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PERSONAGGI ILLUSTRI

Rina Malatrasi (1922-2020)

La grande cantante lirica di origini rodigine ci ha lasciato il 20 settembre 2020, all’età di 98 anni

di Rosanna Beccari

Ventaglio Novanta n. 61 2020 pp. 97–101

“Con la scomparsa di Rina Malatrasi, soprano di fama internazionale, se n’è andato un importante pezzo di storia della cultura e della tradizione lirica. La grande artista, che ha fatto conoscere Rovigo nel mondo, facendo emozionare chiunque abbia avuto la fortuna di ascoltare il suo bel canto, lascia nella nostra comunità un vuoto incolmabile, ma anche un’importante eredità artistica da tramandare”. Con questo commento il sindaco di Rovigo, Edoardo Gaffeo, si è congedato da una stella nel firmamento della lirica, partita proprio dal nostro Polesine per conquistare i più prestigiosi teatri d’oltre oceano.

Rina Malatrasi, figura di spicco del panorama lirico mondiale, era nata nel 1922 a Calto, il più piccolo paese della Provincia di Rovigo, con poco più di settecento anime e avvolto tra le nebbie dell’Alto Polesine, in una famiglia di agricoltori con nove figli (lei aveva una sorella gemella, Maria), da papà Augusto, morto ancora giovane, e mamma Gemma Basaglia, che da bambina era emigrata in Brasile. I suoi genitori erano buoni e comprensivi, conducevano un’esistenza modesta fatta di ristrettezze, ma dignitosa e serena; riuscirono a far studiare tutti i figli e a Rina piaceva molto la scuola, dove riportava valutazioni alte.

Ma la peculiarità della famiglia Malatrasi era il gusto per il canto, che tutto il paese conosceva: cantavano tutti e tutto il giorno, in ogni circostanza, compresa la S. Messa della domenica. Cresciuta in questa atmosfera “canora”, Rina mostrò ben presto un’attitudine per il canto, avendo una voce bella e intonata, oltre a divertirsi nell’agghindarsi e recitare, facendo intuire le sue doti di presenza scenica. Lei stessa poi ebbe ad ammettere: “Ho sempre amato vestirmi e travestirmi, quasi avessi un precoce istinto per la recitazione e per la scena. Ero sempre la prima donna”. Ruolo che per la verità da bambina interpretava rifugiandosi in campagna, lontano da occhi indagatori.

All’epoca cantava un po’ di tutto, non avendo ancora idee definite, fino a quando illuminante fu l’avere assistito all’esibizione del soprano Toti dal Monte (pseudonimo di Antonietta Meneghel, 1893-1975), che le fece scoprire l’opera e il canto lirico. Avrebbe subito voluto seguire le sue orme, ma le condizioni economiche della famiglia non glielo permettevano. Ed è qui che le fu propizio l’aiuto di alcune persone: dal padre – che suonava la cornetta nella banda del paese – aveva imparato a leggere la musica; il parroco don Carlo fu il primo ad avviarla facendole cantare degli assoli in chiesa; quindi, nel 1935, il maestro Amelio Rigolin la volle protagonista a soli tredici anni nell’operetta Cenerentola di Edoardo Berlendis al teatro di Lendinara.

Determinante fu però l’iniziativa della sorella Velia, la quale, rispondendo ad un annuncio sul giornale, la iscrisse ad un’audizione, che le permise di iniziare a studiare al Conservatorio di Padova sotto l’egida niente meno che di Gilda Dalla Rizza, leggenda vivente della lirica che, dopo una trionfale carriera ventennale, si era data all’insegnamento. Da quel momento Gilda divenne una sorta di “mentore” per Rina, che la seguì a Venezia, nel ‘39, quando questa ottenne la cattedra di Canto nel Conservatorio “Benedetto Marcello”. Con lei studiò per sei anni fino al diploma (conseguito nel 1946 con voto 10), divenendo per la giovane caltese non solo maestra e modello cui ispirarsi, ma anche preziosa aiutante (la introdusse alla Fenice, dove la fece debuttare, al secondo anno di conservatorio, nel ruolo di un travestito ne L’amico Fritz di Mascagni), nonché figura di riferimento anche poi nella professione, tant’è che andava spesso a trovarla per chiederle dei consigli, soprattutto prima di intraprendere una nuova opera.

Il vero debutto fu però, nell’ottobre del ‘46, al Teatro Sociale di Rovigo con la Madama Butterfly di Puccini, dove, neodiplomata di soli 24 anni, riscosse un clamoroso successo, più volte poi raccontato alla figlia Maria Grazia, che lo riferisce così con un filo di emozione: “Al botteghino c’era la fila e la sera della prima il teatro straripava, tanto che tennero le porte aperte: era accorsa tutta Calto ed anche suo padre, che però per un malore si perse il trionfo della figlia; al termine, il pubblico era rimasto in piedi ad applaudire per un quarto d’ora e poi continuarono a parlare di lei fino a notte inoltrata in piazza Garibaldi”.

Consacrata nella sua stessa terra (il detto “Nemo propheta in patria” non è dunque sempre valido), a poco più di un anno dall’esordio, la Malatrasi era richiestissima dai teatri italiani, dimostrando, a fronte della sua giovane età, un professionismo scrupoloso, fatto di lungo studio e attenta preparazione, uniti ad una fine sensibilità recitativa, che la resero in grado di interpretare mirabilmente tre ruoli destinati a divenire fondamentali nella sua carriera: Cio-Cio-San di Madama Butterfly (il suo cavallo di battaglia) di Puccini, la Margherita del Mefistofele di Arrigo Boito e Mimì de La Bohème pucciniana, cui poi si aggiunse la sartina Luisa, protagonista dell’opera omonima di Gustave Adelphoe Charpentier. Eroine complesse, che si prestano ad una vasta gamma di sentimenti e richiedono un’interprete completa sia a livello vocale che di presenza scenica.

Furono riconosciute alla soprano polesana particolari doti empatiche, capaci di coinvolgere emotivamente gli astanti; il tutto agevolato dalla presenza scenica di una bellezza elegantemente sensuale. Può essere eloquente, a questo proposito, un aneddoto che ci ha raccontato la figlia: “Certe volte perfino il suggeritore singhiozzava per la commozione, così che non riusciva più a suggerire”.

Mentre la critica la osannava¹ ed il pubblico la adorava, le giunse un’inaspettata proposta che avrebbe cambiato il suo destino: una crociera in Australia insieme ad altri giovani cantanti lirici, inizialmente prevista per quattro mesi (gli ultimi del 1948), ma che per il successo riscosso sarebbe durata un anno e mezzo. Dopo qualche perplessità, Rina accettò e salì su quella nave – che lei stessa poi definì “galeotta” – andando incontro così al suo destino.

Durante la traversata, fra gli altri ospiti, conobbe infatti un giovane aitante di Palermo, avvocato mancato per inseguire anch’egli la sua vocazione di baritono, Ferdinando Li Donni, e se ne innamorò perdutamente, ricambiata. Fu un colpo di fulmine, che li condusse al matrimonio dopo pochi mesi (15 novembre ‘48), dando inizio ad un sodalizio sentimentale ed artistico di rara profondità.

La tournée, dai ritmi serrati, toccò le principali città australiane (Melbourne, Sidney, Wellington, Dunedin, Invercargill, Brisbane, Adelaide, Perth), con qualche puntata in Nuova Zelanda. La “compagnia” di musicisti italiani, prima nel suo genere, fu accolta molto favorevolmente, ma la primadonna – come nei suoi sogni da bambina – era lei, “la piccola e maliziosa Rina”, “la bella e bravissima”, “la farfalla”, il soprano Rina Malatrasi “dalla voce di velluto”. I giornali parlavano quasi esclusivamente di lei, con toni superlativi ed enfatici², non senza suscitare qualche invidia tra i compagni.

Il ritorno in Italia segnò un forte cambiamento per i due coniugi: legati da una profonda intesa, di coppia e professionale, tuttavia costretti a vivere spesso l’uno lontano dall’altra, al punto da avere due abitazioni a Roma e a Milano, anche se risiedevano nella casa dei genitori di lui nella capitale. Gli anni Cinquanta furono impegnativi per entrambi: proprio quel lavoro comune, che li aveva uniti, cominciò a dividerli, costretti a girare, spesso separatamente, per i vari teatri italiani.

Sul finire di quel decennio, Rina si regalò un tour di ritorno nei luoghi a lei cari: la Padova degli studi, la Rovigo natìa e l’amata Ferrara, mentre il marito rimaneva per lo più a Roma, raggiungendola quando poteva.

Tutto a gonfie vele, finché nei primi anni ‘60 la brillante carriera di Rina Malatrasi si interruppe bruscamente per una serie di circostanze e problemi familiari. Agli inizi del 1963, una gravidanza difficile la costrinse a rinunciare a diversi contratti e, dopo la nascita dell’unica amatissima figlia Maria Grazia (il 15 dicembre), secondo il sistema di allora, le risultò difficile rientrare nel circuito lavorativo, anche perché, per farsi aiutare nella maternità, aveva scelto di tornare nel suo paese di origine, a Calto. Qui la raggiunse qualche tempo dopo Ferdinando, che continuava a dividersi fra lavoro e famiglia, fino a quando iniziò a manifestare dei problemi di salute, che lo portarono ad una morte prematura nel febbraio 1969.

La vita di Rina subì una svolta decisiva: sempre più lontana dalle scene, rimasta vedova a soli 45 anni con una bambina piccola, decise di mettere la sua conoscenza ed esperienza al servizio dell’insegnamento, cui si dedicherà per il resto della sua vita, formando diverse decine di cantanti, prima nel conservatorio musicale di Rovigo e poi di Verona; vivendo a Milano fino agli anni ‘90, quando il richiamo delle radici l’ha riportata definitivamente in Polesine.

“Partiva alle 5 di mattina e tornava alle 20 di sera, senza mai lamentarsi”, racconta la figlia che la ricorda come “una donna con una carica di energia fuori dal comune, che amava circondarsi di cose belle e prendersi cura del suo aspetto, al punto che, quando i suoi ex allievi andavano a trovarla, voleva sempre mostrarsi in ordine. Donna molto bella con un forte carisma, aveva sempre suscitato un grande fascino sugli uomini ed era amata da tutti. Di grande generosità, ha regalato tante lezioni e pasti a chi non poteva permetterselo”.

Sempre dedita alla famiglia: la figlia e i due nipoti Francesca e Gabriele, negli ultimi tre anni era accudita nella casa di riposo dell’Iras di Rovigo; lucida fino all’ultimo, riservata e modesta, nonostante l’importante passato, se n’è andata in punta di piedi con la stessa sobria compostezza con cui ha vissuto la sua longeva esistenza. Lei, che con la sua bella voce di soprano ha raggiunto la fama internazionale portando il nome di Rovigo sui più prestigiosi palcoscenici del mondo, ricordata ormai da pochi che hanno avuto la fortuna di conoscerla ed apprezzarne le doti canore di persona, ma con l’auspicio che in futuro la sua terra le renda il dovuto omaggio.

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Come citare questo articolo

Rosanna Beccari. “Rina Malatrasi (1922-2020)”. Ventaglio Novanta, n. 61, 2020. https://ventaglionovanta.it/archivio/rina-malatrasi-1922-2020/

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