La “mussa” era uno dei giochi e passatempi preferiti di noi bambini degli anni cinquanta. Gioco rigorosamente maschile: richiedeva abilità, velocità, equilibrio, ma anche forza e doti di resistenza.
Lo praticavamo per lo più nel cortile delle vecchie scuole comunali del mio paese, Bagnolo di Po, all’intervallo, dato che quello era il momento di massima concentrazione di maschi. Utilizzavamo – lo ricordo bene, contravvenendo anche alle disposizioni dei maestri che ci volevano sempre sott’occhio – il muro del lato a nord, delimitante i gabinetti che, avendo una rientranza ci regalava uno spazio maggiore e meno frequentato: da quella parte, infatti, vi era solo una classe, mentre le altre si affacciavano tutte a levante o a mezzodì. In alternativa utilizzavamo l’alta recinzione in muratura che inglobava il casotto della pesa pubblica, allora sita su via Marconi.
Al grido di “Chi è ca zoga a Mussaaaaaa!!”, lanciato ripetutamente, girovagando in carovana per il cortile per raccogliere adepti che dovevano essere almeno una decina, fatta la conta, scelti i giocatori, eccoci giunti al pari e dispari; era, quello, per me, un momento di trepida e ansiosa attesa, momento in cui il caposquadra vincitore decideva quale dei due gruppi dovesse assumere il ruolo di “saltatore” o di “portatore ”.
La scelta dipendeva dal tipo di giocatori scelti: se la maggioranza era veloce ed agile conveniva il ruolo di saltatori; se, al contrario, la squadra era formata da ragazzi alti e forti conveniva il ruolo di portatori; tipologie diverse, diverse le strategie da adottare… spiegate in gran segreto dall’abile capo.
Il gioco dunque poteva ora iniziare. Si trattava di un gioco semplice che simulava la fatica dell’asina – la “mussa” appunto – costretta a portare il pesante fardello del basto.
La squadra dei portatori, detta “la mussa”, doveva sopportare il peso dei saltatori per un tempo determinato scandito, al secondo, dal battimani o dalla voce dei saltatori che cantavano la litania dei numeri fino a dieci.
Per vincere bisognava che tutti i saltatori restassero in sella per il tempo indicato o in alternativa che la mussa crollasse sotto il peso dei saltatori prima del dieci. Liti? discussioni? Tante. Perché non si era stati fermi, perché si era contato troppo velocemente, perché il saltatore si era sistemato meglio o si era appeso ai vestiti…
Il gioco aveva infatti una sua coreografia che non si poteva modificare.
Uno dei portatori, di solito il più mingherlino e meno resistente, si appoggiava spalle al muro e fungeva da osservatore e controllore della regolarità del gioco. I compagni, secondo una strategia di gioco collaudata dall’esperienza di infinite prove precedenti, si ponevano in linea, dal più debole al più robusto. Simulando la schiena dell’asino, il secondo giocatore, piegando la schiena afferrava strettamente ai fianchi il controllore; il terzo similmente si aggrappava al secondo e così via.
Il gioco iniziava con il primo saltatore che, dopo un lunga e veloce rincorsa, appoggiando le mani sulla schiena di un portatore per aumentare la lunghezza del salto, atterrava, con tutto il suo peso sul dorso del povero “asino”, restando poi fermo come una statua. Naturalmente più lungo era il salto, più spazio restava per gli altri saltatori, sempre uno in più dei portatori; ciò permetteva di salire sopra la groppa con più facilità e restarvi abbarbicati.
Dopo l’ultimo salto, iniziava la conta e al dieci il coro, all’unisono gridava “Mussaaa!”. Era la vittoria: nessun saltatore era scivolato giù dalla groppa dell’asino nel tempo stabilito.
Non sempre, però, il turno di salto veniva completato. Poteva accadere, a volte, che la mussa cedesse di schianto sotto il peso di un avversario che, abile, atterrava a “peso morto” sulla schiena di quel portatore che sapeva meno resistente, provocando il cedimento. Gli evviva e i rimproveri, allora si sprecavano.
A volte invece succedeva che il saltatore sbagliasse il salto e si posizionasse verso il fondo rendendo difficile per i saltatori salire tutti in groppa, mancando lo spazio necessario; allora si formava una piramide di corpi, stretti ed avvinghiati l’uno all’altro, in equilibrio precario, che facilmente potevano crollare rovinosamente a terra, nonostante gli incitamenti a resistere degli uni e degli altri. I ruoli allora si invertivano e i saltatori divenivano i “mussi”.
Ora immaginatevi nei panni di un ragazzino mingherlino che deve sostenere l’impatto di compagni grandi e robusti che gli piombano, al volo, a cavallo delle reni, o deve sostenerne il peso di tre o quattro sulla schiena con la prospettiva, in caso (probabile) di cedimento di finire comunque sotto il mucchio selvaggio, oltre che sotto l’umiliante disapprovazione dei compagni!!! Capirete perché io preferissi di gran lunga il ruolo del saltatore.
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Come citare questo articolo
Massimo Vigna. “Zoghi de ‘na olta: “la mussa””. Ventaglio Novanta, n. 61, 2020. https://ventaglionovanta.it/archivio/zoghi-de-na-olta-la-mussa/