Cento anni fa in Polesine si costituivano i primi Fasci di combattimento trovando un terreno fertile di diffusione nel periodo del cosiddetto «Bienno rosso» connotato da uno scontro violento tra il conservatorismo degli agrari e la visione socialista delle rivendicazioni sindacali, nella delusione maturata nei reduci e combattenti al ritorno della Grande Guerra, in un contesto storico di grave crisi economica. Situazione problematica, connotata da una crescita vertiginosa dei prezzi dei generi di prima necessità e, a livello nazionale, dal maturarsi nell’opinione pubblica del mito della «Vittoria Mutilata» dopo la pace di Versailles in cui l’Italia, paese vincitore, aveva ottenuto il Trentino, l’Alto Adige, la Venezia Giulia, Trieste e l’Istria ma non Fiume e la Dalmazia come era nelle aspettative.
Solo un anno prima il 23 marzo 1919 Mussolini aveva fondato a Milano in piazza San Sepolcro in una sala riunioni di proprietà del Circolo per gli interessi industriali i Fasci italiani di combattimento. L’adunata proposta dalle pagine de Il Popolo d’Italia. Quotidiano dei combattenti e produttori¹, giornale di cui egli era fondatore e proprietario, coagulò l’interesse di persone dall’impegno politico e ideologico diversificato, per la maggior parte di matrice di sinistra, poi Arditi e Futuristi e una minima componente nazionalista.
All’appello di questo antipartito con un approccio paramilitare, aderirono circa duecento persone, per lo più al di sotto dei quarant’anni, che, da piazza San Sepolcro, dove era avvenuta la prima riunione, furono denominati “Sansepolcristi”. Tra questi alcuni avevano origini polesane, come emerge da un recente studio dello storico Mimmo Franzinelli² che, consultando le schede personali ancora inedite conservate nell’Archivio Centrale dello Stato, ha stilato il loro profilo biografico. Se era già ben nota la presenza dell’adriese Giovanni Marinelli³, personaggio di rilevanza nazionale, del tutto sconosciuta era invece l’attività di tre persone di origine polesana, della cui adesione al Fascio di Milano, fino ad oggi, non si era trovata traccia. Questo il loro profilo:
Umberto Bianchi
(nato a Rovigo nel 1885)
Commerciante e piccolo industriale⁴. Residente a Milano, s’iscrive ai fasci interventisti nel 1914. Capitano dei Bersaglieri nella grande Guerra, riceve un encomio solenne dal Comando d’Armata e la Croce di Guerra. Squadrista, partecipa alla Marcia su Roma. Riveste varie cariche, tra le quali: presidente dell’istituto ospedaliero per la cura della tubercolosi (1930-1932), delegato per l’estero della Fiera campionaria di Milano, addetto alla presidenza della federazione nazionale fascista dei commercianti di ferro, metalli e macchine. Segretario federale di Treviso (1941-42). Aderisce alla repubblica sociale Italiana. Non si hanno ulteriori notizie e pertanto non è nota la data della morte.
Sileno Fabbri
(Ficarolo, 1873 – Milano 1956)
Avvocato⁵, inizia la sua carriera politica come propagandista liberal-monarchico in Emila Romagna. Interventista, combatte nella grande guerra come ufficiale dei bersaglieri. Il 15 aprile 1919 partecipa all’assalto dell’Avanti. Alle elezioni del 1919 si presenta come “avvocato di grido, scrittore notevole di materie giuridico-sociali” ma è il meno votato dei 19 candidati fascisti. Negli anni Trenta è docente all’Istituto fascista di cultura e dirige molti enti pubblici tra i quali è presidente della Provincia di Milano. (1923-2) e poi dell’Unione delle province d’Italia; organizzatore sindacale degli avvocati ed ella Confederazione dei Lavoratori intellettuali; membro della Consulta Sansepolcrista e della Commissione ministeriale per la redazione del Codice penale Rocco; presidente dell’Opera Nazionale Maternità ed Infanzia (1931-1936) e autore di monografie della collana “Panorami di vita fascista” componente del consiglio superiore della Sanità, delegato italiano della Società delle Nazioni e amministratore delle Ferrovie dello stato (1933-1938) Il suo ultimo incarico conosciuto risale al 1943 in qualità di commissario prefettizio a Milano.
Alfredo Giorgio Marzolla
(Polesella 1867-)
Avvocato, titolare a Milano di uno studio legale. Nell’anteguerra aderisce a sodalizi radical-democratici, interventista. Ottiene la qualifica di squadrista. Nell’aprile del 1924 è oratore fascista nei comizi di Milano per l’elezione politiche generali. Rettore della provincia di Milano, membro del Direttorio del Sindacato fascista degli avvocati e procuratori. Presidente del regio collegio di Guastalla (con sede a San Fruttuoso di Monza) e componente della Commissione provinciale per le imposte dirette. Il suo nome compare nell’elenco dei sansepolcristi fino al 1942.
Ma tra i “Sansepolcristi” c’è anche Aldo Fabbrini (Comacchio 1876 – Salò 1939) su cui, rispetto alla scheda biografica proposta da Franzinelli⁶, si può aggiungere qualche ulteriore notizia, grazie al ritrovamento di documenti rinvenuti casualmente nel magazzino degli attrezzi del Comune di Fratta Polesine. Qui, incredibilmente, era riposto un fascicolo o meglio una serie di carte ammucchiate in modo indistinto che lo stradino Paolo Ingegneri – rendendosi conto del possibile valore documentario – ha consegnato al vicesindaco e assessore alla cultura Alessandro Baldo. Il quale mi ha affidato tutto il materiale rinvenuto proponendomi di leggerlo per capire di che si trattasse. E, come capita spesso, nei documenti che ci parlano di storie e di persone, le sorprese non sono mancate. In questo caso si tratta di alcune carte scritte direttamente da Aldo Fabbrini che ci aprono una finestra sulla sua storia personale e politica.
Aldo Fabbrini (Comacchio 1876 – Salò 1939) di Giuseppe Antonio, impiegato comunale e di Patrignani Serafina benestante; si sposa nel 1902 con Celeste Brugnoli da cui ha tre figli⁷. Dal 1904 al 1905 è assunto come direttore tecnico dalla ditta a Bonaiuto Vitali &C, che aveva ottenuto in affitto le valli di Comacchio.
È stato un importante un produttore di marinati e salati a Comacchio e direttore e presidente delle cooperative pescatori di Comacchio (1914). In precedenza la sua attività industriale di anguille marinate con aceto puro di Vasto (Abruzzo) aveva avuto stabilimenti propri a Comacchio e Goro (Mesola) ed aveva ottenuto diversi riconoscimenti: medaglia d’oro a Napoli 1886 all’Eposizione partenopea; nel 1904 medaglie d’argento all’Esposizione regionale di Ravenna e della Camera di Commercio di Rovigo e nel 1906 all’Esposizione internazionale Milano. Qualche anno dopo nel 1909 riceve la croce al merito al Grand Prix e la medaglia d’oro all’Esposizione temporanea permanente di Milano e nel 1910 il diploma e medaglia bronzo all’Esposizione Industriale di Ferrara⁸.
Ma la Grande Guerra cambiò drasticamente la sua vita. Fu arruolato come fante nell’esercito durante la prima guerra mondiale avendo come compagni Cesare Battisti e Bissolati. Combattè tra luglio-agosto 1915 e il 16 maggio 1916 a Vallarsa Passo Buso; dal luglio 1916 a Posina, Passo Corbola, Monte Mario, Pasubio; nel 1917 ad Arsier, cima Cengio⁹. Il suo ritorno dalla guerra è drammatico: mutilato, decorato con medaglia d’argento al valor militare non riesce ad inserirsi nuovamente nel mondo del lavoro. Testimonianza di questo sono le diverse lettere scritte dal 1920 al 1930 anche a personalità importanti in cui, in nome dei suoi meriti di fascista, mutilato e patriota fa esplicita richiesta di lavoro.
Il suo percorso di vita e politico può essere esemplificativo delle difficoltà dei reduci e combattenti nell’Italia di quegli anni, che devono vivere con la pensione dello stato. Egli stesso afferma che la pensione di mutilato di guerra (lire 188) e quella di medaglia argento al valore (lire 19) sono insufficienti per mantenere la famiglia. Mussolini riesce ad intercettare le loro necessità. Prova di questo si ha nell’adesione di Fabbrini all’adunata di San Sepolcro¹⁰ riconoscendosi in alcuni punti programmatici:
“Col cuore ancora gonfio di amarezze, dovute alla maledetta burocrazia, negazione di ogni verità e di ogni principio di giustizia ed onestà, ancora pieno di volontà, pieno di quella volontà che ebbi fin dal 24 maggio 1915 quando salivo al fronte con il non mai abbastanza compianto Cesare Battisti, Larker, Piscel, Finzi, mi è di dovere e vanto annunciarvi che io sarò a Milano con diversi miei compagni feriti, feriti nei diversi combattimenti come me, per portare noi, con noi, la rappresentanza dei nostri compagni caduti per la santa causa: grandezza, rivendicazione dei diritti d’Italia nostra”.
Il suo percorso di adesione all’ideologia fascista si manifesta anche nel settembre del 1919 quando è tra i mille volontari che seguono d’Annunzio nella presa di Fiume e questo viene confermato da due lettere scritte in epoche successive allo stesso Vate¹¹:
“Ferrara, anniversario della Marcia di Roma [s.d.] Come dal vostro impenitente combattente, compagno di Cesare Battisti e onoratissimo suo aiutante di battaglia, Aldo Fabbrini, parte un poderoso Alalà all’indirizzo del Comandante, così mentre auspichiamo il binomio Mussolini D’Annunzio, i legionari e militi d’Italia conoscenti dell’amico Fabbrini porgono un riconoscente omaggio. L’aiutante fedelissimo Aldo Fabbrini e [altri]”
“Amatissimo Signor Comandante come suo vecchio aiutante di Battaglia, Legionario della Compagnia d’onore di Lei, comandante “a Disperata “ Porto Barros” accasermata mi permetto inviarle la presente per chiederle sue nuove e prevenirle nell’ultimo tempo che io ho vivo desiderio venire a riverirla in sua sede, al Vittoriale, perché attendo di momento in momento ordine di partire con la “Tevere” avendo da mesi inoltrata domanda di arruolamento alla Associazione Nazionale Invalidi di Guerra, alla Combattenti, al Nastro Azzurro cui appartengo, così all’Associazione Volontari Guerra. Io ho assunto un delicato impegno verso un mio ottimo figlioccio studente di Ingegneria e prossimo a laurearsi, che è già pilota, è allievo della scuola di Torino, ed ha soli 25 anni. E’ poi entusiasta di lei, Comandante e desidera vivamente che io lo conduca meco a Gardone per vedere il Sacrario del Vittoriale e se possibile avere il bene e l’onore di conoscerla de visu. È un buono e bravo figliuolo ed io non desidero che accontentarlo. La già lusinga di venire per egli, m. A.O., pur egli a dare il suo contributo per la patria è da lodare! Ho letto molte opere sue comandante dal Notturno che io ebbi dalle sue mani con dedica nel 1922 a Gardone e le altre opere Sue, che io conservo gelosamente, desidera questo figliolo avere il ultimo suo libro dal titolo [non viene scritto] ma che io non ho. Io sono dunque a pregarla signor Comandante, concedermi il bene, e l’alto onore di venirla a riverire, dato anche che da anni non ho avuto modo di condurmi a Gardone. Non ho mai però dimenticato di chiedere Sue nuove a tutti quelli che vengono a Gardone e con i pochi legionari nostri oggi con il colonnello oggi generale signor Repetto, al tenente Frassetto residenti a Ferrara, quando la buona stella mi dà modo di incontrarli, si parla di tanto cuore di Lei. Avrei dovuto trovarmi a Trento alla inaugurazione del monumento al mio compagno l’immortale Cesare Battisti, ma una maligna broncopolmonite mi tenne a letto né ho potuto ora essere presente a quello della “Paganella” testè inaugurato. Venendo a Gardone mi porterò a Trento dopo avere avuto il bene di averla vista e salutata, mio Comandante. Ho racimolato come da suo desiderio cose di Spina Pelasga e di Rivà Polesine che porterò meco per Lei. Attendo quindi suoi ordini. Le bacio le mani devotissimo suo Aldo Fabbrini”
Lo spirito patriottico, i ricordi e le attese di nuovi eventi, possono aver dato motivi di speranza ad Aldo Fabbrini, ma i problemi della vita quotidiana divengono sempre più pressanti. Pertanto, non trovando riscontri e risposte alla sua impellente necessità di lavoro, arriva a gesti estremi. Infatti nel 1930 è arrestato dopo aver avvicinato il re a Venezia, viene dichiarato infermo di mente, con forme di megalomania.
Triste il suo epilogo: muore all’’ospedale di Salò (Brescia) dopo una lunga malattia.
Rimane, comunque aperta la questione di come diversi suoi documenti autografi siano giunti a Fratta Polesine, conservati (malamente) nel magazzino comunale degli attrezzi.
L’ipotesi che mi sento di sostenere è che Fabbrini abbia cercato in Polesine, come in precedenza altrove, di riallacciare i rapporti con una rete di persone che nella sua esperienza di decorato, mutilato e fascista aveva conosciuto. Mi riferisco ai Finzi (Aldo e/o Gino) personaggi di spicco a livello locale e nazionale o qualche volontario fiumano oppure a conoscenti della sezione locale dell’Associazione dei Mutilati ed Invalidi di guerra o del Nastro Azzurro, nella disperata richiesta e necessità di una occupazione.
Comunque le carte Fabbrini descrivono la parabola umana e politica di un ex combattente segnato dall’esperienza della Grande Guerra e ci permettono di leggere in filigrana il periodo del primo dopoguerra segnato dalla difficile situazione economico e sociale.
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Come citare questo articolo
M. Lodovica Mutterle. “I Sansepolcristi Polesani”. Ventaglio Novanta, n. 61, 2020. https://ventaglionovanta.it/archivio/i-sansepolcristi-polesani/