Le cavane, allineate sul bordo della laguna, erano silenziosi guardiani, custodi dello specchio d’acqua che si preparava alle carezze del tramonto imminente.
Marino parcheggiò con la consueta destrezza la sua Ape nella piazzola erbosa che precedeva l’argine della sacca. Saltò giù e, con agilità, s’avviò verso il breve ponticello in legno che conduceva alla “villa al mare”… Così l’anziano pescatore chiamava la sua cavana.
– Sto meglio lì che a casa! – ripeteva spesso.
Aprì la porta entrando in quell’unica stanza che odorava di miscugli speciali, dai quali sapeva riconoscere l’acre pregnanza della salsedine e delle alghe che s’erano ormai aggregate alle maglie delle reti e delle nasse.
Uscì sulla breve terrazza che dava al mare e salì sulla barca. Il sole pendeva sull’orizzonte come un’enorme goccia di miele pronta a fare “PLUF” dietro il fitto ammasso delle tamerici dell’oasi di Ca’ Mello.
Con un secco strattone avviò il motore, dirigendo l’imbarcazione verso la riva opposta. Alla sua sinistra si stagliava il breve promontorio di “Marina 70”. Ne distingueva il giardino ingentilito dalle chiome dei pini marittimi e la collinetta che sorreggeva un’àncora eretta per non dimenticare la catastrofica alluvione del ‘66.
Ricordava quella furia con lucidità, rabbrividendo al pensiero di quando le acque avevano soverchiato argini e sradicato alberi, infrangendosi contro la barriera delle boscaglie intrise di salsedine primordiale. Pareva che in poche ore si fossero radunate qui le Ere dalle quali s’era differenziata la terra dall’acqua. Il caos più turbinante e disordinato era la voce di quell’alluvione divenuta storica.
Virò lentamente di fianco agli impianti d’allevamento delle cozze che pendevano come trame d’un tessuto etereo. Spense il motore lasciando che la barca percorresse l’ultimo tratto seguendo l’inerzia.
Il Cristo della Sacca ora gli volgeva le spalle. Quell’immagine immobile ed essenziale lo indusse al silenzio di ogni pensiero, ad un sentimento strano che lui avvertiva come il materializzarsi della devozione o forse della fede. Posto al confine tra la sacca di Scardovari e l’oasi di Ca’ Mello quella sorta di capitello era un limite oltre il quale la terra, consistente e dura, evaporava nella trasparenza dell’aria diventando cielo infinito.
Marino saltò giù dalla barca salendo poi lungo la scarpata di massi accatastati a rinforzo dell’argine di terra. Percorse il dislivello che lo separava dal Cristo per portarsi sul muretto che bordava la strada. Da quell’altezza fu nella stessa posizione del Crocifisso. Recitò una delle sue brevissime preghiere che in realtà erano solo un paio di parole: – Signore aiutame! –
La sera, oltre il limite della laguna, radunava le creature con variazioni di luce e, man mano che questa si trasformava in buio, c’era tra le chiome degli alberi, un raccoglimento che poteva sembrare uno speciale concerto, un susseguirsi ininterrotto di suoni, fruscii, gorgoglii, grida di creature invisibili. Durante il giorno s’erano nutrite di luce e d’aria salmastra e ora si nascondevano nell’alcova dei nidi a chiudere il ciclo ideato secondo un ordine ancestrale.
Il Cristo, con le sue braccia aperte sulla croce, non gli dava l’impressione della sofferenza bensì d’una liberazione, come un richiamo imperativo alla vita che si rinnovava. Il fondale del cielo era già diluito in un’unica tonalità dalle sfumature rosate: nulla più esisteva dell’accecante aggressività solare che, durante il giorno, aveva pizzicato il mare.
Marino ripassò con lo sguardo l’estesa vegetazione dell’oasi: una pastosa aggregazione di verde dalle infinite tonalità cangianti al variare della luce che ormai era ombra crepuscolare. Respirò il profumo che a quell’ora esalava dal mare e dalle piante, fuso in fragranze aspre e dolci nel contempo. Ora gli giungevano più nitidi i richiami degli uccelli. Riconobbe lo stridere metallico ed intermittente dei fagiani che rincorreva quello più vibrante e gradevole delle quaglie intercalato alle grida brevi delle garzette venute dalle acque dolci del Grande Fiume.
Scese dal muretto e si portò di fronte al Cristo. Gli parve un uomo come lui che a sera trovava la pace. Nessun grido, nessun dolore. Nemmeno quella corona di spine sembrava più una tortura. Era lì, posta sulla sua testa a ricordare un tormento che s’era acquietato e trasformato in sonno sazio di ogni bellezza e vuoto di ogni male.
Gli toccò i piedi accavallati e uniti dalla ferrea atrocità dei chiodi. Si segnò mentre il buio avanzava, cancellando le fisionomie delle cose e trasformandole in ombre.
Marino ripercorse l’ammasso dei sassi arginali raggiungendo la barca. Vi entrò come in una stanza di casa. Le tavole dello scafo scricchiolarono e l’imbarcazione dondolò.
La laguna era piatta, in pace col cielo: una sorta di abbraccio, di fusione nella quale sembrava ricomporsi l’Infinito. Sulla riva opposta le cavane custodivano segreti di pescatori impigliati tra le maglie delle reti intrise di sale, e su tutto dominava la silenziosa magia del buio addolcita dall’apparire della luna. Come un’enorme moneta veniva a restituire la luce di un giorno finito, mentre al vento salmastro planava l’ultimo gabbiano.
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Come citare questo articolo
Rosetta Menarello. “Il Cristo della Sacca”. Ventaglio Novanta, n. 61, 2020. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-cristo-della-sacca/