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ARTEOGGI

Galasso e il cromatismo

La pittura naif offre all’artista la possibilità di vivere appieno la suggestione del colore

di Daniele Donegà

Ventaglio Novanta n. 63 2022 pp. 124–125

Colpito da alcune opere pittoriche realizzate da Otello Galasso, mio parrocchiano di Boara Polesine, ho voluto incontrarlo e ho sentito poi il desiderio di stendere alcune note sul suo operato.

Nato nel 1949, Otello ottiene il diploma di maestro d’arte agli inizi degli anni 70 ad Este, sezione staccata in quegli anni dell’Istituto Selvatico di Padova, che nella cittadina estense aveva appena aperto la sezione d’arte di ceramica e di tessitura. Dopo la maturità, con una tesina sulla teoria del colore dell’architetto Attilio Marcolli, ottiene l’abilitazione all’insegnamento, senza però mai esercitare, perché trovò più rassicurante, per portare a casa uno stipendio, impegnarsi in altre attività.

In particolare è divenuto responsabile di sicurezza del Teatro Sociale di Rovigo, e in seguito anche di Palazzo Roverella e del Museo dei Grandi Fiumi. Ed ora, che è in pensione, ricorda con piacere ed intensità gli anni di lavoro al Teatro Sociale, quando aveva un contatto umano con il personale tecnico e i professionisti che si alternavano negli spettacoli teatrali. La sua mansione lo rendeva disponibile ad affrontare qualsiasi esigenza o richiesta per l’allestimento di attività culturali e artistiche.

Già allora Otello si dedicava anche alla pittura, e i quadri, esposti nel suo locale di lavoro, attiravano l’attenzione di quanti passavano da lui. Ebbe così modo di ricevere tante attestazioni di apprezzamento soprattutto da artisti, attori, cantanti, direttori d’orchestra del calibro di Albertazzi, Proietti e molti e molti altri che, venendo a conoscere la sua arte, non lasciavano la nostra città prima di aver acquistato una sua opera… e anche più di una, come successe più volte.

Galasso iniziò pertanto a dipingere come seconda attività. Ricorda che all’inizio si cimentò nel realizzare dei piccoli olii su tela, 10 per 15 cm, il cui soggetto predominante era il paesaggio, opere che andavano a ruba e che egli vendeva o regalava ad amici. Fu questo il suo biglietto da visita come pittore e si fece così conoscere un po’ alla volta con il passa parola.

Frattanto passò al genere naif italiano, in un modo quasi casuale, ottenendo subito l’interesse di un ingegnere gli chiese di realizzare due quadri da portare in dono al figlio che lavorava come maitre d’hotel fuori patria. Dopo i primi due gliene chiese degli altri, e questo fece nascere una tensione nuova, una spinta che sempre più innescò nell’animo di Otello un impellente desiderio di migliorarsi e di cercare nuove strade. Dal genere naif di timbro italiano passò al genere naif valdravino cioè un naif di origine slava.

Questo genere di pittura – dice Galasso – dà la possibilità di sentirsi libero senza tenere conto della prospettiva e delle regole della pittura accademica. Afferma che il quadro è apprezzabile più che per i soggetti rappresentati, per la forma e soprattutto per il cromatismo. L’insieme dei colori fusi sapientemente secondo una regola interna – che Galasso chiama “automatica” – attira l’osservatore facendolo entrare nel quadro, e a far parte della scena rappresentata.

Ci sono ore e ore di lavoro impiegate per stendere le campiture di colore, secondo un procedimento che l’artista rodigino ha messo a punto nel corso degli anni, ed è ancora in evoluzione.

Non è mai la realtà che dipinge, ossia non è quello che vede ma quello che sente, secondo la sua sensibilità. “Un bel copiare non fu mai scritto – dice -. Ogni cosa qualora io la copiassi diventerebbe comunque un’altra cosa perché c’è l’interpretazione”. “Più che il soggetto – chiarisce – ciò che mi muove è la ricerca del cromatismo. Faccio il paesaggio di neve innanzitutto e poi ho in mente di mettere una donna che tira una slitta con un carico di legna, il personaggio esce, ma non immediatamente, mi soffermo con cura nel definire le sfumature, il gioco di ombre e di luci”.

È Galasso stesso che si pone una domanda: “Che cosa lasciano i miei quadri in chi li osserva? Che emozione danno? Qualcosa in me urge – dice -. È il desiderio di esprimere le cose belle che sento di dover dipingere, non avendo ancora conclusa la mia ricerca”.

In definitiva, se dovessi sintetizzare con una frase lo spirito della pittura del mio parrocchiano artista Otello Galasso, conosciuto anche familiarmente dai compaesani come Mario, direi che nei suoi suoi quadri si riconosce il costante impegno e la gioia della vita, alla ricerca del punto dove questa gioia trova la sua sorgente.

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Come citare questo articolo

Daniele Donegà. “Galasso e il cromatismo”. Ventaglio Novanta, n. 63, 2022. https://ventaglionovanta.it/archivio/galasso-e-il-cromatismo/

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