. Sento anche il mio corpo: una sensazione fisica di benessere, come essere sotto una bella doccia dopo una partita a tennis. Oh, ecco un’altra novità: vedo un sottile filo di luce, un corridoio che si apre nell’oscurità e, sul fondo, uno splendore intenso. Vuoi vedere che mi hanno portato in un cinema! A parte le battute di spirito, sono ancora calmo, quieto e curioso. Laggiù, in fondo al corridoio, qualcosa si sta muovendo, qualcuno mi sta venendo incontro, non capisco se cammina o vola: voglio vedere chi è.

“Peccato, non ce l’ha fatta. L’avevamo quasi salvato, ma le lesioni erano troppo gravi… così è crollato, è morto”.

“Avrebbe meritato di vivere. Gli infermieri che l’hanno portato qui mi hanno detto che lui è un eroe. Non si sa come, ma, dopo che l’aereo è precipitato, è riuscito a trascinarsi fuori dai rottami. È venuto fuori tra le fiamme, i corpi delle vittime, ustionato e ferito. Un paio di superstiti hanno raccontato, increduli, che, una volta uscito, si è alzato barcollando, ha guardato l’aereo in fiamme e, dopo un po’, è rientrato in quell’inferno. Bruciato e contuso, arrancando con sforzi incredibili ha trascinato fuori un uomo, poi una donna e infine due bambine. Quello che l’ha fregato è stata la bambola!”.

È davanti a me, ha camminato, o volato, su questa strada di luce. Mi fissa con i suoi occhi chiari e miti, mi chiede, con voce affettuosa: “Mi conosci?”.

La mia risposta è ovvia, semplice, anche se non immaginavo che avrei risposto così: “Sì, so chi sei”

“Non hai paura?”, mi chiede ancora.

No, non ho paura, anzi non sono mai stato più calmo. Sento addirittura di essere sereno. Credo che si tratti di serenità, perché io non l’ho mai provata.

Ritorno di colpo in me stesso: che ci faccio qui? Se questo posto è quello che chiamano Paradiso, o la sua anticamera, non è per me. Io sono un uomo cattivo e perverso, ho danneggiato e disprezzato il mio prossimo, provandone anche piacere. Ma era veramente piacere? Comunque, ci deve essere un errore. Glielo dico: “Non credo che dovrei essere qui. Penso che ci sia stato un errore”.

“Non credo” mi risponde sorridente, con un tono leggermente ironico. “È vero che anche qui non siamo perfetti. Qualsiasi cosa ti abbiano detto, qualche errore lo commettiamo anche noi. Ma nel tuo caso non ci sono errori”.

Questo angoletto dell’aldilà non è certo l’Inferno o come diavolo si chiami, per l’appunto, quel maledetto posto. Ma allora cosa ci sto a fare qui?

A bruciapelo mi chiede: “Perché li hai portati fuori dall’aereo? Ti eri già salvato. E la bambola… sei tornato indietro per salvare una bambola!”.

Ora mi ricordo. Mi ricordo che, trascinandomi fuori da quell’intreccio fumante e ardente di lamiere, pensando solo a salvare la pelle, una mano mi aveva afferrato con forza la caviglia. Ho guardato indietro e ho visto un uomo bloccato da un sedile schiantato, il viso pieno di bruciature. Disperato, mi ha detto: “Mia moglie, le bambine! Sono qui, davanti a me. La prego, le salvi, provi a salvarle!”. Che me ne fregava! Volevo salvare la pelle, volevo uscire da quell’inferno! Gli ho tirato un calcio in faccia, l’ho lasciato lì e finalmente sono sgusciato fuori.

Fuori c’era un casino dissennato: calore soffocante, fumo, fiamme, corpi straziati, qualcuno che si lamentava o piangeva, rottami bollenti. Mi sono alzato a stento, ho guardato, allibito, quello che prima era un aereo e ora era una bara incandescente. Ero immobilizzato davanti a quel disastro e, all’improvviso, mi è venuto in mente quel povero coglione a cui avevo fregato la mogliettina: lo vedevo ondeggiare, appeso alla trave della mansarda, con gli occhi che gli uscivano dalle orbite. Ho provato di nuovo quella sensazione di incertezza, di disagio, di vuoto, di angoscia e ho pensato all’uomo che mi aveva stretto la caviglia, a sua moglie, alle bambine che sarebbero bruciate nella pancia di fuoco dell’aereo.

Così, sono tornato dentro all’aereo in pezzi. Dovevo salvarli, non pensavo a me stesso, pensavo a quel marito senza speranza, alla moglie, alle bambine, pensavo alle loro vite, la mia vita, ora, contava meno delle loro. Me ne rendo conto in questo momento: è stato il sentimento – incredibile, io avevo un sentimento!- più coinvolgente che abbia mai provato nella mia depravata esistenza. Un senso di soddisfazione, di pienezza, di partecipazione, di condivisione… di pietà, di amore? Non so dire. Sono tornato là dentro, tra le lamiere incandescenti.

Mi sono ferito, tagliato, scorticato, ustionato. Ma li ho portati fuori tutti: le bambine che mi guardavano con i loro occhioni increduli, la mamma che pensava solo alle sue bambine e il padre, che aveva ancora il segno del mio calcio su una guancia.

Ma non era ancora finita. Eravamo tutti esausti, confusi mentre aspettavamo i soccorsi, quando la bambina più piccola, di quattro o cinque anni, mi dice implorante, con grandi lacrime sul viso: “Lilly è rimasta dentro. Ti prego, vai a salvare anche lei!”.

“Lilly? E chi è Lilly?” le chiedo. La piccola, piena di disperazione, mi dice che è la sua amata bambolina. Oh, puttana miseria! Ci mancava l’amata bambolina. Le bambine mi guardavano ad occhi spalancati, in attesa, come se fossi l’Uomo del Destino, il Supermaestro dei loro Supereroi. Mi ammiravano, avevano fiducia in me, mi amavano, forse, per ciò che avevo fatto: per quello che ero e non fingevo di essere. OK, non potevo deluderle! Così sono tornato all’inferno per salvare Lilly. Ora mi sembra impossibile di essermi comportato in quel modo, ma va bene così. Sono contento.

“Anche se ci hai lasciato la pelle?”, mi chiede lui dolcemente. Già, ci ho lasciato la pelle. La bambola l’ho salvata, anche se aveva i capelli bruciati e sembrava appena uscita da un centro di abbronzatura, ma l’ultima esplosione dentro l’aereo, mentre ne stavo uscendo, ha scagliato in aria, come un missile, una piastra d’acciaio tagliente come la lingua di una suocera. Mi ha squarciato la gamba. Quindi, eccomi qui.

“E perché sei così contento?”, insiste lui.

La risposta è semplice, viene diretta dal cuore, ora so di avere un cuore: “Ho fatto la cosa giusta. Non ho pensato a me, come avevo sempre fatto, ma ho pensato agli altri: quella famiglia mi ricorderà, mi amerà, forse, per il resto della vita”.

Lui sorride ancora, ma questa volta il suo sorriso sembra quello di una star di Hollywood. Mi dice: “Bene, adesso è meglio che andiamo”.

Ho qualche dubbio: “Aspetta un attimo, dove andiamo? Io ho fatto molte porcherie in passato…”.

“Non preoccuparti,” mi risponde “troveremo un modo per… purificarti. Forse ti manderemo in missione sulla Terra per cercare di salvare qualcuno come te. Non sarà facile. Prima di inviarti laggiù, dovrai fare un corso sul Libero Arbitrio”.

Ci avviamo spalla a spalla lungo la via di luce, verso l’altra luce più calda.

Gli chiedo ancora, un po’ titubante: “Ma io continuerò a essere io?”.

“Certamente,” mi risponde “sarai sempre tu e molto, molto migliore di prima. Anche se, nel tuo caso, non ci vuole tanto. Con il tempo, e qui ce n’è un’eternità, ti accorgerai che non sei solo puro spirito, ti rimarrà anche una certa, gradevole fisicità”.

“Beh, questo non mi dispiace”.

Camminiamo, o voliamo, ancora un po’. Poi non riesco a trattenermi e gli dico: “Ti devo dire una cosa: dipinto sui quadri riesci meglio!”.

È un bel tipo, ha una risata contagiosa, cosmica. Ride come un dio.

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Come citare questo articolo

Francesco Lanzoni. “La bambola”. Ventaglio Novanta, n. 58, 2019. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-bambola/

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