Grazie alle ricerche e agli scavi archeologici condotti soprattutto dalla fine del XIX secolo, e agli adeguati studi sulla documentazione prodotta, si è potuto approfondire e ricostruire parte della storia del Polesine antico.
Per comprendere il passato non è solo fondamentale lo studio delle fonti letterarie ed epigrafiche, ma è anche necessaria l’analisi scientifica e l’elaborazione dei dati forniti dalle testimonianze ‘riportate alla luce’ dal sottosuolo. Le indagini archeologiche, infatti, permettono di capire lo sviluppo antropico e cogliere i cambiamenti topografici e urbanistici che l’uomo ha apportato nel territorio durante i secoli, spiegando contemporaneamente evoluzioni culturali, sociali e commerciali: si deve alle accurate indagini condotte e alla scrupolosa osservazione degli archeologi la comprensione di come, nel mondo antico, l’uomo costruiva le strutture, di quali materiali usufruiva e quali tecniche adoperava per erigere ed approntare gli edifici e le strutture utilitarie che servivano alla sua sopravvivenza, migliorandone la qualità della vita e le comodità.
Variazione dei materiali da costruzione nel corso dei secoli
Sin dall’età preromana, nel Polesine antico il legno risulta abbondantemente impiegato per la costruzione: lo dimostrano, ad esempio, le testimonianze degli scavi condotti da Francesco Antonio Bocchi ad Adria, nell’area del pubblico Giardino e nel cortile Ornati (area compresa tra la Basilica Santa Maria Assunta della Tomba, il Museo Archeologico Nazionale e l’Ospedale Civile, nella zona sud della città, dove sorse l’abitato arcaico) tra il 1878 e il 1879 e descritti nel suo resoconto pubblicato nelle “Notizie degli Scavi di Antichità”.
Sempre ad Adria l’impiego del legno è attestato, nelle indagini condotte in via San Francesco, nelle fasi di costruzione di edifici in un contesto datato dal VI-V secolo a.C. Anche nell’abitato arcaico di San Basilio (Ariano Polesine, scavi tenuta Forzello) datato dal VI sec. a.C. alla prima metà del V secolo a.C., il legno è presente.
Il legname, in genere, viene utilizzato per la costruzione di edifici a carattere abitativo-artigianale (abitazioni lignee e palafitte), per strutture utilitarie, come materiale da bonifica e per il contenimento delle canalizzazioni. Questo materiale era impiegato negli edifici per i più svariati usi: per fondazioni, alzati, strutture portanti, per la pavimentazione e la copertura.
Nel Polesine antico, come riscontrato negli scavi, l’ambiente geomorfologico di paesaggio lagunare e fluviale offriva molte specie arboree da impiegare per la costruzione, tra le quali il salice, il pioppo, il rovere, ma è anche attestato il ritrovamento e l’utilizzo di piante non autoctone quali l’abete e larice; quest’ultima è una particolarità poco nota, che conferma l’esistenza del commercio del legno nel territorio del delta del Po già da età arcaica. Il larice probabilmente veniva utilizzato per la sua alta resistenza in ambienti ad alto tasso di umidità; pianta di conifera ad alto fusto, essa cresce nelle zone temperato-fredde (catene montuose alpi ed appennino settentrionale) in una fascia estesa in senso altitudinale tra i 1000 m. ai 2300 m. di altezza. Il suo ritrovamento in un contesto di età arcaica ad Adria (scavi Bocchi) è motivo di interesse.
Le specie arboree citate venivano tutte utilizzate sotto forma di elementi delle più svariate dimensioni e forme, quali grosse tavole, tronchi, pali appuntiti, paletti, travi, assi, ramaglia e canne.
In epoca romana, da segnalare sono particolari opere di arginatura in legno ritrovate ad Adria in località Retratto: queste strutture di contenimento servivano a limitare l’azione delle acque che lambivano l’abitato e a rendere il suolo stabile e asciutto in un’area che venne bonificata per consentire l’espansione dei quartieri residenziali della città. La struttura rinvenuta era formata da una serie ben connessa di assi poste di taglio fermate da due grossi tronchi a sezione quadrangolare terminanti a punta e confitti nelle sabbie del fondo per una profondità di m. 4,60.
Sempre in età romana l’impiego del legno è riscontrato nell’insediamento di Corte Cavanella (Mansio Fossis – Loreo), datato dall’età augustea sino al IV secolo d.C., nelle ville rustiche romane di San Basilio e di Villadose (località Cà Motte), la prima datata dalla fine del I secolo a.C. sino alla metà del V secolo d.C., la seconda datata dalla fine del I secolo a.C. sino ad età tardo antica.
In questi contesti il legno, oltre ad essere utilizzato per gli usi già descritti nelle epoche precedenti, è attestato anche per la costruzione di svariate strutture utilitarie, come complesse opere di arginatura, sistemazioni spondali ed idrauliche (fondamentali per la vita in ambiente deltizio e fluviale), una darsena, gradinate, divisioni interne agli edifici, un loggiato ligneo antistante una sala absidata, costruzione di imbarcazioni per la navigazione fluviale ed endolagunare. L’abbondante impiego del legno è sempre da ricollegare alla grande reperibilità, oltre che alla sua lavorabilità per molteplici usi.
Un altro materiale costruttivo riscontrato nel Polesine antico è la pietra. Questa, in epoca preromana, è stata utilizzata a San Cassiano (Crespino), in un insediamento etrusco datato dal VI secolo a.C. sino al IV a.C., impiegata sotto forma di alti zoccoli per la costruzione di fondazioni e alzati di strutture a carattere abitativo-artigianale; e, ancora, nell’abitato arcaico di San Basilio per strutture utilitarie quali focolari. In contesti riconducibili all’età romana, la pietra è stata ritrovata ad Adria dal Bocchi sotto forma di blocchi, utilizzata per la costruzione di pavimentazione stradale. In via San Francesco l’utilizzo della pietra è stato riscontrato per pavimentazione stradale e fondazione sotto forma di plinti di un edificio monumentale in un contesto datato alla fine del II secolo a.C.
La pietra è utilizzata in edifici a carattere abitativo e utilitario per il consolidamento e la costruzione delle strutture. A Corte Cavanella è impiegata per la costruzione di elementi cavi presenti nella struttura interna di un muro: questi sarebbero stati interpretati come incastri per supporto a pali lignei che dovevano caratterizzare una sala absidata con un loggiato ligneo prospiciente ad essa. A Corte Cavanella come a San Basilio la trachite è utilizzata generalmente per la costruzione di murature, nelle pavimentazioni degli ambienti e anche in numerose strutture utilitarie.
A San Basilio, nella villa rustica, la pietra è stata impiegata come copertura di una canaletta di scarico e anche sotto forma di basoli di trachite per la pavimentazione stradale; nello stesso sito il ritrovamento di grandi blocchi di pietra rosa di Domegliara vicino a fasciame da imbarcazione ha fatto supporre l’esistenza di un commercio di questo materiale. I blocchi di pietra di dimensioni considerevoli, risultarono squadrati con misure rispettivamente di m.3x2x0,50 e m. 2,80×1,80×0,45. In essi vi era traccia di lavorazione non portata a termine: si era infatti iniziato ad approfondire mediante scalpellatura un riquadro interno con attorno una cornice levigata.
I blocchi di pietra sarebbero stati trasportati per via fluviale, per questo a San Basilio si può pensare ad un commercio di pietra su rotte endolagunari, che potevano collegare centri come Altino e Ravenna. Oltre al commercio della pietra di Domegliara, è probabile il commercio di altri tipi di pietra, come la trachite euganea e la pietra di Vicenza. La pietra a Villadose risulta sotto forma di blocchi nella costruzione di strutture murarie.
Ad Adria, nell’area dell’Ospedale Civile, blocchi di trachite sono stati utilizzati per la costruzione di due fornaci da calce, datate ad un momento successivo del pieno sviluppo di Adria romana, il periodo cioè di sistematica spoliazione e saccheggio dell’area monumentale della città tra tardo antico e alto medioevo (V e il X sec. d.C.): esse, infatti, sono state costruite con materiale di demolizione, probabilmente di recinti e monumenti funerari della vicina necropoli romana ed utilizzate per la produzione di calce, come è testimoniato dal materiale lapideo e decorazioni marmoree ritrovati nell’apertura della camera di combustione.
In epoca romana il marmo è stato impiegato in maggiore quantità rispetto alle epoche precedenti. Il Bocchi, negli scavi condotti ad Adria attesta l’utilizzo di esso attraverso il ritrovamento di frammenti marmorei di decorazioni architettoniche come fregi, rosoni, listelli, scanalature e lastre di marmo finissime: materiale, questo, attribuito ad edifici di rilevanza, a carattere pubblico o privato. Elementi marmorei sono utilizzati anche per la costruzione di pavimentazioni, come il caso delle crustae marmoreae inserite in una pavimentazione in opus signinum di Corte Cavanella. A San Basilio l’utilizzo del marmo è stato riscontrato per il rivestimento di muri e per la pavimentazione.
Altra tipologia di materiale diffuso nel Polesine antico sono i laterizi, la cui presenza è ampiamente documentata in numerosi siti e svariati utilizzi. Il loro impiego in epoca preromana è accertato nello scavo del sito di San Cassiano, nel contesto strutturale di copertura del citato edificio dalla funzione abitativo-artigianale. In epoca romana, gli scavi del Bocchi ad Adria hanno messo in luce un piano per lo scolo delle acque ai margini di una pavimentazione stradale formato da tegole e mattoni frammentati. Cubetti di cotto formavano la pavimentazione di un ambiente; un condotto, interpretato come parte di acquedotto o cloaca, risultava costituito da mattoni.
Generalmente nel periodo romano l’impiego di laterizi è attestato sotto forma di mattoni, tegole, cubetti, elementi cavi: questi vengono impiegati per costruzioni murarie, pavimentazioni, alzati e coperture delle più svariate strutture.
A Corte Cavanella i laterizi furono utilizzati per la costruzione di ambienti abitativi, per strutture utilitarie come canalette, vasche e pozzi e anche una darsena. A San Basilio i laterizi risultano in ambienti con funzione abitativa e utilitaria, come nel caso di una fornace, di un portico, di un cortile e di focolari. Anche a Villadose i laterizi sono utilizzati per i più svariati usi, come nel caso di un essiccatoio per prodotti agricoli, struttura appartenente alla villa rustica romana. Da rilevare, infine, numerosi rinvenimenti sparsi segnalati e recensiti (ricerche e studi di don Bernardino Merlo e Rolando Rigobello), come quelli dell’alto e medio Polesine che attestano esemplari di mattoni e tegole bollate (Lendinara, Canda, Melara, San Bellino, Fratta Polesine, Arquà Polesine, Villanova del Ghebbo).
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Come citare questo articolo
Edoardo Zambon. “Materiali edili nell’antichità”. Ventaglio Novanta, n. 61, 2020. https://ventaglionovanta.it/archivio/materiali-edili-nellantichita/