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AMBIENTE - TURISMO - CULTURA

Marc Chagall al Roverella

Una mostra di eccezionale valore, che svela l’animo dell’originale artista e la molteplicità delle fonti di ispirazione

di Irene Gianello

Ventaglio Novanta n. 61 2020 pp. 8–12

Sta registrando un consistente successo di critica e pubblico la mostra “Marc Chagall, anche la mia Russia mi amerà” allestita dallo scorso settembre a Palazzo Roverella ed attiva fino al 19 gennaio 2021.

C’è innanzitutto un antefatto che pochi conoscono e che intendiamo svelare. La mostra in origine era nata all’interno di un audace progetto di ricerca del Museo delle Culture nel centro di Lugano per analizzare il ruolo dei grandi artisti rapportati a culture diverse (es. Kandinsky e la cultura shamanica, Chagall e la Russia ecc….). Il destino ha voluto che questo progetto non abbia trovato realizzazione nella città elvetica e che la mostra sia stata richiesta dalla città di Rovigo nella quale ora si trova esposta davanti a un pubblico sempre più numeroso.

Il solido impianto museale riporta Palazzo Roverella a una scelta monografica che non veniva seguita da anni e che ritrova nell’esposizione di autentici capolavori nuova linfa di indagine. La Galleria Tret’jakov di Mosca, il Museo di Stato Russo di San Pietroburgo, il Pompidou di Parigi e il Thyssen-Bornemisza di Madrid sono solo alcune tra le eccellenze museali da cui provengono le opere stimate in una settantina di elementi tra cui annoveriamo anche prestiti provenienti dagli eredi dell’artista.

La rassegna internazionale ospitata a Palazzo Roverella intende proprio indagare la correlazione tra l’opera dell’artista e la cultura popolare del Paese che gli ha dato i natali: la Russia. Questo legame profondo, di natura quasi ancestrale, è un tratto distintivo che sembra raccontare la storia dell’umanità piuttosto che di un singolo individuo e le sue vicende umane.

Il messaggio è così universale da rendere le opere di Chagall un’interessante esperienza d’indagine in cui appassionati e non cercano risposte tra il fascino di magiche ambientazioni. In realtà, un altro elemento di fortissimo impatto, a corredo dell’indagine, è la cultura ebraica, vinta e sofferta, di cui fanno parte Chagall e la sua famiglia. E’ il caso quindi di parlare piuttosto di Moishe Segal (questo il nome originale prima della trascrizione francese presso l’anagrafe parigina), un ragazzo di tradizione ebraica chassidica; e proprio nel Chassidismo vanno ricercate certe sfumature. Il movimento, sorto nel XVIII secolo, si sviluppa con l’intenzione di rinnovare spiritualmente l’ebraismo ortodosso, a partire dalle comunità meno in vista, isolate e illetterate armonizzando ogni aspetto della vita quotidiana con Dio e il suo messaggio di pace in un sincero dialogo interiore.

Il Panteismo che mette in opera l’artista negli anni della sua produzione risente di un complesso di vicende, di sensazioni e di formazioni in cui trova un posto d’onore la sua profonda spiritualità. Eppure il destino lo pone da subito in una strada solcata da ostacoli. Il giorno della sua nascita è segnato da una vicenda che assume i tratti del presagio di eventi futuri che segnano la storia. Nella sua Vitebsk, una cittadina della Bielorussia, la sinagoga viene incendiata dai cosacchi durante un progrom (il termine russo significa “devastazione” e riflette compiutamente tutta la feroce intolleranza dell’estremismo antisemita in atto nella Russia zarista di quei tempi).

Dagli anni dei Progrom di una Russia antisemita, all’esilio parigino, dall’America e di nuovo alla Francia. La lunga vita di Chagall nella mostra rodigina è narrata lungo un percorso espositivo impegnato. Questi lavori ci restituiscono tutto l’immaginario della più intima cultura ebraica per la quale l’artista sceglie un approccio fiabesco, gentile, meditativo e sincero, costellato di piaceri e amori, passioni, ma anche dolori. E, anche quando gli accenti si fanno più forti ed il messaggio è più crudo, non vi è ferocia, ma sospensione del giudizio in un’immagine che è reale nella sua irrealtà. Chagall non ferisce perché è stato ferito, non odia perchè conosce la persecuzione e l’orrore… ed il limbo verso il quale ci accompagna è duro e forte, non per l’odio, ma profondo come le pieghe della mani di un contadino chino sul suo lavoro da una vita di sacrifici…

La vita dei contadini appunto, l’immaginario campestre e l’affetto per la sua terra producono un’altra identità: quella di Mark Zacharovič Šagal un ragazzo russo nelle cui vene scorre tutta la potenza e l’orgoglio di queste radici. Ma è una Russia povera, difficile, in cui non manca niente nella misura in cui manca tutto. L’appiattimento del superfluo abbina nelle sue opere l’esaltazione del semplice.

Tutto è magia! Tutto è tradizione! dal violino, al gallo, dall’asino, alla capra, dal sole alla luna che immancabile si lascia ingiallire e moltiplicare dentro un cielo nerissimo. La tradizione contadina è innevata di bianchi, di rossi e di blu, e i suoi personaggi danzano scene dai toni quasi circensi.

L’atteggiamento di Chagall è da leggersi nell’ambito di una più vasta analisi sulla questione che include l’interesse di molti altri artisti russi nei confronti dell’universo popolare e delle sue tradizioni. Non sono mancati né i viaggi nelle aree rurali della Russia a reclutamento di lontane tradizioni né il passaggio inverso, ovvero il cosiddetto “popolare urbano” frutto di quelle importanti migrazioni dalle campagne verso le grandi città russe, all’inizio del secolo scorso, portando con sé il meglio della poetica rurale.

Inscindibile a tal riguardo sarà il rapporto con le nascenti arti ingenue, naif, che anche grazie a questi passaggi iniziano a dialogare con l’arte moderna e le Avanguardie.

La proposta di Palazzo Roverella è promettente anche in relazione al confronto fra tele dipinte, icone e Lubki, le bellissime stampe popolari russe dal forte impianto didascalico destinate alla popolazione meno colta che nelle sue vignette raccoglieva il meglio del racconto. E tutto questo ha una grande valenza curatoriale e storica: dimostrare che l’importanza della trasposizione artistica dell’universo popolare russo con tutte le sue tradizioni e consuetudini ha saputo inserirsi con dignità nei veloci cambiamenti dell’arte moderna cercando di lasciare la sua impronta di folclore e bellezza.

Immancabile è il tema dei sentimenti privati per la moglie Bella Rosenfeld, l’Amore della sua vita, spentasi troppo presto, tanto da lasciare per molto tempo uno Chagall inattivo. La donna è presente in alcune delle più famose immagini dell’artista e si rivela in tutta la sua candida bellezza che brilla sia nella sua individuale rappresentazione e ancor di più accanto al suo amato.

A Palazzo Roverella troviamo dei capolavori: l’artista racconta le verità, ma antepone la riservatezza dei gesti, le tradizioni dei personaggi e un mondo capovolto, a tratti quasi metafisico. I colori di Chagall sanno essere forti e corposi, ma nel complesso conferiscono una sensazione di “rurale” armonia allo sguardo anche in virtù di una costante lucentezza che l’artista riesce a ricreare, a partire dai suoi blu rasserenanti e dai sofisticati accostamenti cromatici.

Lo stile fanciullesco e le oniriche atmosfere possono apparire di semplice e immediata codifica, ma al di là dei riferimenti alla sua terra, ai suoi affetti e alle sue radici, la lettura è assai profonda. La poetica è complessa e risente di un tratto moderno anche se legato alla tradizione, ma l’armonia dei colori, gli audaci accostamenti e la sofisticata scomposizione di forme volumi ne impedisce l’inquadramento in una sola corrente.

La mostra è stupenda e lo sforzo corale della curatrice Claudia Zevi, della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, del Comune di Rovigo e dell’Accademia dei Concordi ha reso possibile un’altra sensibile esperienza artistica nella nostra bella città che da anni ormai si inserisce con dignità nell’ambito delle grandi mostre italiane.

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Come citare questo articolo

Irene Gianello. “Marc Chagall al Roverella”. Ventaglio Novanta, n. 61, 2020. https://ventaglionovanta.it/archivio/marc-chagall-al-roverella/

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