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AMBIENTE - TURISMO - CULTURA

Tre giorni a Rovigo

Il capoluogo del Polesine: una scoperta da condividere Arrivare da Roma in treno è comodissimo

di Anna Cantagallo

Ventaglio Novanta n. 63 2022 pp. 8–11

Negli ultimi mesi mi trovo a fare la turista in giro per l’Italia in modo non convenzionale. Non sono io a scegliere la città da visitare: è la meta a scegliere me. Vado lì dove mi portano i premi letterari a cui sto partecipando con il mio romanzo “Arazzo Familiare”.

Così sono approdata a Rovigo, città che io non conoscevo come pure mio marito Antonio, mio accompagnatore.

Arrivare da Roma in treno – diretto, senza cambi – in meno di quattro ore è comodissimo. L’albergo scelto è prossimo alla stazione e raggiungibile a piedi dopo poche centinaia di metri. La nostra stanza è ampia e l’arredo è moderno; ci troveremo bene, penso.

Liberati dal bagaglio, iniziamo a camminare lungo viale Regina Margherita per raggiungere Corso del Popolo dove, alla Pescheria Nuova, verrà presentato il libro di Angioletta Masiero, l’organizzatrice del premio Gian Antonio Cibotto in cui sono tra i finalisti.

Sulla sinistra del viale ci sono delle belle ville in stile Liberty, di pregio e ben tenute, sicuramente vissute. Sono già pronta ad immaginare storie su chi ha abitato in tali esempi dell’arte Nouveau agli inizi del Ventesimo secolo: un notaio, un medico famoso, oppure un imprenditore? la butto lì. In realtà non mi interessa una spiegazione razionale. Anche in questo viaggio preferisco farmi condurre dalle sensazioni prodotte dalla città; così, con la fantasia, mi sembra di sentire il frusciare dei vestiti di Poiret e intuire il brillio dei gioielli di Lalique delle dame dentro quelle ville.

Affascinante mi appare l’esterno dell’hotel Villa Regina Margherita che immagino sia stato riportato agli antichi fasti recentemente.

Mentre camminiamo, in un contesto luminoso da giornata freddina e ventosa, rifletto che, se per entrare in empatia con una persona basta una manciata di secondi, questo concetto si può applicare anche per il contesto urbano. La prima scintilla è scoccata.

Dopo un breve tratto di cammino, intravediamo delle torri. Ora dobbiamo assolutamente sapere qualcosa di queste: ci immergiamo, doverosamente, nelle informazioni di Wikipedia. Le torri della cinta muraria, Donà e Grimani, testimoniano il periodo della dominazione Estense durante il medioevo. La torre Donà è altissima, e una foto con lo sfondo del cielo azzurro e un rosato del tramonto ne rende giustizia.

Ci affrettiamo per arrivare in tempo alla Pescheria Nuova dove, alle 18, Angioletta Masiero presenterà il suo libro di poesie El me Polesine. L’interno è caratterizzato dall’architettura industriale: un unico ambiente, suddiviso da colonne in ghisa che in passato facevano da cornice ai banchi in marmo dove erano esposti i pesci. Ora alle pareti sono appesi quadri e fotografie che attirano l’attenzione di Antonio. Io osservo il viso delle persone che, numerose, riempiono il locale.

Prima ancora che inizi la presentazione vera e propria, il referente dello spazio culturale declina una serie di incontri ravvicinati che sembrano trovare l’interessata approvazione degli astanti.

La cultura è quindi di casa, penso con piacere. Lo stesso pensiero mi aveva colto a Buenos Aires mentre osservavo le persone durante la colazione nei bar: uomini e donne che, da soli o in compagnia, leggevano libri di prima mattina!

L’accompagnamento musicale di Bianca Maria Spalmotto esalta, con la sua fisarmonica, la musicalità che proviene dalle poesie della Masiero. Chiudo gli occhi per gustarne il ritmo, per farle entrare dentro, anche se non capisco del tutto le parole in dialetto: e scrivarò de ti…sentirse strucare da rapole de silensio… sono le parole che arrivano, comunque, senza bisogno di traduzione.

Sono le persone a far vivere le città: qui a Rovigo c’è vita anche attraverso la cultura.

Io e Angioletta ci presentiamo di persona, dopo esserci sentite brevemente al telefono. Si decide, assieme al segretario dell’associazione, di prendere un aperitivo insieme.

La piazza Vittorio Emanuele II ci accoglie in un abbraccio con i suoi palazzi con i portici. Ci sediamo sotto uno di questi per il rito della sera. Iniziano delle chiacchere che sembrano già intime – eppure ci conosciamo solo da pochi minuti! – che creano una atmosfera da non sprecare. Continueremo a cena, a qualche centinaio di metri più in là.

La piazza Garibaldi è dominata dalla statua dell’eroe con il cappello calabrese e i piedi puntati con vigore in staffe particolari, a forma della corona sabauda. Sono state appunto quelle a far “perdere le staffe” a chi non volle poi collocare tale statua dell’eroe al Gianicolo, a Roma. Era intollerabile che la corona sabauda finisse sotto i piedi di Garibaldi! Pertanto, Rovigo si gode un’opera particolare e unica.

Dai nostri ciceroni rodigiani sappiamo altre notizie degli edifici della piazza Garibaldi e del Teatro Sociale che espone un bel cartellone; ci sono, infatti, degli spettatori in fila per entrare.

La cena con dei piatti della tradizione, presentati in modo innovativo, crea un ambiente tanto disteso e familiare che, alla fine, ci sentiamo tutti e quattro in confidenza amicale.

Il giorno successivo, io e Antonio facciamo i turisti regolamentari. Con i dettagliati suggerimenti dell’addetta all’ufficio del turismo e corroborati da una cioccolata calda – la piazza Vittorio Emanuele II ospita una fiera del cioccolato – iniziamo a visitare la città.

In primis, ci dirigiamo verso Palazzo Roverella che ospita la mostra di Doisneau, il grande fotografo parigino.

La mostra è ben curata, con molti pezzi che documentano i momenti catturati dal fotografo, autodefinitosi pescatore di emozioni. Le foto, rigorosamente in bianco e nero, parlano di un passato sociale che, seppur collocato in un’altra nazione, non mi sembra lontano dal nostro. Penso a una foto di me bambina seduta nel banco di legno di scuola elementare con il medesimo atteggiamento del bambino ritratto da Doisneau.

Lo stesso palazzo Roverella è interessante; un esempio dello splendore cinquecentesco che posso immaginare nella città. La Pinacoteca ci sorprende con una Madonna con il Bambino del Bellini, un bel ritratto del Tiepolo, ma anche con alcuni reperti dell’antico Egitto, come due mummie.

Decidiamo di far scorrere il tempo prima in una fornita libreria dove colmo la lacuna su Gian Antonio Cibotto, acquistando il suo libro Stramalora, e poi visitando un bel negozio di oggetti per la casa. Ne usciamo con due originali tazze da tisana da regalare a Natale. Il pranzo ci attende in una trattoria tipica.

I piatti ci conquistano: il baccalà mantecato, le sarde in saor, la guancia al vino ci anticipano le altre delizie che ci riproponiamo di assaggiare in un prossimo viaggio a Rovigo.

Sì, abbiamo preso questa decisione; pertanto, non ci affanniamo a vedere tutto. Lasciamo per il futuro il museo dei Grandi Fiumi, quello che descrive il Po e l’Adige. Sicuramente il rapporto tra la città e l’acqua ci darà molte informazioni per capire il territorio e il tessuto sociale.

Preferiamo perderci nelle stradine, fotografando cancellate, osservando negozi di artigiani mentre raggiungiamo la chiesa della Beata Vergine, detta la Rotonda.

È una bella impressione entrare in una chiesa ottagonale seicentesca, dall’aspetto palladiano. Il soffitto produce un particolare effetto prospettico che colpisce. L’impostazione architettonica ottagonale mi ha ricordato quella di Santa Sofia a Benevento o – perché no? – Castel del Monte, ambedue costruiti in secoli antecedenti.

Nella piazza antistante alla chiesa si affacciano costruzioni basse e una villa con un giardino ornato da piante e da qualche rosa in fiore. Come un cane da tartufo ne cerco qualche traccia olfattiva. Il nome Rovigo deriva da rosa, appunto.

Il giorno successivo la meta mattutina è Lendinara, dove ci attende la premiazione al teatro Ballarin. La città – ne ebbe il titolo a fine del XV secolo – è un gioiellino. Svetta una torre campanaria molto alta e si intravedono alcuni edifici religiosi. Degni di nota sono quelli civili e, tra questi, Palazzo Pretorio con la torre del Maistra e palazzo Boldrin, sede della biblioteca comunale, che ci affrettiamo a visitare.

Si torna indietro nel tempo in questi luoghi. Non mi è stato difficile immaginare un via vai di nobili, di notabili e di ricchi borghesi spostarsi lungo l’Adigetto per le loro vacanze nei secoli orsono, come era abitudine fare Isabella d’Este, sempre per via fluviale, verso il suo luogo del cuore di Belriguardo.

La biblioteca e il suo bel giardino mi stupiscono: mi è sembrato di entrare in un’Arcadia settecentesca, viva a tutt’oggi con presentazione di libri e dibattiti. Quindi è proprio per la sua spiccata attitudine alla cultura che Lendinara è stata definita l’Atene del Polesine. La prima stamperia, non a caso, è stata fondata qui a fine del Seicento venendo incontro al desiderio di lettura dei suoi cittadini.

Nella bella cornice del teatro Ballarin ricevo il primo premio, per la sezione romanzo edito, da Angioletta Masiero che ha avuto anche il pensiero gentile di scrivere a mano la motivazione. Una scultura in vetro di Jone Suardi è il dono tangibile da riportare a casa.

Il tempo per la breve visita a Rovigo e Lendinara è, purtroppo, terminato, ma il desiderio di approfondire la conoscenza di questi luoghi è rimasto a sollecitare i ricordi.

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Come citare questo articolo

Anna Cantagallo. “Tre giorni a Rovigo”. Ventaglio Novanta, n. 63, 2022. https://ventaglionovanta.it/archivio/tre-giorni-a-rovigo/

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