Mi allontanai di qualche passo per ammirare il mio capolavoro: la tavola apparecchiata era davvero perfetta. La tovaglia di fiandra color burro e senza una piega, i tovaglioli rigorosamente allineati a sinistra, il servizio di piatti acquistato per l’occasione: splendide ceramiche con i bordi delicatamente decorati ad aragostelle, spicchi di limone, un paio di cozze e un’ostrica, il tutto in rilievo e dipinto con mano sapiente. Belle anche le posate da pesce che la luce delle lampade in sospensione risaltava tra i bagliori azzurrini degli eleganti e modernissimi bicchieri di cristallo perfettamente disposti per le bevande: un prosecco da aperitivo, un Lugana da pasto, l’acqua e il vino da dolce a seguire. Mi ero ben informata e sapevo di aver fatto le scelte giuste per gli abbinamenti della serata.
Come decoro a centrotavola, una composizione bassa e non pretenziosa, addolcita da mimose selvatiche e rametti di indaco bastardo che incorniciavano tre candele al cedro. Poco scostato, un vassoio trasparente che raccoglieva un letto di ghiaccio finemente triturato, su cui poggiavano languidi, tra barchette di limone, 20 grossi fasolari dischiusi. Sembravano tante piccole bocche semiaperte, voluttuose ed invitanti.
Sorrisi, ricordavo bene la mia prima sorprendente degustazione di fasolari che, come avevo poi imparato, si chiamano anche noci di mare o coppa chione o venere chione. Venivo dai monti del bellunese e il pesce che conoscevo era per lo più del grasso e robusto pescato d’acqua dolce, il mio palato, non abituato al molle, succulento e sensuale sapore dei crostacei, ne restò incantato.
Controllai il risotto alle vongole e spensi il fuoco. Qualche minuto senza fiamma e la cottura al dente sarebbe stata portata a termine nel suo stesso calore. Il Carnaroli polesano è davvero ottimo per la preparazione dei risotti.
Le grosse vongole veraci che definivo “cicciose”, acquistate già filtrate, come tutto il pesce, da un fidatissimo pescatore di Porto Levante, le avevo saltate in padella con aglio, olio, prezzemolo, una punta di peperoncino e un’allegra spruzzata di vino bianco e fermo. Fortunatamente non parevano contenere un granello di sabbia ed erano squisitissime. Quella era la prima cena che preparavo a base di pesce e qualche imperfezione da neofita ci poteva di certo stare, ma volevo che tutto fosse perfetto, si trattava di una serata troppo importante, c’era molto in ballo… forse il mio futuro.
Asciugai amorevolmente le foglioline di prezzemolo che avrebbero decorato e profumato il risotto alle vongole, poi diedi un veloce e ulteriore controllo alle 6 trigliette dentro il forno ormai spento ricontandole ossessivamente, quasi potessero ammutinarsi o tentare la fuga dalla teglia, solo per crearmi imbarazzo! La profumata salsina di scalogno, pezzetti di datterino, alloro e una spruzzata di vino bianco, coperta a fine cottura da un velo di zafferano e che avevo fatto addensare sulle trigliette, emanava un aroma da svenimento. O ero io che quella sera risultavo facile candidata all’eccesso di emozioni? Desideravo ardentemente che anche questa portata fosse all’altezza delle aspettative che avrebbe creato e che non andavano assolutamente deluse.
Mentre accendevo le tre candele del centrotavola, pensai che avevo preparato un pasto saporito e sostanzialmente semplice, a base di genuini e gustosi prodotti polesani. Una terra, il Polesine, che avevo imparato ad apprezzare, abituandomi alle distese di campagne piatte e ben coltivate, emozionandomi alla vista dei pioppeti snelli ed eleganti quanto silenziosi e misteriosi, facendo faticosamente amicizia con la nebbia che ovatta traffico e pensieri ma è davvero tanto romantica per gli innamorati. Questo Polesine dove il padre di tutti i fiumi scorre e si concede con signorile e tranquilla magnificenza, ma mostra a tratti anche il suo impeto violento e può rimangiarsi, di botto, terre, alberi, golene e promesse e sogni… era una terra che mi ospitava ormai da un paio d’anni con generosità, che mi aveva offerto un buon lavoro, che mi aveva – miracolo! – anche fatto conoscere e innamorare dello Chef di un rinomato ristorante del Delta.
Avevo avuto l’incarico di organizzare una cena aziendale a base di pesce e, dopo varie consultazioni e ricerche, avevo optato per un locale del Delta. volevo verificare che le stelle attribuitegli fossero effettivamente un giusto riconoscimento alla buona cucina e mi ci ero recata da sola, per poter decidere il menù, assaggiando più portate possibili, per fare quella bella figura che il mio capo si aspettava. Al sesto piatto, il cuoco incuriosito aveva fatto il suo ingresso in sala per conoscere chi poteva ordinare tanto e poi assaggiare tanto poco.
Sì, i colpi di fulmine esistono e noi ne siamo stati l’esempio vivente.
A fine serata, conosciuto il motivo della mia visita e forse volendo accattivarsi la mia scelta, ma non solo… la cena mi fu offerta e il mio numero di cellulare era nella rubrica dello Chef, dichiaratosi disponibile a comunicarmi tempestivamente quale pesce avrebbe potuto consigliarmi per la sera della cena aziendale e poter concordare un menù da favola! Quella stessa serata il mio telefono aveva preso a squillare e non per discutere di pesce…
Non sono mai stata una cuoca predestinata, ma in fondo ero già riuscita ad incuriosirlo, il mio Chef, con una prima cena di piatti bellunesi, che pareva avere di seguito sempre più apprezzato, ma sarei riuscita stasera a non deluderlo proponendogli il “so pesse”?
La mia era una muta dichiarazione d’amore, ma forte e chiara. Una sorta di proposta, espressa con la semplicità e la concretezza dell’agire. Non gli lanciavo di certo una sfida e con i suoi piatti d’ordinanza poi! Anzi, la cena di quella sera era un segnale di totale resa: avrebbe capito il mio messaggio o rischiavo di non esprimere appieno quei profondi sentimenti che non sapevo come concretamente esternargli?
Il pensiero volò rapido ai miei monti, per trarne consolazione e forza. Mi mancavano. Avevo spesso nostalgia dell’odore familiare degli alberi e del loro raccontarsi nel vento, desideravo masticare boccate d’aria tersa e cristallina, avevo malinconia di quel fremito dolce che s’avverte nell’aria prima d’una nevicata. Mi mancava, a tratti, anche il freddo pungente che tiene le famiglie incollate davanti a camini scoppiettanti di cippi belli secchi, di pensieri che se ne volano fantasiosi su per le cappe oscure e vorrebbero raggiungere il cielo, mentre il sonno sopraggiunge improvviso, magari sostenuto da qualche buon bicchierino di grappa. E mi mancava persino il parlare, sempre quello, della legnaia da tenere sotto controllo, delle bestie da accudire e dei figli che crescono e lasciano i monti e scendono a valle per crearsi una vita meno faticosa, o almeno così si vorrebbe. Ad ogni impeto insostenibile di nostalgia, facevo una volata fino ai miei monti, alla mia gente che mi accoglieva con sorrisi e abbracci, senza troppo parlare. Tra noi non servivano mai tante chiacchiere, ci capivamo con lo sguardo, ci sorridevamo e poi un’alzata di spalle che voleva dire “dai, va tutto bene”.
Avevo pudicamente accennato alla famiglia delle mie intenzioni e avevo persino preannunciato questa serata per me tanto particolare e decisiva. Avevano sorriso con la consueta alzata di spalle, scuotendo la testa e guardando ostinatamente il prato, lanciandomi tuttavia una domanda silenziosa a cui avrei presto dovuto dare rispettosa risposta.
Lo squillo del campanello interruppe i pensieri volati tanto lontano e mi trovò prontissima.
Lui entrò, bello come può esserlo un uomo tanto amato e sorridente nello scorgermi, bello come può esserlo solo un uomo innamorato. Sapevo di essere bellissima e sorridente pure io, esattamente per gli stessi motivi.
Incrociai indice e medio della mano sinistra, quella del cuore, dietro la schiena poi lo abbracciai di slancio mentre lui, incuriosito, già osservava la mia elegante tavola, imbandita con tutto l’amore e l’estro che una montanara può aver inscenato per un uomo di pianura. Da bravo Chef, rimescolò ed annusò il risotto, curiosò nel forno e, mentre portava alla bocca il primo fasolaro, sussurrò estasiato “Se xè tutto bon, come ca se presenta… a te marido subito!”.
Aveva anticipato, tra la dolcezza del fasolaro e quella della parlata polesana, la mia progettata e forse azzardata, certamente più diretta e senza “se”… proposta di vivere insieme!
Il dessert, una delicatissima e ondeggiante mousse al limone, l’aveva portato lui, per fortuna. Fu un’ottima, promettente, dolcissima, cena polesana.
Molte altre ne seguirono, preparate a quattro mani.
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Come citare questo articolo
Nuccia Venuto. “Una promettente cena polesana”. Ventaglio Novanta, n. 61, 2020. https://ventaglionovanta.it/archivio/una-promettente-cena-polesana/