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STORIA - TRADIZIONI

Il Basilisco

Era un essere malefico e velenosissimo, frutto di fantasie popolari, originato dalle paure e dalle ansie dell’umanità

di Adriano Romagnolo

Ventaglio Novanta n. 61 2020 pp. 82–83

Tanti e tanti anni fa… Potrebbe iniziare così, come nelle favole antiche, questa leggenda del Basilisco.

Tanti e tanti anni fa, dunque, aleggiava sulle nostre contrade, un drago malefico che nasceva dalle paure e le ansie dell’umanità, nel tempo in cui la fantasia e la realtà giocavano a rimpiattino nelle menti semplici dei nostri antichissimi avi che potevano dare forma e sostanza perfino alle proprie fantasie. Era il Basilisco, un mostro antico che proveniva dal pauroso mondo delle ombre.

Nei bestiari delle leggende greche e europee, il basilisco era una creatura mitologica, citata come il re dei serpenti, ed era un essere velenosissimo a cui erano attribuiti malefici poteri. Già Plinio ne descrisse l’aspetto. Esso era ‘un drago che ha sulla testa una corona d’oro, grandi ali spinose, una coda di serpente che termina con una testa di gallo’. Secondo la tradizione poi fu generato da un uovo deposto da un gallo vecchio di sette anni e covato sul letame da un rospo o da una rana.

Basalisco lo chiamavano i nostri nonni, per i quali differiva un po’ da come lo aveva descritto nei secoli la tradizione. Pur conservano tutte le caratteristiche malefiche tramandate, nei racconti della civiltà contadina polesana era descritto come un mezzo uomo e mezzo cavallo che uccideva con lo sguardo.

Apparteneva alla stirpe dei rettili e fu destinato a muoversi strisciando sulla nuda terra come le serpi, ma, a differenza dei confratelli, poteva muoversi senza strisciare, tenendo il capo eretto come il cobra e seminare al suo passaggio morte e desolazione. Perfino l’odore era letale. La sola sua presenza avvizziva frutti e piante e animali e con l’alito bruciava e corrodeva tutto attorno a sé.

Come habitat gli era confacente il deserto, anzi esso stesso creava attorno a sé il deserto. Chi poi avesse avuta la sventura di vederlo, diventava di pietra e nel caso fosse il basilisco a fissarlo con i suoi occhi di fuoco, il malcapitato finiva arrostito come avvolto da una torcia. Di quest’essere mostruoso tutto era pregno di miasmi e di veleno: l’alito come lo sputo, l’odore come lo sguardo, il contatto come la vicinanza. Eppure secondo Plinio, il Basilisco era alto appena dodici dita, circa venti centimetri.

Nei secoli ci viene descritto in diversi modi secondo i luoghi e le epoche: ora mostruosamente piccolo e insinuante, ora mostruosamente grande e imponente; e ora dall’aspetto di un gallo dalla coda di serpente o di drago, munito di due ali di pennuto che comunque conservavano le membrane da pipistrello, ora come la somma di diverse parti di altri animali: la coda di serpente biforcuta, il corpo di pesce ricoperto di squame, la testa, il becco e bargigli del gallo sormontati da una macchia bianca che con la cresta seghettata da pollo suggerivano la forma di una corona regale (da cui l’origine del nome basilisco cioè ‘piccolo re’), ma sempre velenosissimo, pestilenziale e funesto.

Si credeva poi, come nel Bellunese, che chi fosse riuscito ad ucciderlo avrebbe potuto trovare nella sua testa un diamante grosso come un uovo.

Secondo i bestiari antichi solo la donnola e il gallo, tra gli animali, erano i suoi invincibili avversari. Nei loro scontri, il basilisco aveva sempre la peggio ed era vinto; tuttavia anche la donnola o il gallo, pur vincitori, subito dopo soccombevano.

E gli umani come potevano difendersi? Contro il Basilisco non c’era e non c’è rimedio.

L’eventuale scontro è comunque sempre a vantaggio della bestia. Una volta che nel medioevo un cavaliere osò affrontarlo, cercando di ucciderlo con un colpo di lancia, inavvertitamente una goccia di sangue scivolò fino a toccarne il guanto: fu contaminato e morto insieme con il suo cavallo. Tuttavia fu escogitato un mezzo che lo può vincere definitivamente. Bisogna accostarsi al mostro protetti da uno specchio in modo che il mostro guardi negli occhi la sua stessa immagine riflessa. Così si ucciderà da sé.

Nell’immaginario collettivo questo rettile velenosissimo, leggendario, dai molteplici malefici poteri, fin dal medioevo fu assimilato al diavolo che esce dal mondo misterioso delle ombre e tra i peccati capitali simboleggiava la lussuria. Tutte le epidemie che in quei secoli bui colsero l’umanità erano ritenute causate dal suo pestifero passaggio: la peste, la lebbra, il colera, il vaiolo, la rabbia, la malaria, la sifilide…

La sifilide, anzi, fu per lungo tempo conosciuta come ‘il morbo del basilisco’.

Per molti secoli questo mostro fu ritenuto la proiezione del tenebroso inconscio che ciascuno di noi nasconde nel profondo, terribile e mostruoso per chi lo ignora fino a distruggerne la personalità. Bisogna avere il coraggio di guardarsi nello specchio per riconoscere il basilisco che è in noi, ben sapendo che mostruosità e regalità coesistono e che nel nostro intimo resta celata la limitatezza di ciò che siamo.

La fama del basilisco nel mondo contemporaneo sembra ormai una favola dei tempi lontani e gli uomini non temono più la sua presenza. Ma, forse sotto altre forme e aspetto, questo mostro continua a veleggiare incognito nella nostra esistenza di contemporanei rendendo l’atmosfera mortifera con i suoi miasmi. E l’umanità sempre più è gravata dalla diffidenza, dalla precarietà e dalla paura dell’annientamento se non riconosce il basilisco che ha in sé.

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Come citare questo articolo

Adriano Romagnolo. “Il Basilisco”. Ventaglio Novanta, n. 61, 2020. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-basilisco/

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