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NARRATIVA

La vera luce

di Lydia Rigotto

Ventaglio Novanta n. 58 2019 pp. 107–109

Andava a cambiare i fiori ogni giorno. Era il suo appuntamento fisso da cinque anni, più o meno da quando l’amata moglie non c’era più.

Frequentare la piccola chiesa nelle prime ore del mattino era diventato il suo benefico rituale, e se per qualche ragione non riusciva a recarvisi, la giornata non andava mai per il verso giusto, come se mancasse qualcosa di fondamentale.

Così ogni mattina Felice Cremona si fermava nella fioreria all’incrocio col cimitero monumentale e sceglieva uno dei consueti mazzolini già pronti. Ormai la fiorista sapeva quali erano i suoi preferiti: margherite gialle, astri, girasoli, tutti fiori che in qualche modo evocavano la luce.

Felice li metteva sempre in un vaso ai piedi della statua della Madonna perché, pensava, quei fiori erano i più degni di stare davanti alla madre della vera Luce del mondo.

Poi si fermava per una breve preghiera, mentre la Madonna con il Bambino tra le braccia gli sorrideva benevola in mezzo al chiarore delle candele, così luminosa nel semplice vestito tutto bianco. Gli sembrava che Madre e Figlio gli impartissero una speciale ed esclusiva benedizione, come se gli scendesse in dono una sorta di scudo contro ogni pericolo. Era forse una magra consolazione, ma a un uomo anziano e solo come lui bastava poco per sentirsi più sereno.

Felice era affezionato a quella statua. Proprio lì davanti, infatti, aveva suggellato il suo “sì” e la moglie aveva deposto ai piedi della Madonna il bouquet da sposa. Da quella statua si era sempre sentito teneramente accompagnare persino nei difficili momenti della malattia di lei. Lì davanti aveva pregato tante volte, trovando conforto almeno nell’idea che la vita sarebbe continuata in un aldilà dove un giorno avrebbero potuto ritrovarsi di nuovo insieme.

Nella chiesa vuota e semibuia del primo mattino, Felice si sentiva ormai protagonista di un dialogo silenzioso che nessuno era mai venuto a disturbare.

Quel mattino, però, non era il solo frequentatore della chiesa. Mentre era ancora vicino all’altare, la porta d’ingresso si aprì e una luce indiscreta irruppe nel buio placido della navata, smorzando con la sua vividezza il vago chiarore delle candele.

Felice si voltò: sulla soglia stava la sua vicina di casa. Aggrottò le sopracciglia, squadrandola come se fosse stata un’intrusa. Cosa ci faceva lì a quell’ora? Non doveva essere già a fare le pulizie nella casa del dottor Guarnieri?

Non si conoscevano molto bene, lui e Clarissa: oltre a qualche veloce “buongiorno” e “buonasera” scambiati davanti al portone, non c’era mai stata molta conversazione. Sapeva però che aveva due bambini: dalle finestre che si aprivano dirimpetto alle sue, a volte sentiva venire un vociare allegro e gli capitava di vederla mentre preparava la cena, con i figli che le saltellavano intorno. Qualche volta si era persino ritrovato a gettare sguardi furtivi all’interno di quella casa, mentre erano tutti riuniti attorno alla tavola, alzando gli occhi dal suo pasto frugale e solitario.

La luce calda del lampadario li avvolgeva, illuminando volti sorridenti. Quell’atmosfera lo indispettiva e allo stesso tempo lo feriva, procurandogli una specie di fitta al centro del petto. Che cosa avevano tutti da essere così allegri? Non lo sapevano che tanto non sarebbe durata?

Felice ricordava ancora bene i giorni in cui, anche nella sua famiglia, c’era la stessa atmosfera. Poi però i figli si erano stabiliti in città lontane, quasi dimenticando la strada di casa.

Eppure Felice si era sempre occupato di loro, lavorando come un mulo da mattina a sera per non fargli mai mancare nulla, proprio come ora facevano Clarissa e il marito. Con la differenza che il suo lavoro di segretario del notaio Molteni all’epoca era ben remunerato e, con tutti gli straordinari e le ore piccole che spesso faceva, portava sempre a casa un bel gruzzolo. A quei tempi la loro era una famiglia agiata e, grazie ai suoi sacrifici, i figli avevano potuto studiare, diventare uno avvocato e l’altro ingegnere, trasferirsi in una grande città, farsi una posizione.

Il prezzo da pagare era stato la lontananza. Mano a mano che passava il tempo, le occasioni per vedersi si erano fatte sempre più rare, e quando alla fine si erano riavvicinati a causa della malattia della moglie, Felice si era accorto che non sapeva più parlare con loro. Era stato come ritrovarsi davanti degli estranei.

Clarissa quella mattina era venuta in chiesa accompagnata dalla bambina più piccola, che si teneva stretta alla sua mano. Insieme si erano avvicinate all’altare e Felice si era spostato un poco di lato per lasciare loro più spazio.

– Buongiorno, signor Cremona, – il saluto di Clarissa era accompagnato some al solito da un ampio sorriso. – E’ venuto anche lei ad accendere una candela?

Con aria contrariata, Felice aveva scosso la testa, indicando i fiori. La donna aveva annuito, come se le fosse tutto chiaro.

– Non si smette mai di pensare alle persone a cui si vuole bene, anche se sono lontane. – Poi aveva sollevato la bambina per farle accendere una candela e se l’era tenuta stretta tra le braccia. – Diciamo una preghiera per papà, Gaia, perché sia prudente e torni presto a casa.

La bambina aveva annuito, intrecciando le manine.

Da qualche tempo il marito di Clarissa faceva l’autotrasportatore per una ditta. Era stato l’unico impiego che aveva trovato dopo un lungo periodo di disoccupazione e i suoi viaggi potevano durare giorni interi. La famiglia lo guardava partire dalle finestre di casa e sui visi si poteva leggere tutta la loro apprensione.

Quando però finalmente rincasava era una festa, aperta dai lunghi abbracci della moglie e dai salti gioiosi dei bambini. Se la cena non era ancora in tavola, restava a giocare con i piccoli sul tappeto, si faceva raccontare cosa avevano fatto a scuola e, se avevano combinato qualche marachella, li sgridava, non troppo sul serio, tra un abbraccio e l’altro.

Felice li osservava di sottecchi dalla finestra e a volte scuoteva la testa davanti a tutte quelle moine. Lui non aveva mai avuto il tempo per stare con i suoi figli. Troppe volte era ritornato a casa che loro già dormivano e le poche parole che riusciva a fare con loro erano quelle che si scambiavano al mattino, durante la veloce colazione. Sua moglie aveva sempre insistito perché almeno quel pasto lo consumassero tutti insieme. Ma con gli anni non era stato più sufficiente. I suoi figli cambiavano così in fretta, non erano più bambini che si accontentavano con un giocattolo nuovo. Quando alla fine aveva provato a uscire da quel complicato ingranaggio che era diventato il suo lavoro, non c’era stato più nulla su cui conversare: i figli erano partiti per l’università e alla sera si ritrovavano a tavola lui e la moglie da soli.

– Le auguro buona giornata, signor Cremona.

La bambina ancora in braccio, Clarissa lo salutò con un sorriso, scuotendolo dal peso del passato. Felice si voltò a guardarle mentre si avviavano verso la porta, la bimba che agitava la manina da sopra la spalla della madre. Si fermarono sulla soglia e Clarissa si voltò di nuovo.

– Si ricordi che la aspetto ancora a cena da noi, una sera. Anche i bambini non vedono l’ora di conoscerla.

Felice si irrigidì. Non ricordava nemmeno più quante volte gli aveva fatto quell’invito, ma lui aveva sempre evitato di accettare. Non aveva alcuna intenzione di farsi coinvolgere dai loro problemi, di sentire lagne e piagnistei. Già se lo immaginava: “Non arriviamo a fine mese, non ci sono i soldi per le scarpe dei bambini, per l’affitto, per la scuola…”. Fu sul punto di risponderle con l’ennesimo “Vedremo” e di liquidare la questione con un gesto della mano, così come si scaccia una mosca molesta. Ma non ne ebbe il tempo.

Clarissa aprì la porta e la forte luce del giorno avvolse all’improvviso lei e la bambina come in una mandorla, rendendo luminosi persino i loro abiti di seconda mano. Sembravano entrambe vestite di bianco e oro. D’un tratto a Felice parve che la statua della Madonna con il Bambino si fosse raddoppiata, lì sulla porta della chiesa. Era una statua viva, che gli parlava e gli sorrideva dolcemente.

Rimase immobile, quasi stordito, mentre la porta si richiudeva dietro di loro e lui si ritrovava in un antro buio e silenzioso.

Felice si voltò un po’ frastornato verso l’altare, ma all’improvviso il chiarore delle candele che tante volte lo aveva confortato gli appariva una tal misera cosa! Per la prima volta, anche nella sua piccola chiesa si sentì molto solo.

Guardò allora la sua Madonnina, quasi supplicandola di venirgli ancora in aiuto. Solo allora si accorse che aveva sul viso lo stesso sorriso di Clarissa.

Felice prese in fretta il cappello e uscì in strada, correndo dietro alla Donna con la Bambina in braccio.

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Come citare questo articolo

Lydia Rigotto. “La vera luce”. Ventaglio Novanta, n. 58, 2019. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-vera-luce/

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