C’è una strana luce negli occhi di un artista. Chiamala ‘colpo di genio’, ‘emergenza creativa’, ‘esplosione emotiva’, ma comunque in un momento, in quel momento, ecco che nasce qualcosa di speciale.
Succede ogni volta a Denis Raccanelli, scultore mantovano che oggi vive a Sermide, ma che per 30 anni ha abitato in Polesine, a Castelmassa, dove dal 1982 al 1990 ha insegnato Scultura e Scienza dell’Educazione Visiva all’Istituto d’Arte, dopo essere stato prima al Liceo Artistico di Padova, poi all’Istituto Statale d’Arte della stessa città, ed avere esposto una propria opera nel 1979 alla Biennale del Bronzetto Dantesco di Ravenna.
“Amo il Polesine, è una terra ospitale e generosa, molto diversa dalla mia terra natìa, il mantovano – spiega -. Da Castelmassa in poi, ho conosciuto persone importanti che mi sono diventate amiche. Con loro ho collaborato a diverse iniziative, in tutta la provincia, che mi hanno dato molte soddisfazioni”.
Quando è il momento giusto per mettersi all’opera?
“Comincio a realizzare quando l’adrenalina mi spinge a fare le cose. Rischio di arrivare sempre sul filo di lana, perché quando ho tempo davanti rielaboro i progetti che ho in testa. Soltanto in un secondo momento mi metto a lavorare l’argilla, con la consapevolezza di ciò che devo fare. Questo materiale è fantastico, abbondante in Polesine, e si presta a ripensamenti fino alla fine, a differenza di marmo o del legno. Tendo a migliorare le mie opere fino all’ultimo istante, e per questo l’argilla combacia appieno con il mio carattere”.
Da dove nascono le idee?
“Partono da alcune intuizioni a cui tento di rispondere con una forma. Affronto il passaggio attraverso un ragionamento filosofico, un approccio che si nutre di letteratura, cinema, teatro e si traduce poi in una scultura. Tra il primo momento, quello dell’illuminazione, e l’opera finita navigano una marea di incertezze, dubbi, schizzi su carta senza alcun valore estetico, ma che sono un promemoria di un percorso da intraprendere”.
Cosa scolpisce e quali artisti la ispirano?
“Sono soprattutto soggetti contemporanei, che affrontano temi di oggi. Ad esempio in ‘Linee disturbate’ c’è il tema della comunicazione, della non comunicazione e della superficialità della comunicazione. Appartengo al filone ‘figurativo’, più al ‘900 che al nuovo secolo. La figuratività che amo è quella simile a quella di Alberto Giacometti, non nel senso della cura pura e semplice della forma, come Henry Spencer Moore o di tipo soltanto concettuale di Marcel Duchamp. Ho amato molti scultori, pittori, grafici, fumettisti; utilizzo da ogni parte suggestioni di molti linguaggi. Sono appunto molto contemporaneo”.
Quali sono le tappe più importanti del suo percorso di artista in Polesine?
“La mia prima personale è del 1983, a Badia Polesine. Qui affino le tematiche ricorrenti: le ambiguità sessuali, la levità delle ambientazioni assenti, le sospensioni e i dubbi dello spirito, la sacralità laica dei deliri angoscianti di un Eros che si specchia in Tanathos, che vengono poi convogliate nella personale a Palazzo Roncale di Rovigo nel 1987, con un saggio critico di Giorgio Segato. Nel 1993 porto una personale all’Accademia dei Concordi a Rovigo, presentata da Antonio Romagnolo: la materia accoglie assunti e euritmie che armonicamente fondono lo spazio scultoreo con il piano pittorico, in un crinale che percorre l’ambiguità e il limite in una contiguità che produce risonanza reciproca. Nel 2000 per conto della comunità bergantinese, realizzo un rilievo che viene donato al papa durante il ‘Giubileo dello Spettacolo’ e, nel 2007, l’installazione plastica per la nuova piazza del comune di bergantino “Atalanta e Ippomene + piani plastici + Piazza nuova”; poi un laboratorio di scultura, nato in collaborazione con il comune e con un gruppo di 25 studenti della Scuola primaria di Ficarolo, che produce una istallazione posta nei pressi della scuola”.
Anche il Museo dei Grandi Fiumi di Rovigo accoglie le sue opere
“Sì, sono presente con installazioni in terracotta a carattere didattico: sculture di animali presenti un tempo sul territorio veneto, come orsi e cervi; un prototipo del ‘Sarcofago degli sposi’ del periodo Etrusco, nell’omonima sala, pezzo di dimensioni naturali; gli agrimensori, ovvero un plastico, che mostra una scena in sequenza di 5 – 6 figure con persone impegnate a piantare paletti, o a usare il groma, un misuratore di inizio centuriazione, utilizzato in periodo romano per calcolare le dimensione dei campi e la lunghezza delle strade; un bozzetto poi non trasformato in scultura, che ritrae il Fetonte che avrebbe dovuto essere sospeso tra le arcate del museo archeologico. Da ricordare anche “‘Mi riconosci vento?’ l’esperienza dello Specchio d’argilla”, iniziativa che ha fatto tappa anche a Fratta, Este e Castelmassa, dal 2014 al 2017, anno di scomparsa dell’amico Sergio Garbato. Nel 2019, questo ‘artificio teatrale’ dove i miei lavori si staccano dall’autore e raccontano cosa sono attraverso performance recitate, si trasforma, grazie alla collaborazione con l’Arci di Rovigo e Lino Pietro Callegarin, in ‘Mi riconosci vento’ in Pescheria Nuova a Rovigo”.
C’è stata una stretta collaborazione anche con il Comune di Arquà Polesine
“Sì. Ho realizzato le sculture, pezzi unici, da consegnare ai vincitori del Premio Raìse, concorso letterario annuale dedicato alla riscoperta dei dialetti veneti, organizzato dalla Biblioteca comunale. L’architettura del castello estense e gli affreschi nelle sale interne, hanno ispirato le mie creazioni”.
Cosa le piacerebbe creare per la città di Rovigo?
“Ricordo che l’amico Gabbris Ferrari vide una mia opera, ‘L’uomo che ascolta’, di quasi 2 metri. ‘Sarebbe bello installarla sotto i portici di piazza Vittorio Emanuele II’, mi disse, perché non rappresenterebbe un freddo monumento ma un’opera che interagirebbe con le persone… Cosa sta, infatti, ascoltando l’uomo con l’orecchio appoggiato a un muro o a una colonna? Cosa si cela al di là? Sarebbe motivo di curiosità e riflessione. Ho avuto una stretta amicizia anche con Sergio Garbato. Per lui mi piacerebbe creare qualcosa, per lasciare un segno che resti nella memoria: un busto, una presenza di qualsiasi genere per non smettere di parlare di lui”.
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Come citare questo articolo
Elisabetta Zanchetta. “Denis Racanelli e l’argilla”. Ventaglio Novanta, n. 61, 2020. https://ventaglionovanta.it/archivio/denis-racanelli-e-largilla/