Tra gli autori che nella prima parte dello scorso secolo hanno lasciato un’importante traccia della loro vena poetica, va ricordato Gigi Fossati, noto soprattutto per la sua composizione Polesine, poesia che – come diremo nella parte conclusiva di questo scritto – ebbe la fortuna di essere musicata e più volte trasmessa alla radio, nonché interpretata da vari cantanti e cori.
Originario della provincia di Vicenza, Fossati venne alla luce a Lonigo il 3 febbraio 1900, in una famiglia agiata di proprietari agricoli di Chiuppano (VI), costretta a emigrare a Rovigo, dopo il crollo economico provocato dalla Grande Guerra.
Quando arriva in Polesine, non ha ancora vent’anni e, per mantenersi, si adatta ai mestieri più umili, facendosi infine assumere come fattorino alle Poste. Sulle orme di Eugenio Ferdinando Palmieri (vedi Ventaglio n.58 pag.70 e successive), riprende gli studi interrotti nel paese natio, senza tuttavia concluderli, come l’amico letterato, tutto preso e affascinato dal giornalismo e dalla poesia.
Ottenuto l’incarico di impiegato comunale e raggiunta la necessaria stabilità economica, che gli consente di mettere su famiglia, Fossati può dedicarsi all’attività letteraria, spartendo il tempo libero fra la cronaca cittadina (collaborando con i quotidiani locali, a partire da La Voce del Mattino) e la composizione di liriche e racconti. A tal proposito, negli anni settanta Gian Antonio Cibotto scrive che “all’anagrafe Fossati era il più vecchio dei cronisti, ma nella vitalità ancora il più giovane… all’ufficio del mercato annonario di giorno e poi, di notte, è intento a scrivere per Carlino e Gazzettino…”. Di lui, si ricordano le partite nottambule a scopone, al Caffè Nazionale e le animate e interminabili conversazioni letterarie al Caffè Lodi, frequentato dagli intellettuali e artisti polesani più illustri (Valeri, Palmieri, Rizzi etc.).
Ma la stagione letteraria più significativa è legata alla rivista “L’Abbazia degli illusi”, della quale Fossati, allora giovane e irrequieto, è cofondatore con Nando Palmieri e Gastone Martini e, in seguito, anche amministratore. Alla rivista, salutata all’inizio da uno straordinario successo, collaborano tutti i maggiori artisti non solo polesani (qualche nome: Quarantotti Gambini, Paolo Monelli, Corrado Alvaro).
L’impresa dura tuttavia poco meno di un paio d’anni, ma infonde nuovo vigore creativo al Nostro, che pubblica qualche tempo dopo, con lo pseudonimo di “Sofista”, due tomi della prima raccolta di versi “Il tempo perso” (1930-31). Questo titolo, che pare quantomeno curioso e anticonformista, è probabilmente rubato al sottotitolo della rivista, vergato da Palmieri: “Breviario del tempo perduto”. Un prestito letterario, che ci fa intuire lo stretto legame fra Fossati e l’affermato giornalista-scrittore, ambedue originari della provincia di Vicenza e quasi coetanei (Palmieri di pochi anni più giovane).
Dovranno passare vent’anni, prima che la vena poetica di Fossati riprenda a cantare, stavolta in dialetto, con un titolo, “Polesine”, che rende da solo la struggente passione lirica dell’autore per la sua terra. (1952). A seguire, vent’anni dopo, una raccolta di epigrammi (“Minime con qualche massima” del 1973); poi “El Scanciorlin de tatarete in rima” nel 1977 e i libri aneddotici “Una regina a Rovigo” (1978) e “La moglie del prefetto” (1980).
Finita la stagione letteraria – che dalle poesie in lingua e dialetto si è poi riversata nei tanti racconti in prosa, narrati con piglio cronistico arguto e discorsivo – Fossati è rimasto l’ultimo testimone della vita culturale della sua “Rovigheto”. Si spense in solitudine il 12 luglio 1986.
Nelle sue poesie, Fossati mette in rima vicende senza storia, ricreate per ingannare il tempo. La trascrizione poetica, in una metrica approssimativa, assume le forme delle quartine e dei sonetti in versi ottonari, con il rispetto delle rime. Si coglie, nelle simpatiche vicende quotidiane, la ricerca di un genere, di un modulo poetico, di figure e personaggi che rispecchino la realtà del piccolo mondo polesano.
Nella poesia che segue “Sonetti a Nina”, Fossati ci appare per quello che è: un cronista spiritoso, divertito, che costruisce componimenti poetici ispirati al tema più diffuso: l’avventura amorosa, con Nineta al posto della Nina di Palmieri.
Sonetti a Nina
Nineta, dame un baso… Ma via, no farme ‘l muso che no l’è questo ‘l caso: un baso no fa buso
Co vien sera e fora el vento el se missia co la piova, Nina, al cuor che strucamento a star soli che se prova…
Par mandarte un bel baseto su la boca el fogo stuo; e un to baso a scuro speto che ‘l me diga: ricevuo…
Il Fossati delle rime facili, spesso si presenta come il poeta dei matrimoni, delle feste, ma anche dell’osteria e del buon vino, che egli tracanna volentieri, in compagnia dei sodali. La vena più sincera scorre lungo gli argini del Po, tratteggiando con bonarietà la sua gente – poveri e ricchi – tutti disponibili, lavoratori e caratterizzati da un grande cuore:
“La me gente rovigota/l’è de origine vilana,/ma la gente polesana/no l’è fata che cussì…/l’è gente brava e bona/che lavora note e dì…/la nostra gente,/sia co i cali che co i guanti/l’è a la man con tuti quanti/dal gran cuore che la ga…”
L’affetto per l’ambiente di vita si rende ancora più esplicito quando l’autore, da sempre attento alle vicende polesane, punta la sua attenzione sui tanti che vi hanno lavorato per rendere vivibile la terra sottratta alle alluvioni. La poesia “Delta Po” mette in scena una lotta infinita con il fiume, una vita di lavoro.
Delta Po
A semo tanti e sem come i peoci, a semo tanti come le sansale, a semo tanti e no gavem che i oci, ma sem tegnissi come strope zale.
Par quante malatie le più pitoche fra i nostri fioi le fassa medaùra, per quante sia disgrassie, e no l’è poche, cressemo sempre e no gavem paura.
Sporte de pan o sachi de farina, quando che in casa scarso ‘l xe ‘l magnare, un pasto de fasoi o una galina da dove i vien nessun ghe sta a badare. Tanto i paroni i xe paroni lori E le done se sa che le se piega, e se qualcuna la ghe scapa ai siori no la ghe scapa certo al capolega.
In fondo par le done l’è l’istesso, l’è ‘l so destin de deventare mame e i omeni papà, anca se spesso el nome de papà no l’è che fame.
Xe proprio vero: come i mussi a semo, sempre a le stanghe e sempre bastonà… Ma se dal caso un giorno se stufemo, i sentirà sul muso che sgiarà…”
Il contenuto, richiama il tema ricorrente della povertà in Polesine, delle sofferenze fisiche e morali, della mancanza di igiene e tutela della salute. Certo qualunquismo – giustificato dalla cultura dell’epoca (pensiamo alla condizione della donna, per es.) – non esclude, tuttavia, riflessioni cariche di umanità per i tanti schiavi del lavoro, per la fame e le profonde differenze sociali. Alla fine si coglie anche un richiamo alla rivolta, che, storicamente, proprio in Polesine era esplosa con la “Boje”.
Nella poesia che segue, “I scariolanti”, Fossati, oltre alla sommaria descrizione del lavoro, richiama un canto popolare, tuttora in circolazione. Gli scariolanti si tramandano il loro lavoro da generazioni, come un’arte che solo essi sanno esercitare: quella di scavare un canale, riempire le buche, alzare gli argini. La carriola è lo strumento che dà loro da vivere e ad essa sono legati da un sentimento perfino familiare. Dai versi, spira un sentimento di solidarietà, che in nessun caso fa posto a qualche accento di protesta.
I scariolanti
Come i me noni come me pare co la cariola vao lavorare.
Da venti secoli e anca de più volto la tera da soto in su.
Volta e rivolta tòrnela rivoltar, a semo i scariolanti larì larò che vano a lavorar.
Stropo una busa, scavo un canale, parchè nol rompa el Po mai più.
Grande fortuna ha incontrato in particolare la citata poesia “Polesine”. Musicata con straordinari effetti da Sergio Liberovici all’inizio degli anni sessanta, conosce una larga diffusione via radio attraverso l’esecuzione di Margot, voce assai nota delle canzoni di protesta.
In materia, il commento di Gigi Fossati, autore dell’apprezzato testo poetico, è stranamente laconico: “Fu così che Giorgio Vecchietti (giornalista) ne portò una copia (la raccolta di poesie dialettali del 1952) a Torino e la fece conoscere al musicista Sergio Liberovici. Questi rivestì di note una poesia, quella intitolata “Tera e aqua”, la cui musica viene talora trasmessa alla Radio, cantata dal Duo di Piadena e dalle solite Margot, Desy Lumini e Luisa Ronchini. E la musica di “Tera e aqua” sovente fa da sottofondo a sceneggiati televisivi che parlano della vita e delle genti rivierasche della Bassa Padana” (Gigi Fossati-Una regina a Rovigo-Istituto di Arti Grafiche- Rovigo 1978).
Pare quasi che la fortuna del canto lo riguardi solo indirettamente, forse per la parte preponderante riservata alla musica e a chi la eseguiva. Resta il fatto che il canto, poi armonizzato per il coro adriese “Soldanella” negli anni ottanta del secolo scorso da Giorgio Vacchi, è entrato a buon diritto nella storia dei canti popolari.
Ambientata con accenti epici nel suggestivo paesaggio del Delta, laddove acqua e terra si confondono all’orizzonte, rende con forza espressiva la durezza del lavoro, avvertito quasi come un castigo divino. Solo la sera porta quiete e serenità, con la minestra di fagioli, cui “se fa ‘na bona siera”. Alla fine, l’incubo dell’acqua riempie perfino i sogni e non resta che rassegnarsi finché “se crepa e buonasera!”.
Polesine
Tera e aqua, aqua e tera! Da putini che da grandi: “Siora tera ai so comandi, siora aqua buonasera!”
Tera e aqua! Se lavora soto un sole che cusina… Tera e aqua! A la matina Se scomissia de bonora.
Tera e aqua! Tera nuda, gnente piante, gnente ombria… sta fadiga mai finia la comanda che se suda.
Tera e aqua! A mesogiorno quel paneto che se magna no gh’è aqua che lo bagna e gh’è aqua tuto intorno.
Tera e aqua! Co vien sera Tuti intorno dona e fioi, a ‘na tecia de fasoi se ghe fa na bona siera.
Tera e aqua po la note se se buta sora el leto e se sogna par despeto aqua e tera, piene e rote.
Sempre aqua e sempre tera! Da putini che da grandi: “Siora tera ai so comandi…” po se crepa, e buonasera!
Per concludere, Fossati va ricordato come l’ultimo testimone di una irripetibile stagione polesana, della quale egli ha registrato l’intera storia: ha raccontato un’infinità di aneddoti, tracciando profili di personaggi e vicende che tanti di noi non conoscevano. Di una, “L’abbazia degli illusi”, ha detto un po’ tutto: l’enorme successo iniziale, le firme prestigiose ospitate, il fallimento economico descritto con effetti comici e l’epitaffio in rima. “Samuele, novello Bonaparte, (il Suriani soprannominato Samuele Tiraca per la proverbiale tirchieria) distrusse degli Illusi l’Abbazia – scusandosi col dir non vale l’arte – il becco di un quattrin. E così sia”.
La passione di cronista, sempre con taccuino e penna in mano, resta l’immagine più vera, accresciuta dal rispetto e dall’ammirazione per i poeti e letterati frequentati con l’intenzione di apprenderne l’arte e lo spirito.
Improvvisatore di rime e arguti commenti, Gigi Fossati ha fatto la sua parte, con onestà e umiltà.
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Come citare questo articolo
Claudio Garbato. “Gigi Fossati (1900-1986)”. Ventaglio Novanta, n. 61, 2020. https://ventaglionovanta.it/archivio/gigi-fossati-1900-1986/